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giovedì 7 luglio 2011

Le donne dei comics - Nico Robin


Finalmente sono arrivato a leggere la storia di cui avevo visto solo alcuni spezzoni nell’anime, e che mi aveva lasciato l’amaro in bocca per non averla potuta apprezzare nella sua interezza. Nelle storie che ho letto sono sempre stato affascinato dai personaggi che avevano anche lati ambigui del carattere e della personalità, come Wolverine o Gambit, ma anche Batman per molti versi, o Gatsu. I personaggi nettamente positivi mi suscitano un buonismo che dopo un po’ diventa stucchevole, mentre quelli al margine tra bene e male sono certamente più interessanti e complessi. E interessante e complessa è senza ombra di dubbio la figura di Nico Robin.

Per chi non lo sapesse, sto parlando di uno dei personaggi di One Piece, fumetto giapponese scritto e disegnato di Eichiro Oda, che racconta le avventure di una ciurma di pirati guidati da Monkey D. Rufy detto cappello di paglia. Nico Robin è una componente della banda, ma una che si aggiunge piuttosto tardi rispetto alla formazione del gruppo originale, e che esordisce come avversaria dei protagonisti. Una donna estremamente forte, carismatica, bellissima e sicura di sé, determinata a raggiungere i suoi obiettivi. Estremamente intelligente e coltissima studiosa di archeologia, nasconde qualsiasi emozione dietro un sorriso beffardo e dissimulatore, al punto che difficilmente si può dire cosa stia provando realmente. Unitasi alla ciurma di cappello di paglia per sua stessa richiesta, viene accolta da alcuni con entusiasmo, da altri con diffidenza, ma si guadagna presto il rispetto e poi l’affetto dei compagni dimostrandosi una preziosa alleata grazie ai poteri del frutto del diavolo e alle sue enormi conoscenze.

Ma dietro quel sorriso sardonico e quella apparente noncuranza verso gli eventi che la circondano, Robin cela i segni di un tragico passato. Cresciuta come una bambina emarginata a causa dei suoi poteri, fin da piccola si dedica agli studi, nella speranza che questo possa far tornare la sua mamma partita per svelare il mistero meglio custodito della storia degli uomini. Purtroppo, a causa di uno scontro con il governo mondiale, a soli otto anni è costretta ad assistere alla morte di sua madre, allo sterminio della sua gente, alla distruzione della sua isola e della biblioteca dove era praticamente cresciuta, il tutto per opposizione a quella conoscenza della storia che tanto ardentemente aveva desiderato di ottenere. Sfuggita miracolosamente al destino della sua gente, è costretta ad una vita da ricercata, fatta di furti, sotterfugi, fughe e sacrifici, sempre braccata dalla marina e dal governo, inevitabilmente e inesorabilmente sola. Fino a che non si unisce ad una banda di criminali che vede nelle sue conoscenze di archeologa la chiave per risvegliare un’arma distruttiva senza pari. È proprio in questa occasione che avrà l’opportunità prima di scontrarsi e poi di unirsi alla ciurma di Rufy dal cappello di paglia, diventando a tutti gli effetti una pirata.

Quello che coinvolge nella storia contenuta nel quarantunesimo volume della serie è assistere alle emozioni nascoste di una bambina costretta a diventare donna troppo in fretta, privata dell’infanzia, dei suoi sogni, della famiglia, ma soprattutto del diritto ad avere degli amici. Additata come portatrice di sventura oltre che come criminale, veniva sistematicamente emarginata e isolata, senza mai la possibilità di trovare delle persone che la accogliessero come parte di un gruppo e non solo come una risorsa da sfruttare. Fino a che non incontra Rufy e i suoi, per i quali diventa una di famiglia, una compagna e un’amica, una persona per la quale vale la pena lottare, fare sacrifici, anche soffrire. Qualcosa che nessuno le aveva mai dato. E finalmente, al posto del sorriso dissimulatore di chi nasconde le emozioni, vediamo scendere le lacrime della commozione e della gratitudine nei confronti di chi è disposto a combattere e sacrificarsi per il semplice fatto che lei è parte del gruppo.


- Robin! Dimmi che vuoi vivere!
- Vivere? Credevo... di non averne alcun diritto...

mercoledì 11 maggio 2011

Enigma



Beh, che dire… niente male come titolo. Niente cattura l’attenzione come qualcosa che non si capisce bene cosa sia. Misteri, indovinelli, rompicapo, enigmi, sono capaci di suscitare una delle sensazioni innate più affascinanti dell’essere umano: la curiosità. Già solo per questo, un’opera che ha un titolo così la comprerei. Ma qualcuno potrebbe volere di più. Che ne dite di una rivisitazione del concetto di supereroe? Lo so, Alan Moore ha fatto scuola in questo senso, e dopo di lui diversi sono gli autori che si sono cimentati con vari tentativi di svecchiare questa icona della cultura pop. Uno dei miei preferiti, per esempio, è Sam Kieth, che con il suo “The Maxx” ha creato un concetto di supereroe nuovo e del tutto calato in una dimensione surreale e metafisica. Un tentativo dello stesso genere, e anche qui secondo me ben riuscito, l’ha fatto proprio Peter Milligan con questo “Enigma”.

Michael Smith è un uomo qualunque, che vive la sua vita in una spirale infinita di monotonia e insoddisfazione. L’ultima cosa che Michael potrebbe aspettarsi è di vedere comparire nella realtà che lo circonda il suo preferito tra i supereroi dei fumetti della sua infanzia. Un misterioso uomo in maschera si trova a scontrarsi con inquietanti, crudeli e del tutto folli criminali, bizzarri non solo nell’aspetto, ma soprattutto nei comportamenti e nelle intenzioni. In qualche modo Michael si rende conto che quegli eventi e quelle apparizioni sono legati a lui, e decide di partire alla ricerca della ragione di questo legame.

