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sabato 16 ottobre 2010

Here they come!



















Eccoli che arrivano! È una frase tipica di film d’azione, il buono che guarda in lontananza un folto gruppo di nemici che si avvicina, esaltato dal desiderio di confrontarsi con loro, eccitato al pensiero della sfida. Anche per me è lo stesso. Quel mucchio selvaggio di carta colorata si avvicina a grandi passi, inesorabile, incontrastato. Il 29 ottobre si apriranno i cancelli della fantasia, come accade una sola volta ogni anno, lasciando entrare tutti coloro che saranno così pazzi da avventurarsi in un mondo di caos, esaltazione, divertimento, magia. Personaggi ai confini con la realtà quotidiana, se non ben oltre, che nei giorni normali si nascondono dietro la facciata di sceneggiatori e disegnatori, ma che in quei quattro giorni si trasformano in creature dalla dubbia natura, circondate da altre ancora più strane, per aspetto e comportamenti. Uno di questi sarò io. Lucca sta arrivando. Ne rimmarrà uno solo!








mercoledì 8 luglio 2009

Nico Robin!


Non posso certo definirlo inaspettato. Conoscendola, sapevo che avrebbe portato qualcosa ad ognuno di noi, tornando dal viaggio. Il modo giusto di definirlo è sorprendente. Nel senso che mi ha davvero sorpreso che si sia ricordata che è uno dei personaggi che preferisco di un certo fumetto, di cui avevamo parlato. Forse, le parole arrivano più in fondo di quanto si pensi. Non avevo dubbi che mi avrebbe regalato qualcosa. Qualunque cosa fosse stato, mi avrebbe fatto piacere. Che mi abbia regalato questo, mi ha reso felice, e tutto quello che posso dire, per questa felicità, è grazie.

giovedì 25 giugno 2009

Gli sguardi degli altri

Apparire è da sempre stata una componente fondamentale dell’essere. Nella letteratura prima, e in tutte le arti da essa derivate poi, come il teatro, il cinema e tante altre, il concetto del soggetto osservato è sempre stato un tema centrale. Basti pensare a quanto antico sia il manufatto che noi chiamiamo maschera. Nelle civiltà precolombiane, nelle tribù africane, nell’antico Egitto, la maschera ha sempre fatto parte della ritualità. Un oggetto che come unico scopo aveva quello di coprire ciò che realmente è per rivelare quello che deve essere mostrato. Venendo a giorni più vicini ai nostri, non si può non pensare a Pirandello, che della dissociazione tra soggetto osservante e soggetto osservato ha fatto uno dei suoi capisaldi. Da “Così è (se vi pare)” a “Uno, nessuno, centomila”, gran parte della sua opera è scandita dal concetto di fondo che non siamo ciò che siamo ma ciò che gli altri vedono di noi.

In questo post volevo soffermarmi sul fatto che, in tempi più recenti, un regista giapponese ha creato un’opera che non ha nulla da invidiare a quelle del drammaturgo agrigentino. Hideaki Anno nel suo “Neon Genesis Evangelion” ci ha messo dentro tutta la molteplicità e complessità dell’essere umano, e questo aspetto è uno dei motivi più importanti di tutta l’opera. Ma bastano i pochi minuti conclusivi per comprendere il messaggio grandioso che il regista ha trasmesso. L’angoscia di un ragazzo che incarna l’intero concetto di essere umano va in scena sul palcoscenico della realtà, ma una realtà che lui stesso ha plasmato a immagine e somiglianza del suo animo. Sono proprio le voci delle persone che gli stanno intorno ad aprire delle brecce in questa realtà, che una volta raggiunta la consapevolezza, si infrange e sgretola come vetro sotto i colpi di un martello. E sul sottofondo di “The heady feeling of freedom”, il ragazzo capisce che a renderci ciò che siamo non sono le opinioni degli altri, come noi non rendiamo reali quelli che guardiamo. Solo la manifestazione del proprio animo può trasformare la realtà in verità. Se non siamo abituati a piacere al nostro prossimo, ci convinciamo di essere odiati, e finiamo per odiarci. Per questo “non bisogna preoccuparsi più di tanto degli sguardi degli altri”. E finalmente, una madre mai conosciuta rivela che l’unico modo di amare è amarci. Dobbiamo credere in noi e negli altri. Senza questi sentimenti, non è possibile stare insieme. “Le persone che odiano se stesse non sono capaci di amare né di credere nel loro prossimo”.


