Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e, sanza cura d’aver alcun riparo,
salimmo su, ei primo ed io secondo,
tanto ch’io vidi delle cose belle
che porta il ciel per un pertugio tondo;
e quindi uscimmo a riveder le stelle.
Inferno, canto XXXIV versi 133-139
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martedì 9 dicembre 2008
martedì 2 dicembre 2008
In memoria 79 - Lucifero
“Vexilla regis prodeunt Inferni
verso di noi: però dinanzi mira,”
disse il maestro mio, “se tu il discerni.”
Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par da lungi un molin che il vento gira;
veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio; che non gl’era altra grotta.
Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte era coperte,
e trasparean come festuca in vetro.
Altre sono a giacer, altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante,
altra, com’arco, il volto a’ piè inverte.
Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
dinanzi mi si tolse, e fe’ restarmi,
“Ecco Dite,” dicendo, “ed ecco il loco,
ove convien che di fortezza t’armi!”
com’io divenni allor gelato e fioco,
non dimandar, lettor, ch’io non lo scrivo,
però ch’ogni parlar sarebbe poco.
Io non morii, e non rimasi vivo;
pensa oramai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
Lo ‘mperador del doloroso regno
da mezzo il petto uscia fuor della ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,
che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto,
ch’a così fatta parte si confaccia.
S’el fu sì bel, com’egli ora è brutto,
e contra ‘l suo Fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogni lutto.
Oh, quanto parve a me gran maraviglia,
quand’io vidi tre facce alla sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
l’altre eran due, che s’aggiungieno a questa
sovresso il mezzo di ciascuna spalla,
e sé giungieno al loco della cresta;
e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a veder era tal quali
vengon di là onde il Nilo s’avvalla.
Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali.
Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:
quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangea, e per tre menti
gocciava il pianto e sanguinosa bava.
Da ogni bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.
A quel dinanzi il mordere era nulla
verso il graffiar, che talvolta la schiena
rimanea della pelle tutta brulla.
“Quell’anima lassù, c’ha maggior pena,”
disse il maestro, “è Giuda Scariotto,
che il capo ha dentro e fuor le gambe mena.
Degli altri duo c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto;
vedi come si stroce e non fa motto!
E l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risorge, e oramai
È da partir, che tutto avem veduto.”
Inferno, canto XXXIV versi 1-69
verso di noi: però dinanzi mira,”
disse il maestro mio, “se tu il discerni.”
Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par da lungi un molin che il vento gira;
veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio; che non gl’era altra grotta.
Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte era coperte,
e trasparean come festuca in vetro.
Altre sono a giacer, altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante,
altra, com’arco, il volto a’ piè inverte.
Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
dinanzi mi si tolse, e fe’ restarmi,
“Ecco Dite,” dicendo, “ed ecco il loco,
ove convien che di fortezza t’armi!”
com’io divenni allor gelato e fioco,
non dimandar, lettor, ch’io non lo scrivo,
però ch’ogni parlar sarebbe poco.
Io non morii, e non rimasi vivo;
pensa oramai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
Lo ‘mperador del doloroso regno
da mezzo il petto uscia fuor della ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,
che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto,
ch’a così fatta parte si confaccia.
S’el fu sì bel, com’egli ora è brutto,
e contra ‘l suo Fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogni lutto.
Oh, quanto parve a me gran maraviglia,
quand’io vidi tre facce alla sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
l’altre eran due, che s’aggiungieno a questa
sovresso il mezzo di ciascuna spalla,
e sé giungieno al loco della cresta;
e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a veder era tal quali
vengon di là onde il Nilo s’avvalla.
Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali.
Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:
quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangea, e per tre menti
gocciava il pianto e sanguinosa bava.
Da ogni bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.
A quel dinanzi il mordere era nulla
verso il graffiar, che talvolta la schiena
rimanea della pelle tutta brulla.
“Quell’anima lassù, c’ha maggior pena,”
disse il maestro, “è Giuda Scariotto,
che il capo ha dentro e fuor le gambe mena.
Degli altri duo c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto;
vedi come si stroce e non fa motto!
E l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risorge, e oramai
È da partir, che tutto avem veduto.”
Inferno, canto XXXIV versi 1-69
martedì 25 novembre 2008
In memoria 78 - Contro Genova
Ahi, Genovesi, uomini diversi
d’ogni costume, e pien d’ogni magagna,
perché non siete voi dal mondo spersi?