Se dovessi applicargli un’etichetta in una ipotetica classificazione, definirei “Enigma” un romanzo di ricerca. Non solo per quello che riguarda la trama, in cui il protagonista si trova a dover cercare il fantomatico supereroe per poter conoscere le ragioni che ne guidano le azioni, ma soprattutto dal punto di vista della ricerca interiore. Di fatto, svelare il mistero che si nasconde dietro la maschera di Enigma (questo è appunto il nome del supereroe) è la metafora del disvelamento della propria identità, sotto tutti i punti di vista dell’essere umano. Dall’identità sessuale alla coscienza sociale, fino alla capacità di progettare un futuro, Michael scopre, dietro la maschera di Enigma, il vero se stesso. Ma non c’è solo questo nell’opera di Peter Milligan e Duncan Fegredo. Senza ombra di dubbio la possiamo considerare un’opera surrealista e psichedelica, merito soprattutto della componente grafica che aggiunge un livello di narrazione ulteriore a quello della semplice parola scritta. Un vortice allucinante di colpi di scena si organizza nelle pagine di questa storia, ad un ritmo talmente incalzante che non permette al lettore di concedersi pause, merito anche di una trama particolarmente ricca di svolte inaspettate e capovolgimenti di fronte. Un ultimo aspetto degno di nota è la tematica di trasgressione che richiama al contesto socio-culturale degli anni Novanta, e che certamente ha contribuito a influenzare almeno una parte dei messaggi trasmessi dall’opera. Un’opera che vale la pena leggere e conservare come esempio di grande romanzo a fumetti.

venerdì 11 marzo 2011

Signor nessuno

Quello dell’invisibilità è un tema molto sfruttato dagli scrittori che scelgono come tematiche delle loro storie quelle legate al sovrannaturale. Senza sforzare troppo la memoria, riesco a ricordare H. G. Welles, anche se devo confessare che purtroppo non ho ancora avuto occasione di leggere le sue opere, ma mi riprometto di farlo appena possibile. È proprio al romanzo di Welles che si è ispirato Jeff Lemire nello scrivere questa graphic novel, almeno da quello che si può leggere in quarta di copertina, riprendendone il tema fondamentale e trasponendolo in un’opera a fumetti piuttosto particolare.

Avete presente quelle piccole cittadine della provincia nord americana, quelle immerse nella neve otto mesi all’anno, quelle dove all’ingresso c’è il cartello con scritto ‘Benvenuti a ... Patria del... Abitanti n°...’? Quelle dove tutti conoscono tutti, tutti hanno qualche segreto, e soprattutto dove non succede mai niente, ma proprio niente? Large Mouth è esattamente una di quelle. Figuratevi quello che può succedere quando a suonare il campanello del bancone dell’unico motel si presenta un tizio interamente coperto di bende, che si chiude nella sua camera per interi giorni ed esce solo qualche minuto per procurarsi il cibo. È ovvio che tutti cominciano a parlare. Chi sarà, perché è conciato in quel modo, cosa è venuto a fare... le classiche domande da strano forestiero appena arrivato. Ma insieme a queste comincia a insinuarsi nella mente degli abitanti il tarlo della paranoia, che li porta a pensare che il mite e taciturno John Griffen possa essere un criminale in fuga che cerca di nascondere il suo volto da ricercato. Solo una persona non sembra impaurita dal forestiero, anzi ne è incuriosita, al punto da cercare timidamente di entrare in contatto con lui: la giovane Vickie, una adolescente solitaria e un po’ in contrasto con la mentalità provinciale del padre.

La storia tessuta da Lemire risulta piacevole e piena di spunti di riflessione, in particolare è interessante vedere come un evento del tutto normale come l’arrivo di una persona in un albergo possa, in base ad alcune caratteristiche, arrivare a turbare l’equilibrio sociale di una intera comunità. La paura per il diverso e lo sconosciuto è il tema conduttore di tutta la storia, ma è interessante anche vedere come è composto lo stato d’animo di questo personaggio, palesemente tormentato dai rimorsi e in fuga dal passato, alla spasmodica ricerca non solo di una soluzione per il male che lo affligge, ma soprattutto di un luogo dove essere lasciato in pace.

Molto bello infine il tratto grafico, di cui è autore lo stesso Lemire, che con una piacevole scelta tricromatica (bianco, nero e blu) riesce a rendere alla perfezione le atmosfere ambientali e psicologiche della storia pur mantenendo una impostazione molto classica e equilibrata della tavola. In definitiva, un bel romanzo grafico che merita appieno l’edizione rilegata e cartonata che le è stata data. Speriamo di vedere presto in Italia altre opere dello stesso autore.

giovedì 24 febbraio 2011

Disegnatori a Mantova!

Purtroppo non ci sarò a Mantova comics, perché tra il lavoro che non concede tregue e il fatto che tutte le fiere fumettistiche sono lontane da Palermo, non mi è proprio possibile. Però ho seguito in rete un po’ di annunci sulla manifestazione, e mi fa piacere segnalare la presenza del gruppo di disegnatori che va sotto il nome di Drawers, che ho avuto il piacere di conoscere e apprezzare allo scorso “Lucca comics & games”. Da allora seguo con piacere gli aggiornamenti che i vari disegnatori pubblicano sui profili dei social network o sui blog personali. E con lo stesso piacere voglio comunicare a quegli sventurati che capitano su queste pagine la loro presenza nella fiera mantovana. E lo faccio cun l’ultima trovata che si sono inventati, cioè utilizzare come avatar di Facebook un disegno a sviluppo verticale che pubblicizza l’evento, ognuno con un proprio disegno. Mi scuso in partenza se non li inserisco tutti, ma ci tenevo a rendere omaggio a quelle persone con le quali ho avuto il piacere di scambiare qualche parola tra un disegno e l’altro. E se il mio emissario in terra lombarda riuscirà, anche con l’uso estremo della forza, a strappare un disegno a qualcuno mentre svolge la commissione che gli ho assegnato (l’acquisto del nuovo sketch book), colgo l’occasione per ringraziare in anticipo e pubblicamente! Buon lavoro a tutti i fabbricanti di sogni! E un augurio particolare a D.D.M. per la sua laurea di cui ho avuto recente notizia!





























































sabato 8 gennaio 2011

Kill your boyfriend

Stavolta, piuttosto che con il Morrison visionario e allucinato con il quale siamo abituati ad avere a che fare, siamo alle prese con quello cinico e spietatamente critico nei confronti della società. Quello della prima parte di “Animal man”, o delle prime cinque o sei pagine di “The Invisibles”, per intenderci. Non ci sono dialoghi assurdi, non ci sono creature dall’improbabile natura, non ci sono nemmeno supereroi. C’è solo una ragazza adolescente, anonima e annoiata, dalla vita monotona e totalmente prevedibile, immersa nei cliché della società piccolo borghese di un quartiere bene, dove la più grande preoccupazione familiare è cosa potrebbero pensare i vicini. Ad un certo punto questa ragazza vede piombare nella sua vita il classico teppista, selvaggio e irresistibile, che le mette davanti le possibilità di una vita vissuta ben oltre i confini della legalità e del buon costume. Il tipico ragazzo spedito (letteralmente) ad un orfanotrofio appena nato, dentro una scatola di cartone di cui gli hanno consegnato i francobolli, cresciuto poco e male, e per il quale sesso, alcol, droga e armi sono le uniche ragioni di vita. È ovvio che una presenza disturbante come questa non può non avere un qualche effetto sulla vita di una ragazza in un periodo complicato e pericoloso come l’adolescenza. Che fare? Continuare la sua vita di privazioni e banalità come se nulla fosse, o uccidere il proprio ragazzo e darsi alla fuga, senza sapere dove andare, inseguiti dalla polizia, e avendo come unico scopo quello di trascorrere un lampo di pura incoscienza e vitalità?