lunedì 22 giugno 2009

Marmalade boy

Non sono mai stato un grande appassionato di shojo manga. Ne conosco pochi, ne ho letti ancora meno. Per chi non lo sapesse, gli shojo manga sono quelli di argomento sentimentale, riguardano prevalentemente storie d’amore tra adolescenti giapponesi. Il numero di queste opere prodotte in Giappone è enorme, e anche in Italia, dove arriva solo una piccola parte delle opere giapponesi, le storie di questo tipo di contano a decine. Eppure ogni tanto ci vogliono. Ci sono momenti in cui è necessario leggere emozioni positive, storie in cui sai che i momenti brutti passano e si risolvono, storie in cui tutti i personaggi, alla fine, trovano la felicità. Per alcuni saranno storie banali, scontate, prevedibili. Forse è vero. Però in alcuni casi la prevedibilità di queste storie può dare una sensazione di speranza. Senza la pretesa di essere opere essenziali, di spiegare con immagini e parole il senso dell’esistenza umana, riescono a rilassare. Riescono a dare un lieto fine anche quando non ne vedi uno nel mondo reale. È per questo che ho riletto, in questi giorni, l’opera forse più conosciuta di Wataru Yoshizumi. Una storia che, come molti, avevo conosciuto nella sua trasposizione animata. Erano gli anni tra le medie e il liceo, quando si comincia a guardare al mondo con occhi un po’ diversi. Quello che non c’era stato prima e non aveva dato nessun segno di necessità, ad un tratto comincia a mancarti, e quando succede, questo senso di mancanza difficilmente va via, anche dopo molti anni. Si cresce, si impara, ci si innamora, ci si lascia, si ha paura, si è cercati, si è rifiutati. Quando si trova una persona, quella sensazione si fa da parte, anche lei spera di non dover più tornare a svolgere il suo compito. Quella sensazione che ti costringe a dire le parole “mi manca”. Quella sensazione che ti fa provare il desiderio di piangere anche se non riesci più a farlo da anni. Ma a questa sensazione bisogna anche essere grati, perché è lei che ti impedisce di rinunciare, è lei che ti impedisce di abituarti, consapevole che l’abitudine è una malattia da cui non si guarisce. Preferisce farsi odiare per quello che ti fa provare, piuttosto che lasciarti da solo in un posto da cui difficilmente potresti venir fuori. È in momenti così che fumetti come questo rivelano tutta la loro ragion d’essere. Non saranno opere fondamentali della letteratura disegnata, ma vi assicuro che leggerli in una giornata di sole, seduti in una terrazza da cui si vede il mare e si sente solo il vento che fa muovere le foglie, è capace di dare sensazioni che nessun’altra lettura può dare. Sensazioni che ti fanno pensare “un giorno, prima o poi, succederà”.

lunedì 18 maggio 2009

Le donne dei comics - Rei Ayanami

So che vado contro ogni mio principio, non scrivendo niente di mio di questo personaggio dell’opera “Neon Genesis Evangelion”. Non ho voglia di farlo, in questo momento. Lascio la parola al monologo di Rei, consigliando a tutti di vedere l’opera completa, il capolavoro di Hideaki Anno. Un’opera in cui è spiegato l’essere umano.


Montagne.
Montagne imponenti. Cose che mutano in un lungo tempo.
Cielo.
Cielo azzurro. Una cosa visibile agli occhi. Una cosa invisibile agli occhi.
Sole.
Una cosa unica.
Acqua.
Una sensazione piacevole. Il comandante Ikari.
Fiori.
Molte cose uguali. Molte cose inutili.
Cielo.
Rosso. Cielo rosso. Il colore rosso. Odio il colore rosso.
Acqua che scorre.
Sangue.
L’odore del sangue, una donna che non versa sangue. Un essere umano creato dalla Terra rossa. Un essere umano creato da un uomo e da una donna.
Città.
Una cosa creata dall’uomo.
Eva.
Una cosa creata dall’uomo.
Cos’è l’uomo? Una cosa creata da Dio.
L’uomo è una cosa creata dall’uomo.
Le cose che io possiedo sono una vita, uno spirito, la cosa che racchiude lo spirito... l’Entry plug, ovvero... il Trono dell’anima.
Chi è questa?
Questa sono io.
Chi sono io?
Cosa sono io?
Cosa sono io?
Cosa sono io?
Cosa sono io?
Io sono me stessa, questo corpo costituisce il mio essere, la forma che definisce il mio essere, il mio Io visibile, che però non percepisco come il mio io.
Strane impressioni.
Sento come il mio corpo disciogliersi, non riesco a distinguere me stessa, la mia forma va dissolvendosi.
Avverto presenze esterne al mio Io.
C’è qualcuno là fuori, al di là della soglia?
Ikari.
Conosco queste persone: il maggiore Katsuragi, la dottoressa Akagi, altri ragazzi, compagni di classe, il pilota dello 02, il comandante Ikari.
Chi sei tu?
Chi sei tu?
Chi sei tu?

giovedì 2 aprile 2009

Full Metal Panic? Fumoffu!





Fare uno spin-off è molto più complicato di quanto può sembrare. Intanto diciamo che per spin-off si intende un film o una serie che isola un personaggio o un argomento di un precedente film o una precedente serie e ne fa una storia più o meno indipendente. Per capirci, il film con protagonista Wolverine (di cui ho parlato in precedenza) che uscirà tra pochi mesi nelle sale può essere considerato uno spin-off della fortunata e ben condotta trilogia sugli X-Men. Come dicevo, uno spin-off è complicato da realizzare, perché a isolare qualcosa da un’opera che di per sé ha una sua continuità e unicità si corre il rischio di storpiarne il significato originale. Potrebbe capitare che certi aspetti caratteriali di un personaggio vengano trascurati o esaltati, cosa che lo renderebbe difforme dalla sua controparte originale. Inoltre, se parliamo di una serie, in genere abbiamo di fronte un’opera di una certa complessità, dove più motivi narrativi si intrecciano a creare la storia, e isolarne uno solo per svilupparlo separatamente potrebbe appiattirne la vicenda e renderla monotona e ripetitiva. Per fortuna, anzi, per abilità degli autori, tutto questo non è successo con “Full Metal Panic? Fumoffu!”.