Chè col peggior spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra.
Inferno, canto XXXIII versi 151-157
d’ogni costume, e pien d’ogni magagna,
perché non siete voi dal mondo spersi?
Chè col peggior spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra.
Inferno, canto XXXIII versi 151-157
sabato 15 novembre 2008
In memoria 77 - Frate Alberigo
Noi passamm’oltre, là ‘ve la gelata
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.
Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e il duol, che trova in su gli occhi rintoppo,
si volve in entro e fa crescer l’ambascia;
chè le lagrime prime fanno groppo,
e sì, come visiere di cristallo,
riempion sotto il ciglio tutto il coppo.
[...]
E un de’ tristi della fredda crosta
gridò a noi: “O anime crudeli
tanto, che data v’è l’ultima posta,
levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’io sfoghi il dolor che il cor m’impregna,
un poco, pria che il pianto si raggeli.”
Per ch’io a lui: “Se vuoi ch’io ti sovvenga,
dimmi chi se’; e s’io non ti disbrigo,
al fondo della ghiaccia ir mi convegna!”
Rispuose adunque: “Io son frate Alberigo,
io son quel delle frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo.”
“Oh,” diss’io lui, “or se’ tu ancor morto?”
Ed egli a me: “Come il mio corpo stea
nel mondo su, nulla scienza porto.
Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Antropos mossa la dea.
E perché tu più volentier mi rade
le ‘nvetriate lagrime del volto,
sappi che tosto che l’anima trade,
come fec’io, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che il tempo suo tutto sia volto:
ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
dell’ombra che di qua dietro mi verna.
Tu il dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca d’Oria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso.”
“Io credo,” diss’io lui, “che tu t’inganni;
che Branca d’Oria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni.”
“Nel fosso su,” diss’ei, “di Malebranche,
la dove bolle la tenace pece,
non era giunto ancor Michel Zanche,
che questi lasciò un diavol in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano,
che il tradimento insieme con lui fece.
Ma distendi oramai in qua la mano;
aprimi gli occhi!”; ed io non gliel’apersi:
e cortesia fu lui esser villano.
Inferno, canto XXXIII versi 91-99 e 109-150
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.
Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e il duol, che trova in su gli occhi rintoppo,
si volve in entro e fa crescer l’ambascia;
chè le lagrime prime fanno groppo,
e sì, come visiere di cristallo,
riempion sotto il ciglio tutto il coppo.
[...]
E un de’ tristi della fredda crosta
gridò a noi: “O anime crudeli
tanto, che data v’è l’ultima posta,
levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’io sfoghi il dolor che il cor m’impregna,
un poco, pria che il pianto si raggeli.”
Per ch’io a lui: “Se vuoi ch’io ti sovvenga,
dimmi chi se’; e s’io non ti disbrigo,
al fondo della ghiaccia ir mi convegna!”
Rispuose adunque: “Io son frate Alberigo,
io son quel delle frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo.”
“Oh,” diss’io lui, “or se’ tu ancor morto?”
Ed egli a me: “Come il mio corpo stea
nel mondo su, nulla scienza porto.
Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Antropos mossa la dea.
E perché tu più volentier mi rade
le ‘nvetriate lagrime del volto,
sappi che tosto che l’anima trade,
come fec’io, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che il tempo suo tutto sia volto:
ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
dell’ombra che di qua dietro mi verna.
Tu il dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca d’Oria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso.”
“Io credo,” diss’io lui, “che tu t’inganni;
che Branca d’Oria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni.”
“Nel fosso su,” diss’ei, “di Malebranche,
la dove bolle la tenace pece,
non era giunto ancor Michel Zanche,
che questi lasciò un diavol in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano,
che il tradimento insieme con lui fece.
Ma distendi oramai in qua la mano;
aprimi gli occhi!”; ed io non gliel’apersi:
e cortesia fu lui esser villano.
Inferno, canto XXXIII versi 91-99 e 109-150
domenica 2 novembre 2008
In memoria 76 - Contro Pisa
Ahi, Pisa, vituperio delle genti
del bel paese là dove il sì suona;
poi che i vicini a te punir son lenti,
muovansi la Caparra e la Gorgonia,
e faccian siepe ad Arno i su la foce,
sì ch’egli anneghi in te ogni persona!