Spietato e dissacrante come pochi sanno essere, Grant Morrison non perde l’occasione di criticare ogni aspetto ipocrita della società contemporanea, dalla famiglia benpensante e perbenista che ha anche qualche scheletruccio nell’armadio di cui però non si deve parlare, ai finti anarchici e rivoluzionari, che sotto il velo della contestazione artistica nascondono solo un mucchio di parole vuote e la concreta e paralizzante paura che impedisce quasi sempre di agire a coloro che spendono molto tempo a parlare. Alla fine, la vera rivoluzione (se così si può definire il suo atto conclusivo) la farà proprio quel delinquente, con una bomba a mano che era destinata ad essere solo un’immagine simbolica e concettuale. E se dieci anni possono essere sufficienti a trasformare un’adolescente in una brava mammina, non è detto che la lezione insegnatale dal poco di buono di cui si era innamorata, quella del prendere in mano la propria vita e cambiarla, con ogni mezzo, lecito o illecito che sia, non possa ancora dare i suoi frutti.

giovedì 9 dicembre 2010

Northlanders

L’epopea delle terre del nord creata da Brian Wood circa un anno fa è ormai giunta al terzo volume, il che consente di avere a disposizione un po’ di materiale di cui parlare. La cosmogonia dei popoli del Nordeuropa ha sempre costituito un terreno fertile per narratori di tutti i tipi, pensiamo per esempio alle decine di romanzi dal sapore fantasy ma allo stesso tempo calati nella storia reale che hanno per protagonisti i Celti, i Sassoni o i Vichinghi. Un altro esempio potrebbe essere l’ultimo capitolo della saga di Tomb Raider, dove la protagonista Lara Croft si trova catapultata in una avventura intrisa, dall’inizio alla fine, della mitologia vichinga. Non ultimo, il mondo del fumetto ha negli anni attinto a piene mani da questo pantheon, ricordiamo ad esempio il mitico Thor della Marvel comics.

In questo contesto si inserisce anche “Northlanders”, una saga in più parti che ha per protagonisti i popoli del nord. Tuttavia, rispetto al passato, questa serie mostra delle caratteristiche peculiari. La più significativa, a mio modo di vedere, è che abbiamo di fronte storie che hanno per protagonisti personaggi reali inseriti in un periodo storico ben preciso, vale a dire il primo Medioevo. Non abbiamo a che fare con supereroi, demoni, spiriti, folletti o quant’altro, ma con soldati, navigatori, contadini, sicari, esploratori, mercanti, monaci. Di fatto, leggiamo la cronaca romanzata di quella che era la vita reale di quei popoli in quel periodo storico. Le spedizioni vichinghe e le loro scorribande lungo le coste della Francia e dell’Inghilterra, le rivalità tra possidenti terrieri che davano origine a faide lunghe decenni, i tentativi di conversione alla ‘vera fede’ dei popoli definiti barbari da parte dei monaci missionari in quelle terre lontane. Tutto questo raccontato come sfondo alle vicende di singoli personaggi, che si alternano nei vari capitoli dello stesso palcoscenico, le fredde e desolate terre dell’Europa del nord. Forse è proprio questo che rende coinvolgenti queste storie: il mondo in cui sono ambientate. Il fascino di qualcosa di sconosciuto, di lontano, di profondamente diverso da quello che siamo abituati a vedere affacciandoci dalle nostre finestre. Valli di neve bianca che si estendono a perdita d’occhio, foreste talmente fitte che non vi penetrano neanche i raggi del sole, mari in tempesta che scuotono le navi con le vele squarciate dal vento. E in mezzo a tutto questo, uomini e donne che si confrontano con forze ben più grandi di loro, in un mondo dove tutto, perfino un letto su cui riposare, rappresenta una sfida prima e una conquista poi.

Una bella saga, orchestrata in maniera interessante da Brian Wood, coordinatore di una varietà di disegnatori (tra i quali un cenno merita l’italianissimo Davide Gianfelice, autore del primo volume) che hanno saputo adattare molto bene i loro tratti alle atmosfere narrate. Una lettura che potrebbe interessare chi, come me, subisce il fascino delle terre del nord e della loro caratteristica peculiare: il freddo.

sabato 13 novembre 2010

Lucca Comics & Games 2010

Seconda esperienza al Lucca Comics, che si conferma essere una manifestazione coinvolgente per chi come me è appassionato del mondo del fumetto e delle arti grafiche e narrative in generale. Come è ovvio, l’entusiasmo e lo stupore dell’anno scorso sono un po’ scemati, in fondo quest’anno sapevo cosa mi aspettava, ma nonostante questo sono tornato piacevolmente soddisfatto. Tanto per cominciare, per motivi lavorativi e di studio, buona parte dei miei amici è attualmente lontana dalla Sicilia, per cui Lucca ha significato poterci rivedere e passare quattro giorni in compagnia, e anche solo per questo ne è valsa la pena. Seconda considerazione, per chi vive in una realtà come la mia, dove il mercato del fumetto e dell’animazione è relegato a piccole nicchie che a stento sopravvivono, agonizzando nella difficile situazione economica generale, una fiera come quella di Lucca rappresenta una boccata d’ossigeno, mettendo a disposizione una quantità e una varietà di roba che è difficile da descrivere. Terzo, e non ultimo, ci sono gli autori, che per chi è abituato a pensarli come figure astratte dedite solo al disegno, molto meno reali dei personaggi che realizzano su carta, rappresentano una attrattiva non indifferente. Su questo ultimo punto, però, vorrei fare delle considerazioni.

Come mi faceva notare qualcuno, da una fiera come il Lucca Comics, una delle più importanti manifestazioni d’Europa inerenti il fumetto, ci si potrebbe aspettare qualche grosso nome in più. In effetti, l’improvvisa e imprevista assenza di Grant Morrison ha privato la fiera di una delle grosse attrattive di quest’anno. Tuttavia, da qui a dire che non c’è proprio nessuno ce ne vuole! Tanto per dire un paio di nomi, si sono visti Mike Allred, Gary Frank, Ken Niimura, Scott Morse, che certamente non sono gli ultimi arrivati nel panorama del fumetto mondiale. In più, aggiungiamoci una nutrita schiera di autori italiani, operanti sia in patria che all’estero, che hanno arricchito i vari stand con la loro presenza e i loro sketches. Quest’ultimo è forse uno dei punti dolenti di quest’anno, se la vediamo nell’ottica puramente italiana della fiera. Di fatto, non c’è più nessuno che disegna gratis. Fino all’anno scorso, bastava avvicinarsi a un tizio con la matita e al peggio fare un po’ di coda per avere un disegno. Al massimo, gli editori che ospitavano l’autore chiedevano di comprare l’albo presentato come novità. Quest’anno, invece, non solo quest’ultima è diventata una regola, ma addirittura comincia a prendere piede l’abitudine alla commissione, nello stesso stile delle convention americane in cui gli autori hanno, fuori dai loro stand, una sorta di listino prezzi a seconda del tipo di disegno richiesto. Da un certo punto di vista, questo restituisce dignità ad un lavoro che veniva visto come un qualcosa di dovuto nei confronti di chi si avvicinava allo stand, quando in altri posti, per lo stesso tipo di lavoro, i disegnatori vengono strapagati. Dall’altro, però, bisogna fare i conti con le illusioni di chi, con gli occhi estasiati, guarda quelle linee uscire fuori dalle dita e prendere la forma dei personaggi tanto amati, e che si vede privato di questo piacere dal fatto che non si può permettere di pagare cinquanta euro o più per un disegno.