Fumoffu è lo spin-off della serie anime “Full Metal Panic!”, di cui ho già parlato ampiamente in un post di qualche tempo fa, e volevo qui esaltare la qualità di questo suo fratello minore. Fumoffu parla dei protagonisti dell’opera originale, calati nel contesto della loro vita quotidiana di liceali, senza guerre, terroristi, missioni segrete e scontri armati. Sousuke, Kaname e gli altri non sono che semplici studenti dell’Istituto superiore Jindai, che vivono, o meglio dovrebbero vivere, i normali avvenimenti della vita dei liceali: gite scolastiche, lezioni, vendita dei panini, appuntamenti, lettere d’amore, incomprensioni e amicizie. E in effetti è proprio questo che succede nei corridoi del liceo Jindai e nei suoi dintorni. Ma quando si ha a che fare con Sousuke Sagara, niente può essere così semplice. L’aver vissuto praticamente tutta la vita nei campi di battaglia come mercenario, il far parte di un’organizzazione militare, l’avere il compito di proteggere Kaname, e la sua totale mancanza di esperienza nella vita di tutti i giorni lo rendono incapace di vedere la realtà per quello che è. Sousuke va in giro sempre armato, nell’eventualità che a scuola ci sia un attacco terroristico, se trova una lettera nella sua scarpiera, la prima cosa che pensa è che sia una trappola, e quindi la rimuove con una carica di esplosivo ad alto potenziale, se Kaname si allontana in spiaggia e tarda a ritornare, l’opzione più probabile è che abbia messo il piede su una mina. Il mondo del sergente Sagara è così, la sua mente non ha un filtro normale per la vita di tutti i giorni, pensa solo in maniera ‘militare’. E questo, ovviamente, causa grande imbarazzo e nervosismo a Kaname, che non è solo sua amica, ma anche capoclasse e vicepresidente del comitato studentesco, quindi si sente responsabile per i suoi comportamenti sconsiderati. Ma Kaname è tutt’altro che una ragazza indifesa, anzi il lato combattivo del suo carattere viene qui esaltato più che nella serie originale, in modo da allestire siparietti comici ad ogni scena, con lei che picchia selvaggiamente Sousuke ogni volta che lui ne combina una delle sue. Tuttavia è innegabile che la ragazza sia molto attratta dal giovane sergente, e anche questo aspetto è molto più palese qui che nell’opera madre, e nonostante le sue esagerazioni, i suoi metodi brutali e la sua goffaggine, non può non notare con piacere che tutto quello che Sousuke fa è fatto per aiutarla, per proteggerla. È vero che per lui è una missione, è vero che vede pericoli dove non ce ne sono, è vero che i suoi metodi sono quelli di un mercenario, ma le sue intenzioni sono sincere, e questo non può lasciare indifferente Kaname, che in cuor suo non può non sperare che un giorno quello ‘stupido sergente imbronciato che si crede sempre in guerra’ impari a distinguere le situazioni della vita di tutti i giorni e si trasformi in una persona alla quale è più facile stare accanto.

In “Full Metal Panic? Fumoffu!” tornano anche tutti i personaggi secondari della serie madre, Kurtz Weber, Melissa Mao, Teletta Testarossa e tutti i compagni di scuola di Kaname e Sousuke, e se ne aggiungono di nuovi, come il presidente del comitato studentesco Ayashimizu e la sua fedele assistente Mikyhara, che contribuiscono tutti ad arricchire le vicende di Kaname e Sousuke. Una serie nella quale si comincia a ridere al primo minuto del primo episodio e non si smette neanche dopo la fine dell’ultimo, che va vista e apprezzata per la sua grande capacità di far sorridere. Un’ultima curiosità. Il titolo “Fumoffu” prende origine dal verso di un pupazzo di peluche, Bontakun, che è la mascotte di un parco giochi, e che Sousuke utilizza dapprima solo come travestimento, ma che in seguito svilupperà come vera e propria arma da guerra camuffata. Come se non ci fosse già abbastanza roba per ridere!


sabato 21 febbraio 2009

Full Metal Panic!






Il mondo delle serie animate giapponesi è sempre stato molto ricco di titoli, ma negli ultimi anni si è assistito ad una considerevole varietà di soggetti e temi trattati. Quando ero bambino, i cosiddetti cartoni animati erano molti, ma i generi relativamente pochi: c’erano le storie di fantascienza e avventura spaziali (Capitan Futuro, Capitan Harlock, Galaxy express...), gli indimenticabili ‘robottoni’ (Mazinga, Daitarn, Voltron...), le storie sentimentali (Georgie, Candy, Maya...), quelle sportive (Mimì, Holly e Benji, Mila e Shiro, Rocky Joe...), e pressoché tutti i titoli rientravano per un aspetto o per l’altro in una di queste categorie. Quelle storie avevano e hanno tutt’ora un loro fascino particolare, sia perché rievocano un’infanzia di cui erano costanti la spensieratezza e la fantasia, ma anche perché suscitano emozioni molto forti.