Chè se il conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te delle castella,
non dovei tu i figliuoli porre a tal croce.
Inferno, canto XXXIII versi 79-87
del bel paese là dove il sì suona;
poi che i vicini a te punir son lenti,
muovansi la Caparra e la Gorgonia,
e faccian siepe ad Arno i su la foce,
sì ch’egli anneghi in te ogni persona!
Chè se il conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te delle castella,
non dovei tu i figliuoli porre a tal croce.
Inferno, canto XXXIII versi 79-87
lunedì 27 ottobre 2008
In memoria 75 - Conte Ugolino
“Tu dei saper ch’io fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
Che per l’effetto de’ suoi ma’ pensieri,
fidandomi di lui, i fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi aver inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
Breve pertugio dentro della muda,
la qual per me ha il titol della fame,
e in che convien ancor ch’altri si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci il mal sonno
che del futuro mi squarciò il velame.
[...]
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra il sonno i miei figliuoli,
ch’eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
[...]
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, ed io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le mani per dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia
di manicar, di subito levarsi,
e disser: ‘Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia!’
Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti:
ahi, dura terra, perché non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
e disse: ‘Padre mio, chè non m’aiuti?’
Quindi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti:
poscia, più che il dolor, potè il digiuno.”
Inferno, canto XXXIII versi 13-27, 37-42 e 55-75
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
Che per l’effetto de’ suoi ma’ pensieri,
fidandomi di lui, i fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi aver inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
Breve pertugio dentro della muda,
la qual per me ha il titol della fame,
e in che convien ancor ch’altri si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci il mal sonno
che del futuro mi squarciò il velame.
[...]
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra il sonno i miei figliuoli,
ch’eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
[...]
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, ed io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le mani per dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia
di manicar, di subito levarsi,
e disser: ‘Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia!’
Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti:
ahi, dura terra, perché non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
e disse: ‘Padre mio, chè non m’aiuti?’
Quindi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti:
poscia, più che il dolor, potè il digiuno.”
Inferno, canto XXXIII versi 13-27, 37-42 e 55-75
mercoledì 22 ottobre 2008
In memoria 74 - Conte Ugolino
Noi eravam partiti già da ello,
ch’io vidi duo ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo all’altro era cappello;
e come il pan per fame si marduca,
così il sopran li denti all’altro pose,
là ‘ve il cervel s’aggiunge con la nuca.
Non altrimenti Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi il perché,” diss’io, “ per tal convegno,
che, se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,
se quella con ch’i’ parlo non si secca.”
Inferno, canto XXXII versi 124-139
ch’io vidi duo ghiacciati in una buca,
sì che l’un capo all’altro era cappello;
e come il pan per fame si marduca,
così il sopran li denti all’altro pose,
là ‘ve il cervel s’aggiunge con la nuca.
Non altrimenti Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l’altre cose.
“O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi il perché,” diss’io, “ per tal convegno,
che, se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,
se quella con ch’i’ parlo non si secca.”
Inferno, canto XXXII versi 124-139
sabato 18 ottobre 2008
In memoria 73 - Bocca degli Abati - Buoso da Dovara
Poscia vid’io mille visi, cagnazzi
fatti per freddo; onde mi vien ribrezzo,
e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
E mentre ch’andavamo inver lo mezzo
al quale ogni gravezza si rauna,
e io tramava nell’eterno rezzo;
se voler fu, o destino, o fortuna
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi il piè nel viso ad una.
Piangendo mi sgridò: “Perché mi peste?
Se tu non vieni a crescer la vendetta
di Mont’Aperti, perché mi moleste?”
[...]
“Qual se’ tu, che così rampogni altrui?”
“Or tu chi se’, che vai per l’Antenora,
percotendo,” rispuose, “altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?”
“Vivo son io, e caro esser ti puote,”
Fu mia risposta, “se domandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note.”
Ed egli a me: “Del contrario io ha brama:
levati quinci, e non mi dar più lagna;
chè nol sai lusingar per questa lama!”
Allor lo presi per la cuticagna,
e dissi: “E’ converrà che tu ti nomi,
o che capel qui su non ti rimanga!”
Ond’egli a me: “Perché tu mi dischiomi,
né ti dirò ch’io sia, né mostrerolti,
se mille fiate in sul capo mi tomi.”