Proprio in questo discorso si inserisce la piacevole scoperta di quest’anno, vale a dire lo stand dei Drawers, una combriccola di simpatici personaggi che ha deciso di prendersi un piccolo spazio dedicato solo al disegno. Unica merce in vendita, delle stampe degli autori presenti, che si alternavano nei vari orari e facevano disegni a tutti quelli che ne acquistavano anche una sola. Come premio a chi acquistava un folder con tutte le stampe a tema Halloween, la partecipazione alla estrazione finale di tre gruppi di originali, nella quale, con mia grande gioia, sono stato il primo ad essere sorteggiato! Ma al di là del premio, la cosa che mi ha veramente fatto piacere è stata trovare un ambiente allegro e divertente, proprio come io mi aspetto che sia un luogo dove nascono i fumetti. È qui che ho conosciuto Daniela, Alessia, Luca, Sabrina, Enrico, Andrea, Elena, e tanti altri maestri della linea e del colore. Tutto sommato, è proprio questo che cerco a Lucca: conoscere le persone che creano i sogni. E poi, parafrasando una ben nota pubblicità, vedere D.D.M. che mangia un cornetto alle nove di mattina mentre disegna non ha prezzo!

martedì 26 ottobre 2010

Siamo solo all'inizio! Anzi, ancora prima!


Non abbiamo neanche cominciato, e guarda qua che roba! Fuguratevi quando torno! Grazie ancora, Lobo (detto anche Giuseppe)! ^^

sabato 16 ottobre 2010

Here they come!



















Eccoli che arrivano! È una frase tipica di film d’azione, il buono che guarda in lontananza un folto gruppo di nemici che si avvicina, esaltato dal desiderio di confrontarsi con loro, eccitato al pensiero della sfida. Anche per me è lo stesso. Quel mucchio selvaggio di carta colorata si avvicina a grandi passi, inesorabile, incontrastato. Il 29 ottobre si apriranno i cancelli della fantasia, come accade una sola volta ogni anno, lasciando entrare tutti coloro che saranno così pazzi da avventurarsi in un mondo di caos, esaltazione, divertimento, magia. Personaggi ai confini con la realtà quotidiana, se non ben oltre, che nei giorni normali si nascondono dietro la facciata di sceneggiatori e disegnatori, ma che in quei quattro giorni si trasformano in creature dalla dubbia natura, circondate da altre ancora più strane, per aspetto e comportamenti. Uno di questi sarò io. Lucca sta arrivando. Ne rimmarrà uno solo!








giovedì 16 settembre 2010

Il mistero di Dio

Finalmente vede la luce la ristampa di questa graphic novel della Vertigo, la linea che si potrebbe definire ‘impegnata’ della DC Comics. Una storia partorita dalla mente del visionario Grant Morrison e impressa su carta dal meraviglioso disegnatore (ma definirlo così è riduttivo) John J. Muth, una storia che per le sue qualità narrative è considerata una delle più ambiziose tra quelle dell’autore scozzese.

Nella tranquilla, monotona e piccolo borghese cittadina di Townely va in scena una rappresentazione teatrale di alcuni episodi della Bibbia, ma durante la prima serata, la Genesi, l’attore che interpreta Dio viene ucciso. Inizia così un’indagine che dovrà necessariamente portare a un colpevole, perché una comunità così per bene non può accettare che al suo interno si nasconda un assassino. Di questa indagine viene incaricato uno strano detective di città, taciturno, sospettoso, che va in giro sempre intabarrato in un impermeabile nero. Un detective convinto che questo non sia un normale delitto di paese, alla base del quale ci possono essere soldi, o corna, o delinquenza varia. Il detective Carpenter è convinto che la componente simbolica giochi un ruolo fondamentale in questa storia, e il suo compito deve essere non solo quello di trovare tutti i pezzi del puzzle, ma anche di metterli insieme e di trovare infine la giusta distanza da cui guardare il disegno finale. Qualcuno ha ucciso Dio. Non è una cosa che succede tutti i giorni. E nella tranquilla, monotona e piccolo borghese cittadina di Townely, più di una persona ha qualche macchia nel proprio passato. A cominciare dal detective Carpenter.

Ancora una volta, Grant Morrison dà prova di sapersi muovere alla perfezione in un mondo fatto di follia e simbolismo, dove tutte le ossessioni dell’uomo (forse, le sue ossessioni?) prendono forma e sostanza, al punto che il quadro d’insieme cambia in continuazione a seconda di quale sia il paio d’occhi che lo sta guardando in quel momento. Un viaggio onirico e intimista in alcuni passaggi, crudelmente reale in altri, scandito meravigliosamente dalle tavole ad acquerello di Muth, che ci regala un vero e proprio quadro ad ogni pagina. E non sperate troppo intensamente di scoprire chi ha ucciso Dio. Mai fidarsi di uno scrittore, mente per mestiere.

martedì 17 agosto 2010

Casi violenti

Neil Gaiman e Dave McKean sono due grandi del fumetto internazionale. Ma come tutti i grandi, anche loro hanno avuto un principio, e si dà il caso che il principio (o quasi) di questi due sia proprio questa storia. Gaiman era un giornalista alle prime armi, McKean un illustratore che iniziava a mostrare il suo portfolio in giro, stiamo parlando di circa venticinque anni fa, ed era l’Inghilterra in cui fiorivano artisti del calibro di Alan Moore e Bill Sienkiewicz. Si conoscono per caso, reclutati dalla stessa rivista che conoscerà una fortuna alquanto misera, e si scoprono entrambi convinti che il fumetto può essere un mezzo di comunicazione ben più potente e ‘adulto’ di quanto non fosse stato fino ad allora. Così cominciano a pensare, e nasce l’idea di realizzare e pubblicare su “Escape” una storia breve, che alla fine tanto breve non si rivelerà, crescendo da cinque a quarantaquattro pagine in corso d’opera. Questa storia è “Casi violenti”.