Negli ultimi anni, però, con mio grande piacere, ho assistito ad un cambiamento nel mondo delle serie animate, al punto che oggi non credo valga più il concetto di genere. Per quanto mi sforzi, non riesco a inquadrare in quelle categorie di cui dicevo prima nessuno dei titoli che ho visto più o meno di recente. Da una parte credo che questo sia merito del fatto che si è capito (o quantomeno si comincia a capire) che gli anime non sono il prodotto di una sottocultura di scarso valore destinato solo all’intrattenimento dei bambini. Gli anime hanno infatti cominciato a trasmettere messaggi molto seri ed espliciti, invadendo diversi ambiti del vivere comune ed emancipandosi dal mondo dell’infanzia. Con questo non intendo dire che quelle di una volta erano storie banali e senza significato, ma questo era lasciato intendere solo a particolari sensibilità. Ad esempio, è vero che in “Capitan Harlock” c’era una forte critica al Giappone del tempo in cui fu creato, dove le avventure nello spazio indicavano un desiderio di allontanarsi da una società follemente lanciata verso un progresso distruttore di tutte le tradizioni culturali così come delle bellezze naturali del paese. Però queste riflessioni erano relegate ad un piano figurato, mai espresse esplicitamente, e agli occhi di un bambino di dieci anni quale ero io quando la guardavo, quella serie non parlava d’altro che di una astronave e della sua ciurma in lotta contro gli alieni. Oggi invece, temi di riflessione profonda sono espliciti e palesi, e non è un caso che anche il target di pubblico si sia spostato dai bambini ai ragazzi più grandi e, perché no, anche agli adulti. Sempre più spesso, infatti, nei titoli di testa vediamo messaggi che dichiarano un contenuto ‘non adatto ai più piccoli’, ma questo non vuol dire che siano un’accozzaglia di volgarità e violenza, ma soltanto che sono stati depurati dalla atmosfera inzuccherata e semplicistica che era presente nelle opere di vent’anni fa.

Tuttavia questo non vuol dire che gli anime di oggi siano storie prive di ironia e spensieratezza. Sono però molto più ‘reali’, intendendo con questo termine che aderiscono meglio al vero tessuto della realtà, in cui momenti di gioia e spensieratezza si alternano ad angosce e drammi, in cui il grottesco si affianca all’impegnato, in cui ad una battuta di spirito può seguire una riflessione seria sull’esistenza umana. In questo filone concettuale vanno inseriti secondo me titoli come “Neon Genesis Evangelion”, “Wolf’s rain” (di cui ho già parlato), “Trigun”, “Berserk”, e molti altri, ma uno dei miei preferiti è senza dubbio “Full Metal Panic!”. Lo è perché, proprio come dicevo prima, coniuga alla perfezione aspetti spensierati e scene cariche di una intensità di messaggi che è raro vedere trattati con tanta disinvoltura e attenzione.

La trama di fondo non è particolarmente complessa, cosa che la rende molto godibile fin dai primi episodi. Esistono al mondo delle persone che, nella loro mente, e in maniera più o meno inconsapevole, custodiscono i segreti della cosiddetta black technology, ovvero delle conoscenze che consentono di adoperare apparecchiature elettroniche ad un livello estremamente avanzato, al di là del normale progresso scientifico. Queste persone sono chiamate Whisper, e una di loro è Kaname Chidori, una liceale giapponese. È ovvio che queste persone sono oggetto di particolare interesse, sia da parte di enti governativi, sia, soprattutto, di organizzazioni terroristiche. Per questo motivo, la Mithril, una associazione militare mercenaria e non governativa che persegue un ideale di giustizia, decide di proteggere Kaname, e affida questo compito al sergente Sousuke Sagara, con l’appoggio di altri due agenti di supporto. Sousuke si fingerà uno studente della scuola di Kaname e provvederà alla sua sicurezza. Ma Sousuke non è una persona come le altre. La sua infanzia infatti è stata segnata da guerre e conflitti, aveva otto anni quando cominciò a combattere come guerrigliero in Medio Oriente, e per tutta la vita non ha visto altro che eserciti e scontri. È facile capire quindi come, accanto alle sue straordinarie capacità militari, sia tattiche che operative, coesista in lui la più totale incapacità di interpretare la realtà con gli occhi di un comune ragazzo di diciassette anni. Per lui, una busta infilata in un armadietto è ovviamente un attacco terroristico da neutralizzare, una valigetta dimenticata in un bar deve per forza essere una bomba, e così via. È ovvio che questo causi non pochi problemi a Kaname, la quale si ritrova a d avere a che fare con i suoi eccessi, essendo tuttavia all’oscuro, almeno all’inizio, della sua reale missione. Però è innegabile che quel ‘tipo imbronciato, fanatico di roba militare e che si crede sempre in guerra’ (come lo definisce spesso) suscita in lei una forte attrazione, non tanto per il suo aspetto, quanto per il suo affannarsi a proteggerla e ad aiutarla, sebbene finisca sempre per metterla in situazioni imbarazzanti.

La serie procede a un ritmo incalzante, tra siparietti comici, con Sousuke che si rende ridicolo e inappropriato per la sua incapacità a condurre una vita normale, e Kaname che non si spiega il perché del suo comportamento, ma vede anche momenti di grande intensità drammatica, quando le situazioni si fanno molto serie e allora Sousuke può dimostrare tutte le sue capacità e il suo coraggio. Inoltre, c’è anche molto spazio per temi di riflessione, in particolare la guerra. Memorabile in questo senso la sequenza di tre episodi intitolata “Il vento che danza in patria”, in cui Sousuke si trova coinvolto in un’operazione militare proprio nel paese in cui ha avuto inizio la sua vita da guerrigliero mercenario, alla tenera età di otto anni. Il paragone con la dilagante piaga dei bambini soldato è fin troppo palese, e sebbene nella serie l’unica ripercussione sul protagonista di un’infanzia trascorsa uccidendo altri uomini con in mano un fucile sia la sua incapacità a vivere spensieratamente la vita quotidiana, ci dobbiamo costringere a pensare, mentre siamo seduti nelle nostre poltrone, che la cosa peggiore per uno di quei bambini non è certamente morire a dieci anni in uno scontro militare, ma sopravvivere con i segni indelebili di un’infanzia vissuta in quel modo.