Io avea già i capelli in mano avvolti,
e tratti glien’avea più d’una ciocca,
latrando lui con gli occhi in giù raccolti;
quando un altro gridò: “Che ha tu, Bocca?
Non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? Qual diavol ti tocca?”
“Omai,” diss’io, “non vo’ che tu favelle,
malvagio traditor! Che alla tua onta
io porterò di te vere novelle.”
“Va’ via,” rispuose, “e ciò che tu vuoi, conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch’ebb’or così la lingua pronta.
Ei piange qui l’argento de’ Franceschi:
‘Io vidi,’ potrai dir, ‘quel da Duera
là dove i peccator stanno freschi.’”
Inferno, canto XXXII versi 70-81 e 87-117
fatti per freddo; onde mi vien ribrezzo,
e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
E mentre ch’andavamo inver lo mezzo
al quale ogni gravezza si rauna,
e io tramava nell’eterno rezzo;
se voler fu, o destino, o fortuna
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi il piè nel viso ad una.
Piangendo mi sgridò: “Perché mi peste?
Se tu non vieni a crescer la vendetta
di Mont’Aperti, perché mi moleste?”
[...]
“Qual se’ tu, che così rampogni altrui?”
“Or tu chi se’, che vai per l’Antenora,
percotendo,” rispuose, “altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?”
“Vivo son io, e caro esser ti puote,”
Fu mia risposta, “se domandi fama,
ch’io metta il nome tuo tra l’altre note.”
Ed egli a me: “Del contrario io ha brama:
levati quinci, e non mi dar più lagna;
chè nol sai lusingar per questa lama!”
Allor lo presi per la cuticagna,
e dissi: “E’ converrà che tu ti nomi,
o che capel qui su non ti rimanga!”
Ond’egli a me: “Perché tu mi dischiomi,
né ti dirò ch’io sia, né mostrerolti,
se mille fiate in sul capo mi tomi.”
Io avea già i capelli in mano avvolti,
e tratti glien’avea più d’una ciocca,
latrando lui con gli occhi in giù raccolti;
quando un altro gridò: “Che ha tu, Bocca?
Non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? Qual diavol ti tocca?”
“Omai,” diss’io, “non vo’ che tu favelle,
malvagio traditor! Che alla tua onta
io porterò di te vere novelle.”
“Va’ via,” rispuose, “e ciò che tu vuoi, conta;
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch’ebb’or così la lingua pronta.
Ei piange qui l’argento de’ Franceschi:
‘Io vidi,’ potrai dir, ‘quel da Duera
là dove i peccator stanno freschi.’”
Inferno, canto XXXII versi 70-81 e 87-117
mercoledì 15 ottobre 2008
In memoria 72 - Napoleone e Alessandro degli Alberti - Camicione dei Pazzi
Quand’io ebbi d’intorno alquanto visto,
volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
che il pel del capo avieno inseme misto.
“Ditemi, voi che sì stringete i petti,”
diss’io, “chi siete?” E quei piegaro i colli;
e poi ch’ebber li visi a me eretti,
gli occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e il gelo strinse
le lagrime tra essi, e riserrolli.
Con legno legno spranga mai non cinse
forte così; ond’ei, come due becchi,
cozzaro insieme, tanta ira li vinse!
E un ch’avea perduto ambo gli orecchi
per la freddura, pur col viso in giue,
disse: “Perché cotanto in noi ti specchi?
Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenza si di china,
del padre loro Alberto e di lor fue.
D’un corpo usciro, e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d’esser fitta in gelatina;
[...]
E perché non mi metti in più sermoni,
sappi ch’io fui il Camiscion de’ Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scongiuri.”
Inferno, canto XXXII versi 40-60 e 67-69
volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
che il pel del capo avieno inseme misto.
“Ditemi, voi che sì stringete i petti,”
diss’io, “chi siete?” E quei piegaro i colli;
e poi ch’ebber li visi a me eretti,
gli occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
gocciar su per le labbra, e il gelo strinse
le lagrime tra essi, e riserrolli.
Con legno legno spranga mai non cinse
forte così; ond’ei, come due becchi,
cozzaro insieme, tanta ira li vinse!
E un ch’avea perduto ambo gli orecchi
per la freddura, pur col viso in giue,
disse: “Perché cotanto in noi ti specchi?
Se vuoi saper chi son cotesti due,
la valle onde Bisenza si di china,
del padre loro Alberto e di lor fue.