La storia non è altro che la rievocazione di un incontro avvenuto durante l’infanzia del narratore, tra lui e un osteopata che dice di essere stato al servizio di Al Capone. Come spesso accade con la memoria, alcuni ricordi sono confusi e sfumati, altri precisi e nitidi, e tutti vengono filtrati dalla mente di un bambino con la sua personalissima scala di valori e significati. Così, l’Inghilterra degli anni Sessanta si alterna con L’America degli anni Venti, quelli del proibizionismo e dei gangster, e le due realtà poco a poco si fondono, fino a formare un affresco indistinto che è una sentita e profonda riflessione sul concetto di Male.

In parte memorie dell’infanzia, in parte ricostruzioni di un’epoca violenta che ha segnato la storia, il tutto legato da un’alchimia magica che trascende il tempo e lega in frammenti con fili tanto resistenti quanto impercettibili. Un’opera che è capace di evocare sentimenti e sensazioni inusuali in modi altrettanto inusuali. La narrazione di Gaiman si amalgama alla perfezione all’illustrazione innovativa e avveniristica (per l’epoca) di McKean in un sodalizio che non solo la rende ancora adesso un’opera di grande pregio, ma che getta le basi per tutti quelli che saranno i lavori futuri dei due artisti, sia insieme che separatamente. Da quest’opera nasceranno cose come “Sandman”, “Cages”, “Mr. Punch”, e tutto quello che in questi ultimi venticinque anni, i due autori sono stati capaci di produrre, anche solo per aver rappresentato il punto di inizio di tutto questo non possiamo esimerci dall’obbligo di leggere e apprezzare questa graphic novel.

sabato 24 luglio 2010

Air - Lettere da nazioni perdute

In un mondo in cui è diventato sempre più difficile leggere storie innovative e interessanti, questo fumetto mi ha piacevolmente colpito. Comprato più che altro per i commenti che grandi autori del mondo del fumetto avevano rilasciato e che sono stati riportati in copertina, si è rivelato un degnissimo primo volume di quella che potrebbe essere una serie molto interessante, e che, nel piattume delle opere a fumetti di questi ultimi periodi, dove solo pochi riescono a svettare su un pantano di mediocrità, secondo me merita di essere seguita nei suoi prossimi appuntamenti.

La protagonista della storia, Blythe, è una assistente di volo di quella che sembra essere una normale compagnia aerea, con il piccolo particolare che Blythe è acrofobica, cioè ha paura delle altezze. Cosa strana, per una persona che ha scelto di passare per mestiere gran parte della sua vita su degli aerei in volo. A un certo punto, compare nella sua vita uno strano personaggio, che sembra cambiare identità come una persona normale cambierebbe la maglietta, e che si trova spesso nelle sue vicinanze. Con l’allarme terrorismo sempre ai massimi livelli, non c’è da stupirsi che la cosa desti più di qualche sospetto. Ma parallelamente a questo, Blythe e la compagnia aerea per cui lavora sembrano essere oggetto delle attenzioni di un misterioso gruppo di persone che, almeno secondo quello che dicono, sembrano intenzionate a combattere la minaccia del terrorismo aereo con metodi piuttosto sbrigativi e violenti. Ma le cose stanno realmente così? Tutti sono quello che sembrano o dicono di essere? E quali misteri nasconde la compagnia aerea Clearfleet, dato che il criterio che regola le assunzioni del personale sembra essere la stranezza? Guidata da messaggi in codice, sentimenti contrastanti e apparizioni oniriche, Blythe dovrà dimostrarsi capace di compiere evoluzioni aeree molto impegnative per non precipitare o schiantarsi e raggiungere sana e salva la sua destinazione (scusate la metafora aeroplanistica!). E sapere quale questa sia sarebbe già un grosso passo avanti.



Scritto da G. Willow Wilson e disegnato da M. K. Parker, la serie “Air” ha saputo dimostrare uno spessore narrativo non comune per il panorama fumettistico attuale, muovendosi con il giusto equilibrio tra fantasy e realismo, tra satira sociale e azione, tra ironia e dramma, una miscela di elementi che gli hanno fatto guadagnare commenti di apprezzamento da autori del calibro di Neil Gaiman, Brian Wood, Gail Simone, Brian Azzarello, e molti altri tra autori e riviste di narrativa, oltre a numerose nomination agli Eisner Awards. Aspettiamo di vedere se gli autori saranno in grado di mantenere questa qualità narrativa e grafica che hanno espresso nel primo volume. Ma, ad essere onesti, per la mia piccola e per nulla professionistica opinione, le premesse ci sono tutte.

lunedì 12 luglio 2010

Le [di]visioni imperfette

Mi piacciono i fumetti classici, e questa non è una novità. Chi frequenta queste pagine si sarà accorto che non sono mai stato particolarmente interessato ai prodotti underground, o estremamente concettuali, o dall’altro lato iperrealisti. Per me, l’immaginario, il fantastico, l’irreale sono ingredienti fondamentali di un’opera a fumetti, e anche se ho apprezzato in passato cose come “Maus” o “Uomo faber”, i miei generi preferiti rimangono comunque altri. Allora vi chiederete: “Che diavolo ci fai con un fumetto di Makkox?”. La risposta è molteplice e forse suonerà un po’ incoerente con quello che ho detto finora, ma, a dirla tutta, non me ne frega proprio niente.

Cominciamo dal fatto che per me i titoli sono molto importanti nella scelta di qualcosa, quantomeno nel catturare l’attenzione nel momento iniziale, e quelle parentesi quadre a incarcerare il “di”, creando un doppio titolo – Le divisioni o Le visioni? – mi aveva molto colpito. Poi avevo letto un po’ di vignette passate in giro per il web, e mi erano piaciute. Terzo, un po’ di tempo fa avevo colto un fuori onda, in cui l’amico Salvatore, parlando con qualcuno che adesso non ricordo chi fosse, prendeva in mano questo volume e diceva: “Questo, per adesso, è il mio autore preferito”. Insomma, c’erano abbastanza motivi per leggere questo volumetto. Il colpo di grazia alla indecisione l’ha dato la notizia che l’autore sarebbe venuto in fumetteria per autografi, disegni, chiacchiere e sfincione (cui poi si è aggiunta anche la caponata), per cui non ho avuto più nessun appiglio per rinunciare. Ecco come “Le [di]visioni imperfette” è finito nella mia libreria.