martedì 2 dicembre 2008

Saiyuki

Detesto viaggiare. Ecco, adesso vi sarete tutti convinti (se non lo eravate già) del fatto che sono un idiota. Però è la verità, detesto viaggiare, almeno per il significato comune che la media delle persone attribuisce a questo verbo. Mi vengono i brividi quando sento parlare di ‘week-end a Londra per due persone’ o di ‘crociera nel golfo del Messico’. Per me, un viaggio dovrebbe essere tale da cogliere l’intima essenza di un luogo, dal paesaggio alle città, dalla cucina alla religione, dalla storia alla vita attuale. E per ottenere questo risultato, un viaggio in un posto sconosciuto dovrebbe non solo durare almeno un paio di mesi, ma anche prevedere i mezzi necessari per raggiungere un contatto di questo tipo. Mi rendo conto che in questo senso sarebbero poche centinaia le persone al mondo che potrebbero permettersi un viaggio, e io non sono certo tra queste, ma non vedo alternative. Se voglio vedere il Sudafrica, ci sono un sacco di documentari che fanno vedere tutto spiegato alla perfezione. La realtà è che chi viaggia vuole solo scappare. Dal lavoro, dagli orari, dalle tasse, dagli impegni, e da tante altre cose che opprimono, e il viaggio fornisce l’illusione di essersi liberati di tutto. Non che questo sia un motivo deplorevole, anzi, forse è il migliore che ci sia, basterebbe solo riconoscerlo. La vera ragione del viaggio è viaggiare.

“Saiyuki” è la storia di un viaggio. È vero che ci sono elementi molto particolari, ma il tema fondamentale è questo. In un mondo in cui gli esseri umani hanno sempre convissuto con i demoni, in pace e prosperità, una misteriosa anomalia altera il carattere di questi ultimi, rendendoli malvagi. Le somme divinità che governano il mondo, i Sanbutsushin, incaricano un monaco, Genjyo Sanzo Hoshi, di indagare su questa anomalia, intraprendendo un viaggio verso Ovest, e gli affiancano tre insoliti compagni, Son Goku, Cho Hakkai e Sha Gojyo. Questo è tutto quello che è necessario sapere per godere appieno la lettura dell’opera di Kazuya Minekura. “Saiyuki” è il titolo originale di un romanzo cinese, che significa letteralmente “Viaggio in Occidente” (con questo titolo è stato tradotto in italiano, in pochissime versioni), e che narra la storia di un monaco buddista il quale intraprende un viaggio verso l’Occidente alla ricerca di alcuni testi sacri. In questo viaggio è affiancato da tre compagni, lo scimmiotto generato dalla terra Son Wukong, il maiale Zhu Bajiè e il demone fluviale (kappa) Sha Wujing. Le analogie con la storia della Minekura sono quindi moltissime, tanto che il manga può essere a tutti gli effetti considerato una versione moderna del romanzo. Ma non è solo l’identità dei personaggi a costituire questa similitudine. Come dicevo, il tema del viaggio è fondamentale, ma non solo nel senso fisico. Il viaggio verso Ovest rappresenta una metafora di molte cose. Simbolicamente, può essere visto come il percorso necessario a raggiungere una meta, qualunque essa sia, e come questo percorso sia intercalato da difficoltà importanti da superare se si vuole andare avanti. Ma parallelamente al loro spostarsi in senso fisico, i personaggi percorreranno un loro viaggio interiore, personale e come gruppo, alla ricerca del loro passato e dei ricordi, del loro dolore e delle loro motivazioni, e della speranza per il futuro. Grazie al tratto pulito e stilizzato dell’autrice, vengono messe a nudo, una ad una, le psicologie dei protagonisti, i loro rapporti uno con l’altro, e con gli eventi che hanno segnato le loro vite fino al momento in cui il destino li ha messi insieme. Si stabilisce inoltre una bella dicotomia tra i quattro protagonisti e il gruppo dei loro avversari, in modo che ciascuno abbia un antagonista personale con cui confrontarsi, rispettandolo profondamente e in qualche caso anche aiutandolo.

La storia vede momenti di grande intensità e drammaticità, come ad esempio i ricordi del passato dei quattro protagonisti, il rapporto di Genjyo Sanzo con il suo maestro Komyo, la violenza della madre di Gojyo sul figlio, la vendetta di Hakkai, e la prigionia di Goku, ma c’è anche spazio per l’ironia e la spensieratezza. Meravigliosi in questo senso sono i siparietti tra le varie scene, con Goku e Gojyo che litigano e si insultano, dandosi reciprocamente della stupida scimmia e del pervertito di un kappa, con Sanzo che minaccia di ucciderli se non la smettono, e Hakkai che assiste serafico alla scena, cercando di riportare la pace.