D’un corpo usciro, e tutta la Caina
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d’esser fitta in gelatina;
[...]
E perché non mi metti in più sermoni,
sappi ch’io fui il Camiscion de’ Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scongiuri.”
Inferno, canto XXXII versi 40-60 e 67-69
venerdì 10 ottobre 2008
In memoria 71 - Cocito
Come noi fummo giù nel pozzo oscuro
sotto i piè del gigante, assai più bassi,
e io mirava ancor all’alto muro,
dicere udimmi: “Guarda come passi!
Va’ sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi!”
Perch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago, che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.
[...]
E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor dell’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana;
livide insin là dove appar vergogna,
eran l’ombre dolenti nella ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.
Ognuna in giù tenea volta la faccia:
da bocca il freddo, e dagli occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.
Inferno, canto XXXII versi 16-24 e 31-39
sotto i piè del gigante, assai più bassi,
e io mirava ancor all’alto muro,
dicere udimmi: “Guarda come passi!
Va’ sì, che tu non calchi con le piante
le teste de’ fratei miseri lassi!”
Perch’io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago, che per gelo
avea di vetro e non d’acqua sembiante.
[...]
E come a gracidar si sta la rana
col muso fuor dell’acqua, quando sogna
di spigolar sovente la villana;
livide insin là dove appar vergogna,
eran l’ombre dolenti nella ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.
Ognuna in giù tenea volta la faccia:
da bocca il freddo, e dagli occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.
Inferno, canto XXXII versi 16-24 e 31-39
venerdì 3 ottobre 2008
In memoria 70 - Anteo
Noi procedemmo più avanti allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinqu’alle,
sanza la testa, uscia fuor della grotta.
“O tu, che nella fortunata valle,
che fece Scipion di gloria reda,
quando Annibal co’ suoi diede le spalle,
recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato all’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
ch’avrebber vinto i figli della Terra;
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.
Non ci far ire a Tizio né a Tifo;
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer lo grifo.
Ancor ti può nel mondo render fama;
ch’ei vive, e lunga vita ancor aspetta,
se innanzi tempo grazia a sé nol chiama.”
Inferno, canto XXXI versi 112-129
e venimmo ad Anteo, che ben cinqu’alle,
sanza la testa, uscia fuor della grotta.
“O tu, che nella fortunata valle,
che fece Scipion di gloria reda,
quando Annibal co’ suoi diede le spalle,
recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato all’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
ch’avrebber vinto i figli della Terra;
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.
Non ci far ire a Tizio né a Tifo;
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china e non torcer lo grifo.
Ancor ti può nel mondo render fama;
ch’ei vive, e lunga vita ancor aspetta,
se innanzi tempo grazia a sé nol chiama.”
Inferno, canto XXXI versi 112-129
mercoledì 24 settembre 2008
In memoria 69 - Fialte, Briareo e Anteo
Facemmo adunque più lungo viaggio,
volti a sinistra, ed al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fiero e maggio.
A cinger lui qual che fosse il maestro,
non so io dir; ma ei tenea succinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
d’una catena che il teneva avvinto
dal collo in giù, sì che in su lo scoperto
si ravvolgeva infino al giro quinto.
“Questo superbo voll’esser sperto
Di sua potenza contra il sommo Giove,”
disse il mio duca, “ond’egli ha cotal merto.
Fialte ha nome; e fece le gran prove
Quando i giganti fer paura a’ Dei:
le braccia ch’ei menò, giammai non move.”
E io a lui: “S’esser puote, io vorrei
che dello smisurato Briareo
esperienza avesser gli occhi miei.”
Ond’ei rispuose: “Tu vedrai Anteo
presso di qui, che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogni reo.
Quel che tu vuoi veder, là più è molto,
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto.”
Inferno, canto XXXI versi 82-105
volti a sinistra, ed al trar d’un balestro
trovammo l’altro assai più fiero e maggio.
A cinger lui qual che fosse il maestro,
non so io dir; ma ei tenea succinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
d’una catena che il teneva avvinto
dal collo in giù, sì che in su lo scoperto
si ravvolgeva infino al giro quinto.
“Questo superbo voll’esser sperto
Di sua potenza contra il sommo Giove,”
disse il mio duca, “ond’egli ha cotal merto.