Ma ora devo parlare del fumetto, e qui le cose si complicano. Marco Dambrosio (Makkox per gli amici), per sua stessa ammissione, prende molto spunto dalla televisione e in particolare dalle serie televisive. E in effetti, non so se questa ‘cosa’ si possa definire un vero e proprio fumetto. L’introduzione di Recchioni ci fa sapere che in realtà rappresenta una raccolta di tavole, legate da un unico filo narrativo, che continua una serie iniziata sul web e misteriosamente interrotta. Tuttavia la storia è godibilissima anche entrando in sala quando inizia il secondo tempo. Ci caliamo subito nelle vicende complicate e realissime di Piero, Roberto, Sveva e Mirella, personaggi, o forse persone, che è difficile capire quanto siano inventate e quanto reali (questo forse non lo sa neanche il buon Marco...). la narrazione telegrafica, incisiva, i continui cambi di scena, il costante arrivo di personaggi che non conosciamo e che compaiono come se tutti sapessero chi sono, tutto contribuisce a mantenere alta l’attenzione e costringe a girare tavola dopo tavola, soffermandosi su ognuna giusto il tempo necessario per ammirare i tratti e gli acquerelli che danno un contrasto bellissimo tra irrealtà grafica ed estremo realismo narrativo.

Ma il punto di forza del volume, secondo me, è la seconda parte, il capitolo “Le divisioni interrotte”, dove l’autore rende davvero la sua opera una fiction, con scene tagliate in cui i personaggi diventano dei veri attori che commentano il modo in cui è finita la serie, cioè la morte dello sceneggiatore. Una carica narrativa davvero invidiabile quella che Makkox esprime in queste ultime dodici tavole. Anche solo per queste, vale la pena di leggere quest’opera. E poi, mi ha anche fatto il disegno sul foglio!

venerdì 9 luglio 2010

All star Superman


Non sono mai stato e non credo che sarò mai un fan di Superman, ma non c’è dubbio che rappresenta una pietra miliare della storia del fumetto e dei supereroi. Leggo alcune storie dell’uomo d’acciaio più che altro per avere un quadro completo dell’universo DC, dove sicuramente gioca un ruolo di protagonista e spesso compare in eventi legati ad altri personaggi. Vi chiederete allora perché io abbia deciso di comprare un volume che raccoglie una miniserie fuori collana e fuori continuty, senza nessun aggancio a particolari saghe o eventi attuali o passati. Beh, sarò onesto, l’unica ragione iniziale è rappresentata dal team creativo. Grant Morrison per me fa parte di una trinità inviolabile del mondo del fumetto, anche con i suoi alti e bassi narrativi (gli altri due sono Alan moore e Neil Gaiman). Senza nulla togliere ad altri autori di grande levatura, sia del passato che del presente panorama fumettistico americano, questi tre riescono sempre a trovare motivi narrativi che non posso fare a meno di ammirare e invidiare. Quando accade che Morrison si unisce a Frank Quitely, la cosa acquista ancora di più un carattere imperativo, perché, sebbene il mio gusto per il disegno sia più legato a un’impostazione classica del fumetto (uno stile fratelli Kubert, per capirci), e le tavole di Quitely possono dirsi tutto fuorché classiche, i due insieme formano un’accoppiata vincente sotto tutti i punti di vista. Sarà per una questione geografica (entrambi scozzesi, entrambi di Glasgow), non lo so, fatto sta che già sugli X-Men, e adesso in questa miniserie di Superman, così come in altre opere forse meno note, quali “Flex Mentallo” e “We3”, i due insieme acquistano uno storytelling armonioso e coinvolgente nonostante si discostino molto, narrativamente il primo, graficamente il secondo, dalla tradizione.

Tuttavia, mi è bastato arrivare in fondo all’introduzione per sospettare che ci doveva essere qualcosa di più. questo sospetto è sorto quando ho letto che un certo Mark Waid, firmatario di questa introduzione, affermava di aver letto ogni storia mai scritta di Superman e di non averne mai lette di migliori. Considerando che il buon Mark ha praticamente scandito la sua intera vita a colpi di storie dell’universo DC, credo che la sua frase sia ben più di un’opinione. Poi l’ho letto. E credo di poter dire che questo è un volume che non può mancare nella libreria di nessun appassionato dell’uomo d’acciaio. Come al solito, con Grant Morrison niente è facile, quindi non mi sentirei di consigliare questa storia agli amanti di letture lineari, o con ampi spazi per l’azione pura e semplice. Qui abbiamo a che fare con una storia sottile e complessa, e a volte ci sembrerà di non capire certe frasi, certi scambi di battute, avremo la sensazione di aver saltato una pagina. È una storia che va letta, metabolizzata, e poi riletta con grandissima attenzione ai più piccoli dettagli, sia narrativi che grafici, che si intrecciano oltrepassando il limite fisico del capitolo in corso, tanto che una frase delle prime pagine può essere compresa solo dopo aver letto le ultime due. Tutta la storia è ricca di questi artifici, che la impreziosiscono anche dal punto di vista del messaggio generale. Mi sentirei di poter dire, da non appassionato dell’eroe in questione, che questa storia spiega a tutti chi è Superman, che cosa rappresenta per il mondo e che cosa il mondo rappresenta per lui. Leggetela. E non vi preoccupate se Superman sta morendo. Come dice Lois Lane nell’ultimo capitolo, quando avrà finito di fare quello che sta facendo, Superman tornerà.

giovedì 10 giugno 2010

Fumetti e fumettari


Forse con un po’ di ritardo, anche questo blog si unisce alla campagna di sostegno per la fumetteria palermitana AltroQuando. Ma prima un po’ di storia (ma proprio poca poca).

AltroQuando nasce a Palermo nel 1991, in una città in cui se dicevi fumetteria ti prendevano per drogato (il termine veniva confuso con fumeria d’oppio in puro stile China Town!), ed è la prima libreria specializzata in fumetti di Palermo. Non mantiene un campo ristretto ad un solo genere ma si allarga a tutto quello che il mercato italiano, e a volte anche quello internazionale, del fumetto offrono. Nel 2001 mi immatricolo all’università, e pochi mesi dopo comincio a frequentare questo luogo che mi appare come una chimera. Nella mia realtà di paese, l’idea di un negozio specializzato in fumetti era un’utopia. Da quel momento è responsabile di un buon 70% delle uscite del mio bilancio economico.

Ma questo non è bastato. Io non sono né un poliziotto, né un avvocato, né un giudice, quindi non farò né accuse né apologie, e non voglio nemmeno fare il medico, in questa occasione, cercando una causa per attuare poi una cura. Voglio fare la persona. Una persona che da anni vive di lettura e per cui la lettura dei fumetti è parte integrante della vita quotidiana. AltroQuando mi ha dato la possibilità di fare questo in modo più approfondito e variegato di quanto non facessi prima. Che sia un problema limitato all’immediatezza di alcune scadenze o proiettato più sul lungo periodo poco importa. Importa il fatto che proteggere questa attività dall’imminente chiusura non vuol dire solo permettere a chi la gestisce di continuare a fare il suo lavoro con passione. Significa lasciare a tutta la città la possibilità di attingere a una risorsa da non sottovalutare nell’economia della cultura quotidiana. Sarebbe come lasciar chiudere un teatro, un cinema, un museo. Giusto per fare un esempio, tutto quello che riguarda i fumetti che avete letto su queste pagine attinge a prodotti che vengono da AltroQuando. Molti si stanno dando da fare. Molti altri potrebbero farlo. Per tutte le informazioni pratiche, qui sotto ecco un elenco di link utili.