Una storia quindi che di sovrannaturale ha solo l’aspetto, a dispetto della trama (peraltro davvero interessante e complessa), e che invece si dimostra profondamente umana nel significato, agli occhi di chi sa come leggere una storia a fumetti.

giovedì 1 maggio 2008

One Piece

I fumetti raccontano storie. E le storie hanno tante funzioni. Una è quella di intrattenere, di far passare il tempo. Poi c’è quella di divertire. Molto spesso, le storie trasmettono un messaggio. E poi, a seconda di chi è la persona che le legge, hanno il potere di far sognare. Nella mia libreria ci sono circa duemilatrecento albi a fumetti, la maggior parte dei quali compongono delle serie. Ce ne sono di tutti i tipi: americani, italiani e giapponesi; comici, romantici, avventurosi, fantascientifici e horror. Alcuni portano messaggi seri e profondi, altri sono spensierati e allegri. Tutti mi lasciano dentro qualcosa ogni volta che li leggo. Un po’ come fanno i libri. Perché tutto questo preambolo? Perché stavolta non parlerò di una storia, di una serie o di un messaggio in particolare. Voglio sfruttare questa prima ristampa di “One Piece” per ricordare qualcosa. Dirò soltanto che One Piece è la storia di un sogno, anzi di più sogni, uno per ognuno dei protagonisti. C’è chi vuole diventare il re dei pirati, chi lo spadaccino migliore del mondo, chi vuole trovare il coraggio, chi vuole disegnare la mappa del mondo, chi vuole trovare il cuore del mare dove vivono delle specie uniche di pesci, chi vuole diventare un grande medico. Sogni. Come quelli di tutti noi. Forse potrà sembrare un fumetto di poco valore, non fa altro che raccontare le peripezie di un gruppo di personaggi che vanno in giro per il mondo in cerca di avventure, affrontando nemici pittoreschi e dandosele di santa ragione dicendo battute stupide. Sfogliandolo con superficialità è così. D’altronde, non stiamo certo parlando di “Maus”, o di “Persepolis”, o di “V for Vendetta”. Nessun messaggio politico, sociale o morale emana dalle pagine disegnate da Eiichiro Oda. Però qualcosa mi colpisce quando lo sfoglio. Mi sembra di tornare a sognare. Ritrovo per qualche momento la mia infanzia, quando il mondo era un luogo da esplorare, quando le giornate trascorrevano tirando frecce contro gli alberi, o scavando buche nel terreno, o costruendo baracche di tavole. E ad un tratto, quegli alberi erano eserciti di nemici, quelle buche erano misteriose città sotterranee, quelle baracche erano rifugi segreti in cui custodire tesori. Poi accade qualcosa, si cresce, ed è giusto farlo, è un nostro dovere. Le sfide diventano laurearsi, un’indipendenza, per alcuni la famiglia. Il mondo smette di essere quel luogo misterioso e inesplorato che si vedeva dalla finestra di casa, le mattine d’estate, quando ci si alzava per correre fuori a dare calci ad un vecchio pallone. Adesso, tutto ciò che vuoi vedere lo trovi su internet, o mal che vada, in un’agenzia di viaggi. Per questo, trovare qualcosa che ci faccia tornare a quei tempi non è una cosa da sottovalutare. Anche quelle storie grottesche e un po’ stupide, se riescono a farci di nuovo sognare, sono cose preziose.

giovedì 14 febbraio 2008

Wolf's rain

Wolf's rain sigla apertura - Stray



Spesso sono stati considerati il prodotto di una subcultura rivolta solo ai ragazzini, come se i ragazzini non fossero capaci di comprendere o interpretare eventi come l’amore, la morte, la solitudine. E visto che è di questo, e di molto altro, che trattano gli anime, perché mai dovrebbero interessare solo ai bambini, e perché un adulto a cui piacciono deve essere per forza superficiale, per non dire stupido? Ovviamente, tutte queste sono solo domande retoriche, nessuna di queste affermazioni può essere accettata come vera. Con questo non voglio dire che tutti gli anime hanno lo stesso valore, così come non ce l’hanno tutti i film o tutti i libri indistintamente. Ci sono opere che meritano di essere viste o lette e altre che sarebbe meglio non fossero mai state prodotte.

Per chi non lo sapesse, gli anime sono i cosiddetti cartoni animati, termine che a me non piace affatto. Sarebbe meglio chiamarli film d’animazione, quando si tratta dei lungometraggi, e semplicemente anime quando si tratta delle serie.
“Wolf’s rain” è un anime particolare. Condensandolo e stringendolo il più possibile, o semplicemente affidandolo alle mani di altri autori, il soggetto potrebbe essere ridotto ad un’ora, massimo due, mentre in questa opera gli eventi si dilatano in maniera quasi opprimente. I silenzi, più che le parole, sono protagonisti degli episodi, insieme ai paesaggi surreali e metafisici. E tutto questo è funzionale al messaggio che l’intera opera si propone di manifestare, ma di cui parlerò in seguito.

La storia può sembrare semplice, almeno ad una prima occhiata. Kiba è uno degli ormai pochi rappresentanti della razza dei lupi, che, seguendo un’irresistibile odore di fiori, giunge in una città in cui incontra altri della sua stessa razza. Tre in particolare sono i lupi che entreranno a far parte della sua avventura: Hige, un bonaccione che preferisce non rischiare e vivere alla giornata, Tsume, un teppista che si dedica al furto e sfrutta gli umani per i suoi comodi, e Toboe, un cucciolo un po’ ingenuo e indifeso. È strano che tanti lupi, che tutti credono estinti, si siano radunati nello stesso posto. E infatti non è per niente un caso. In questa città di trova Cheza, la fanciulla del fiore, un essere molto particolare, che è sottoposta a studi scientifici di cui è responsabile la dottoressa Cher Degre. Cheza è stata creata dai nobili del casato dei Darcia per i loro scopi, rimasti oscuri a tutti, ma, per un motivo particolare, la fanciulla del fiore e i lupi si attraggono a vicenda. Ma anche l’ultimo dei Darcia è interessato a Cheza, così come i funzionari del governo responsabili degli studi su di lei. Tutto questo costringerà Kiba e il suo gruppo a un continuo inseguimento alla ricerca della fanciulla. Ma perché Cheza è così importante? Nel libro della luna, testo antico che solo pochi eletti hanno potuto leggere, è scritto che la fanciulla del fiore e il sangue di lupo sono la chiave per aprire il Rakuen, un luogo misterioso in cui crescono i fiori della luna, una sorta di eden per la stirpe dei lupi. Kiba è guidato da una voce, nella sua ricerca di Cheza, che gli dice di andare nel Rakuen, ma anche Darcia vuole aprire un suo Rakuen, utilizzando la tecnologia dei nobili e i segreti del libro della luna per riportare in vita il suo amore perduto.

Già questo basterebbe per rendere l’anime molto interessante. Ma non c’è solo questo in Wolf’s rain. Alcuni dettagli sono molto interessanti e innovativi, ad esempio il fatto che i lupi siano in grado di ingannare gli occhi degli uomini assumendo sembianze umane, ma vi sono anche numerosi messaggi più profondi.

Frammento dall'episodio 1 - La città degli ululati



Il tema conduttore delle vicende di tutti i personaggi è la ricerca ossessiva di un qualcosa che continua a sfuggire. Per Kiba e Cheza è il Rakuen dove lei deve condurlo, così come per i suoi compagni, anche se ognuno è guidato da sentimenti diversi. Tsume, il più orgoglioso ed egoista, riscopre il senso del branco di cui si era quasi dimenticato vivendo con gli umani. Per Toboe è importante ritrovare gli affetti perduti e crescere come individuo, dimostrando che non è solo un inutile moccioso. Hige nasconde un passato oscuro, e il collare che porta e il suo modo di fare menefreghista ne sono un sintomo. Ma anche tutti gli altri sono alla ricerca spasmodica di qualcosa: Darcia che vuole un Rakuen dove far rivivere il suo amore, il cacciatore Quent Yaiden che cerca i lupi per vendicarsi del massacro della sua famiglia, l’agente Hubb Lebowski che riscopre i suoi sentimenti per Cher e vuole riconquistarla, Cher che cerca una risposta agli enigmi rappresentati da Cheza. Alla fine, ognuno troverà le sue risposte, e poco importa che queste saranno diverse da quelle che si pensava all’inizio. In fondo, tutto l’anime è una lunga, emozionante poesia che dimostra che il vero senso del viaggio è viaggiare, che non importa quello che si trova alla fine della corsa, ma importa quello che si prova mentre si corre. Il vero Rakuen, quello che anche tutti noi ci affanniamo a cercare nelle nostre vite, non è quello che troverà Kiba alla fine del suo viaggio, perché il Rakuen gli è sempre stato accanto, anzi è sempre stato dentro di lui e dentro i suoi compagni. Un Rakuen che cresce e matura un passo alla volta al ritmo di quelle orme lasciate sul terreno.

Per concludere, un cenno meritano gli splendidi paesaggi rappresentati dai creatori dell’anime (lo studio BONES, per la precisione). Sia quelli naturali che quelli metropolitani, tutti stordiscono con la loro immensità immobile. Lande desolate si alternano a profili di grattacieli, distese innevate a cunicoli fognari, il tutto immerso in quel silenzio opprimente di cui parlavo all’inizio, che serve a far risaltare i pensieri ossessivi e le riflessioni intimistiche che si alternano nella mente dei personaggi.

In definitiva, Wolf’s rain è uno di quegli anime ‘adulti’, che non servono solo a piazzare i bambini davanti alla televisione per farli stare buoni. È una di quelle opere che vanno gustate, metabolizzate e poi riviste, meglio ancora soffermandosi a contemplare alcuni frammenti, alcuni fotogrammi particolari e molto intensi. Un consiglio: bisogna guardarne almeno quattro – sei episodi di seguito, proprio per quell’incedere incredibilmente lento con cui si svolgono le vicende, che renderebbe tutto troppo poco coinvolgente se spalmato in un tempo troppo lungo.


Wolf's rain sigla chiusura - Gravity

venerdì 25 gennaio 2008

Miyazaki & Son

Lo spunto per questo post mi è arrivato da un regalo ricevuto quest’anno per natale: l’edizione in doppio disco de “I racconti di Terramare”, l’ultimo film realizzato dallo studio Ghibli. Per chi non lo sapesse, il Ghibli è uno studio di produzione di opere cinematografiche animate, fondato nel 1985 da Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Non voglio stare qui a fare un elenco delle opere realizzate, con date, autori, doppiatori, musicisti, e tanta altra paccottiglia che si può trovare facilmente su altre pagine web (per altro utilissime per chi vuole documentarsi). Vorrei invece isolare alcuni contenuti di opere significative realizzate da Miyazaki, che meritano forse più attenzione di quella che viene loro dedicata, quantomeno nel nostro paese. In particolare, mi soffermerò su “Princess Mononoke”, “La città incantata”, “Il castello errante di Howl”, e naturalmente “I racconti di Terramare”, ma non si può prescindere dai riferimenti ad altre opere precedenti, alcune realizzate prima della fondazione dello studio, che hanno anticipato temi poi ripresi in questi lavori.