Il collezionista di sogni

Storia curiosa, quella di questo romanzo a fumetti ad opera di Enrique Breccia, che avevo già avuto modo di apprezzare come disegnatore in “Lovecraft”. Qui, in veste anche di scrittore, propone i primi capitoli dell’opera a un editore spagnolo, che in seguito rescinde il contratto, motivo per cui Breccia lo ripropone ad un autore argentino, che lo lascia assolutamente libero di impostare il racconto come voleva. Da questo ha origine quella minima discrepanza che notiamo nel passaggio dai primi quattro capitoli ai successivi, dove si legge un maggiore legame con la sua patria.

In un luogo al di fuori del tempo e dello spazio, l’unica cosa che mantiene vivi gli spiriti degli uomini è la lotta. E quando ci si rende conto che si può superare la lotta abbracciando la pace, l’umanità viene investita dalla piaga della ‘peste sottile’, una noia mortale che uccide in poco tempo tutti quelli che contagia. I luminari dell’epoca decidono che l’unico modo per combattere la peste è il Sir-ko Roman-ho, in cui uomini e animali si affrontano per il divertimento degli spettatori. Così, viene ingaggiato Nato, un mercenario, che da quel momento sarà chiamato Il collezionista di sogni, incaricato di andare alla ricerca di Mister Hyde, del Lupo mannaro, del Minotauro, e di altri personaggi mitologici da far combattere nel Sir-ko. Comincia così il suo lungo viaggio attraverso i luoghi più disparati della realtà, dall’isola di Creta alla Londra vittoriana, passando per luoghi del tutto al di fuori del tempo e dello spazio, fino all’approdo su un’isola di ristoro che non rappresenta un epilogo ma solo l’inizio di un nuovo viaggio.

Scritta e disegnata in maniera magistrale, quest’opera è a pieno titolo considerata la più personale tra quelle di Enrique Breccia, in quanto l’averla prodotta e pubblicata nel suo paese natale gli ha dato modo di metterci dentro non solo la sua personalissima visione del mondo e della vita, ma soprattutto della storia moderna e contemporanea che ha visto come protagonista il suo paese, l’Argentina. Soprattutto nella parte centrale del racconto, infatti, leggiamo una profonda critica al golpe militare che ha portato al regime che per molti anni ha retto le sorti del paese, e soprattutto alla distruttiva influenza che i vicini Stati Uniti hanno esercitato con la loro politica neo-imperialista, dove la musica rock ha ucciso le melodie delle canzoni popolari argentine e dove pochi privilegiati hanno svenduto le risorse del paese per il loro tornaconto, senza curarsi delle tradizioni e della cultura del loro stesso popolo. Con un profondo senso di rammarico, leggiamo un Breccia turbato anche dalla incapacità politica di quanti, nelle intenzioni o nelle parole, avrebbero dovuto opporsi a questi eventi, e che di fatto non ne sono stati capaci.

Un viaggio onirico verso mondi fantastici e tempi remoti che scopriamo essere profondamente legati alla nostra realtà quotidiana. Un capolavoro del maestro argentino del chiaroscuro e della china, ma anche della parola.

lunedì 24 maggio 2010

Cos'è successo al Cavaliere oscuro?

Immagino sia la storia che tutti vorrebbero scrivere, ma anche quella che nessuno vorrebbe mai scrivere. Così come chi ama una persona considera un grande onore pronunciarne l’orazione funebre, ma allo stesso tempo non vorrebbe mai farlo perché significherebbe che quella persona è morta, allo stesso modo scrivere l’ultima storia di Batman deve essere un onore e un peso indescrivibili. Però tutto questo presuppone che Batman possa morire, cosa di cui Neil Gaiman non sembra essere così sicuro. Ed è proprio per questo che Batman muore. Un sacco di volte. Bene, adesso che siete tutti veramente confusi, possiamo parlare di “Batman – Cos’è successo al Cavaliere oscuro?”, una storia in cui Gaiman dà prova della sua grande fantasia miscelata ad un profondo e sentito legame con il personaggio e gli autori che nel corso di settant’anni ne hanno raccontato le storie, cimentandosi allo stesso tempo con un contesto che non è propriamente il suo, quello in cui l’autore inglese si sente più a suo agio, vale a dire il fantasy. Se esiste il contrario si fantasy, questo è proprio Gotham city, e se dovessi pensare al contrario di Sogno, credo che lo chiamerei Batman. Ci sono un sacco di eroi, e un sacco di supereroi, però è strano trovare un supereroe che non abbia niente di super, anzi, ce n’è uno soltanto: Batman. In mezzo a un tizio che può far esplodere un pianeta con gli occhi, ad uno che corre alla velocità della luce, uno che legge nel pensiero ed uno che dà forma alla sua volontà, ce n’è uno che lancia strani aggeggi a forma di ali di pipistrello, che per arrampicarsi ha bisogno di una fune, che se gli sparano sanguina. Eppure è il più forte in assoluto. Quando l’hanno accusato di essere peggio dei peggiori criminali, ha risposto che si sbagliavano, che lui era quello che stava tra i peggiori criminali e la città. Quando gli hanno detto che se fosse tornato a Gotham l’avrebbero ucciso, ha sorriso, dicendo che provando ad uccidere lui, non avrebbero potuto uccidere persone innocenti, ed è tornato a casa. La storia di Gaiman è un tributo, sia al personaggio sia agli autori che in tanti anni lo hanno reso tale, al punto che sia lui che il meraviglioso Andy Kubert hanno, nei loro rispettivi ruoli, cercato di immaginare cosa avrebbero fatto gli autori del passato se avessero scritto le frasi e disegnato le tavole della storia.

Batman è morto. E Gotham city viene a rendergli omaggio, nello squallido retro di un sudicio bar dove Joe Chili fa il barista, mentre Alfred sistema la sala e accoglie gli ospiti. Jim Gordon accanto al Joker, Selina Kyle accanto a Due facce, Superman accanto a Ras Al Ghul, tutti a vegliare quel corpo nella bara che cambia ad ogni tavola in omaggio ai suoi disegnatori. Nella stanza c’è uno spirito, lo stesso Batman, che non capisce cosa sta succedendo davanti ai suoi occhi, e un altro spirito, femminile, che cerca di aiutarlo a capire. Ognuno fa la sua orazione, ognuno racconta come è morto Batman, perché è morto Batman. Ma solo il più grande detective del mondo può scoprire la verità dietro quel corpo, dietro quella maschera.