“Princess Mononoke” (Mononoke Hime in originale) è uno splendido racconto che ha come tema centrale il rapporto conflittuale tra uomo e natura. Alcuni personaggi rappresentano il progresso e la scienza che non tengono conto della natura, della sua spiritualità e del suo valore, e non si curano dei danni che provocano alla vita e all’ecosistema tutto. Altri personaggi, e in particolare San, rappresentano invece la totale fusione con le forse naturali, in una simbiosi che va oltre la semplice convivenza. In mezzo c’è Ashitaka, principe dal cuore nobile, vittima di una maledizione e costretto ad un viaggio che lo porterà a contatto con le due fazioni, trovando pregi e difetti in entrambe.
Come dicevo, il tema centrale è la profonda essenza della natura, e il rapporto conflittuale che questa ha con gli esseri umani che, invece di riconoscersi parte di essa, la considerano un semplice sfondo alle loro azioni. Meravigliosi in questo senso sono i Kodama, piccoli spiriti della natura che guidano il protagonista nel suo primo viaggio dentro la foresta dove vive la loro divinità, il dio cervo, emanazione di tutte le forze naturali.
Il tema della natura era già stato protagonista nel primo lungometraggio prodotto dallo studio Ghibli, “Laputa: il castello nel cielo” (Tenkū no Shiro Laputa), in cui emergeva anche un altro tema molto caro a Miyazaki: l’innocenza dei bambini, spesso unico mezzo per scrutare il mondo con occhi imparziali, senza i preconcetti e i sentimenti negativi del mondo adulto.

I bambini infatti sono spesso protagonisti delle opere di Miyazaki, e proprio una bambina, Chihiro, è la protagonista de “La città incantata” (Sen to Chihiro no kamikakushi), che vale allo studio Ghibli il riconoscimento mondiale nel campo dell’animazione, e a Miyazaki l’Orso d’oro al festival del cinema di Berlino e l’Oscar per il miglior film d’animazione, entrambi nel 2001. Il film è tutto basato sulle antitesi, sugli opposti: al mondo reale si contrappone la città incantata, un mondo magico e popolato da esseri misteriosi, buoni e meno buoni, in cui la bambina si trova catapultata per caso. Ma una contrapposizione opposta è presente proprio in lei, che da bambina viziata e capricciosa nel mondo reale, è costretta a trasformarsi in ubbidiente lavoratrice alla mercè della strega Yubaba. In questo modo, dovrà confrontarsi con tematiche come l’amicizia, l’amore, l’affetto familiare e la responsabilità del lavoro, tutte cose che la guideranno nel suo percorso di crescita, insieme all’aiuto di alcuni esseri straordinari, come Aku, Kamagi l’uomo delle caldaie, la strega Zeniba e il Senza volto.

Ed ecco affacciarsi il terzo tema caro al regista, vale a dire il mondo della magia e del fantastico, di cui forse non c’è manifestazione migliore de “Il castello errante di Howl” (Howl no Ugoku Shiro), tratto dall’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones, in cui la giovane Sophie, trasformata in vecchia da una strega, incontra il leggendario mago Howl e va a vivere nel suo castello, convivendo con tutta una serie di personaggi fantastici, tra cui il principale è il fuoco Calcifer, a cui è legata l’essenza del castello e la vita stessa di Howl. Un antico patto infatti lega indissolubilmente i due, e solo l’amore che Sophie scoprirà dentro di sé potrà restituire ad entrambi due valori importantissimi: la libertà a Calcifer, l’umanità (rappresentata dal cuore) ad Howl.
Ma in questo film, un altro tema affaccia prepotente, non come semplice sfondo, ma come co-protagonista dei personaggi: la guerra. Anche questo è un tema che Miyazaki ha sempre trattato nelle sue opere precedenti, una per tutte la serie animata “Conan, il ragazzo del futuro” (Mirai Shōnen Konan). Una guerra insensata e inutile, che fa emergere il peggio da ognuno, compreso Howl, ma che però la volontà degli uomini può essere capace di fermare, come dimostra alla fine del film la maga Saliman.

E arriviamo all’ultima creatura dello studio Ghibli. Stavolta, alla regia, al padre subentra il figlio, infatti la direzione è affidata a Goro Miyazaki, anche se l’impronta del ben più noto e collaudato genitore è chiara, soprattutto nel tratto dei disegni. Il tema trattato torna ad essere quello degli equilibri delle forze naturali, costantemente perturbati dalla scelleratezza della razza umana guidata solo dall’ambizione. Protagonista è Arren, ancora una volta un giovane particolarmente complesso nell’animo, come erano stati in precedenza Ashitaka e Howl, e anche stavolta c’è al fianco una giovane ragazza che nasconde un mistero, un po’ come San in Mononoke. Però in questo film la presenza degli adulti è più importante che negli altri, visto che questi personaggi non sono dei semplici comprimari come negli altri film, ma dei veri e propri protagonisti. Spiccano, tra gli altri, Sparviere e Aracne, e soprattutto quest’ultimo, il cattivo della situazione, risulta interessante in quanto incarna un desiderio atavico dell’uomo, cioè la sconfitta della morte e l’ambizione alla vita eterna, laddove invece Sparviere e la piccola Therru rappresentano il desiderio di abbracciare la vita in tutte le sue forme e onorarla anche nel suo compimento finale, la morte. Tra questi due opposti dovrà destreggiarsi Arren, facendo fronte alle sue paure e ad un’ansia interiore che arriva a manifestarsi tangibilmente in un altro se stesso.
Non manca infine l’elemento fantastico, rappresentato dalla magia degli uomini e dai draghi. Ma non è un elemento stucchevole, attaccaticcio, anzi si armonizza benissimo con le vicende interiori dei personaggi.

Nel complesso, si può dire che il figlio ha ereditato dal padre in quanto a capacità di emozionare e coinvolgere, e aspettiamo con ansia successive conferme a questa prima, incoraggiante esperienza.
I racconti di Terramare - Il trailer