Attraverso le parole di Gaiman, scopriamo una grande verità, per mezzo di un finale meraviglioso e poetico nella sua semplicità. Ci sarà sempre un Superman, perché è bello che ci sia, così come una Lanterna verde, un Flash, una Wonder Woman. Ma ci sarà sempre un Batman perché è necessario, perché solo lui può fare quello che fa, solo lui ha quella forza e quel coraggio che servono a Gotham city. Non fa quello che fa per rendere il mondo un posto migliore, o per ispirare gli altri, lo fa perché è necessario che qualcuno si opponga, a prescindere dal risultato finale. Superman non avrebbe la forza di combattere senza la certezza che le sue azioni renderanno il mondo migliore di com’è adesso. Batman ha la forza di combattere con la certezza che non otterrà alcun risultato sulla lunga distanza. Ha la forza di accettare che i suoi sforzi non ripuliranno le strade dalla criminalità. Ci saranno sempre un Thomas e una Martha Wayne che moriranno in un vicolo buio uccisi da un Joe Chili, lasciando da solo un piccolo Bruce Wayne. Ci sarà sempre un Joker che evaderà da Arkham. Per questo ci sarà sempre un Batman nel cielo di Gotham. Superman cerca di cambiare il mondo. Ci vuole molta più forza per fare del proprio meglio per lasciarlo così com’è. Credere che ci sarà sempre il male è molto più difficile che credere nel bene. Batman è morto. Lunga vita a Batman.

domenica 16 maggio 2010

Lovecraft

Il nome dovrebbe essere già abbastanza evocativo, ma per quanti non lo sapessero, Howard Phillips Lovecraft è senza ombra di dubbio uno dei più grandi scrittori della letteratura horror – fantasy. Forse neanche il suo maestro, Edgar Allan Poe, è riuscito con la sua opera a creare un immaginario narrativo tanto variegato e coinvolgente. Il punto è che, in passato e anche oggi, sono sorti e sorgono non pochi dubbi sul fatto che il suo non fosse un semplice esercizio di fantasia. Sono innumerevoli gli autori che si sono ispirati alle sue storie, e si può dire che tutto il panorama fantascientifico e horror della letteratura contemporanea, con pochissime eccezioni, può considerarsi una propaggine di Lovecraft.

Non stupisce quindi che sia diventato lui stesso il protagonista di una storia, nella fattispecie di questa bella e particolare graphic novel ad opera di Hans Rodionoff ed Enrique Breccia. Il primo in realtà è autore di una sceneggiatura cinematografica, essendo questa la sua vera occupazione nella vita, e il suo testo è stato adattato per il fumetto da Keith Giffen, pilastro della DC Comics. Di Enrique Breccia non conoscevo nulla, se non il nome, ma ho piacevolmente scoperto il suo stile artistico molto particolare.

La storia è una vera e propria biografia di Lovecraft, dall’infanzia agli ultimi anni della sua vita, e bisogna dire che, sia nella storia che nella vita, il confine tra realtà e fantasia si assottiglia al punto che i due mondi finiscono per confondersi. Fin dalle prime pagine facciamo la conoscenza del piccolo Howard e dello strano mondo che lo circonda nel suo ambiente familiare. Una madre che lo veste e lo trucca come una bambina, un padre internato in manicomio, dove morirà dopo pochi anni, un nonno che gli fa trascorrere le serate raccontandogli storie terrificanti. Già questo basterebbe a turbare la psiche di un bambino che tutto può dirsi fuorché forte e sicuro di sé e del mondo. Ma a questo punto entra in scena l’elemento fantastico, rappresentato da un misterioso libro, il Necronomicon, appartenuto al padre e forse responsabile della sua follia. Il piccolo Howard non resiste alla tentazione di leggerlo, e da quel momento la realtà davanti ai suoi occhi si trasforma. Apparentemente senza alcuna ragione, il suo mondo comincia ad essere tormentato da spaventose creature che lo cercano spasmodicamente, portandolo molto vicino ad un baratro di follia. Howard è però una persona intelligente, e sfrutta queste sue visioni come protagonisti delle storie che scrive. In realtà, nel suo scrivere si limita a riportare fedelmente quello che vede in quelli che lui stesso definisce viaggi nel sonno. E in effetti le sue opere ricevono un discreto apprezzamento da parte del pubblico e dell’editoria. Poi, durante una delle sue visioni ad occhi aperti, conosce Sonia, di cui si innamora e con la quale comincia a concepire un progetto di vita che non prevede quel mondo immaginario e terrificante che ha scandito fino ad allora la sua esistenza. Ma ben presto si renderà conto che non è così facile, che quelle che lui crede siano creature senza ragione hanno in realtà uno scopo ben preciso, legato al Necronomicon, il libro con cui tutto è cominciato e con cui tutto deve finire. Solo attraverso un ultimo viaggio in quel mondo fantastico, Howard e Sonia riusciranno finalmente a scongiurare il pericolo per la loro realtà e a ritornare al loro mondo. Anche se questo costringerà Lovecraft a continuare nella sua opera, che da adesso avrà un compito fondamentale: impedire che il varco si riapra e mantenere sigillata quella realtà.

Storia interessante su un uomo altrettanto interessante, uno scrittore la cui vita è stata certamente ai limiti della surrealtà tanto quanto le storie che ha scritto, al punto che sulla sua figura si sono fatte molte ipotesi, tra le quali quella che lui fosse veramente convinto dell’esistenza delle creature e dei luoghi di cui scriveva, e che quelli considerati viaggi con la fantasia fossero in realtà deliri di uno schizofrenico che ha perso il contatto con la realtà. Di sicuro c’è che la sua opera è stata fonte di ispirazione per moltissimi autori, non solo di romanzi horror e fantasy, ma anche di fumetti. Ad esempio, è interessante che il luogo popolato dalle sue creature si chiami Arkham, e che proprio in quella città vi sia un manicomio, corrispettivo di quello in cui venne internato e dove poi troverà la morte il padre. Il parallelismo con il famigerato Arkham asylum, il manicomio di Gotham city dove trovano spesso ospitalità i criminali con cui si scontra Batman, è fin troppo facile da fare.

Un commento particolare lo meritano i disegni, che definire così è riduttivo, di Enrique Breccia. Ogni tavola è un quadro ad acquerello, con la forza e l’intensità di certe sfumature che coinvolgono e rappresentano alla perfezione i deliri e le visioni del protagonista. Anche solo per questi, varrebbe la pena di leggere questa graphic novel.