Fialte ha nome; e fece le gran prove
Quando i giganti fer paura a’ Dei:
le braccia ch’ei menò, giammai non move.”
E io a lui: “S’esser puote, io vorrei
che dello smisurato Briareo
esperienza avesser gli occhi miei.”
Ond’ei rispuose: “Tu vedrai Anteo
presso di qui, che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogni reo.
Quel che tu vuoi veder, là più è molto,
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto.”
Inferno, canto XXXI versi 82-105
lunedì 22 settembre 2008
In memoria 68 - Nembrotto
“Rafel mai amech zabi et almi,”
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenian più dolci salmi.
E ‘l duca mio ver lui: “Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga,
quand’ira o altra passion ti tocca!
Cercati al collo, e troverai la soga
che il tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che il gran petto ti doga.”
Poi disse a me: “Egli stesso s’accusa;
questi è Nembrotto, per lo cui mal coto
pure un linguaggio nel mondo non s’usa.
Lasciamlo stare, e non parliamo a voto;
chè così è a lui ciascun linguaggio,
come il suo ad altrui, ch’a nullo è noto.”
Inferno, canto XXXI versi 67-81
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenian più dolci salmi.
E ‘l duca mio ver lui: “Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga,
quand’ira o altra passion ti tocca!
Cercati al collo, e troverai la soga
che il tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che il gran petto ti doga.”
Poi disse a me: “Egli stesso s’accusa;
questi è Nembrotto, per lo cui mal coto
pure un linguaggio nel mondo non s’usa.
Lasciamlo stare, e non parliamo a voto;
chè così è a lui ciascun linguaggio,
come il suo ad altrui, ch’a nullo è noto.”
Inferno, canto XXXI versi 67-81
giovedì 18 settembre 2008
In memoria 67 - Il pozzo dei Giganti
Poco portai in là colta la testa,
che mi parve veder molte alte torri;
ond’io: “Maestro, di’, che terra è questa?”
Ed egli a me: “Però che tu trascorri
per le tenebre troppo dalla lungi,
avvien che poi nel maginar aborri.
Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto il senno s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi.”
Poi caramente mi prese per mano,
e disse: “pria che noi siam più avanti,
acciò che il fatto men ti paia strano,
sappi che non son torri, ma giganti;
e son nel pozzo intorno della ripa
dall’umbilico in giuso, tutti quanti.”
Inferno, canto XXXI versi 19-33
che mi parve veder molte alte torri;
ond’io: “Maestro, di’, che terra è questa?”
Ed egli a me: “Però che tu trascorri
per le tenebre troppo dalla lungi,
avvien che poi nel maginar aborri.
Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto il senno s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi.”
Poi caramente mi prese per mano,
e disse: “pria che noi siam più avanti,
acciò che il fatto men ti paia strano,
sappi che non son torri, ma giganti;
e son nel pozzo intorno della ripa
dall’umbilico in giuso, tutti quanti.”
Inferno, canto XXXI versi 19-33
sabato 13 settembre 2008
In memoria 66 - Sinone
E io a lui: “Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate il verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”
“Qui li trovai, e poi volta non dierno,”
rispuose, “quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.
L’una è la falsa che accusò Giuseppo;
l’altro è il falso Sinon greco da Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo.”
Inferno, canto XXX versi 91-99
che fumman come man bagnate il verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?”
“Qui li trovai, e poi volta non dierno,”
rispuose, “quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.
L’una è la falsa che accusò Giuseppo;
l’altro è il falso Sinon greco da Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo.”
Inferno, canto XXX versi 91-99
venerdì 12 settembre 2008
In memoria 65 - Il maestro Adamo
Io vidi un, fatto a giusa di leuto,
pur ch’egli avesse avuto l’anguinaia
tronca dell’altro che l’uom ha forcuto.
La grave idropisia, che sì dispaia
le con l’omor che mal converte,
che ‘l viso non risponde alla vetraia,
faceva a lui tener le labbra aperte,
come l’etico fa, che per la sete,
l’un verso il mento, e l’altro in su rinverte.
“O voi, che sanza alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo,”
diss’elli a noi, “guardate e attendete
alla miseria del maestro Adamo!
Io ebbi, vivo, assai di quel ch’io volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.”
Inferno, canto XXX versi 49-63
pur ch’egli avesse avuto l’anguinaia
tronca dell’altro che l’uom ha forcuto.
La grave idropisia, che sì dispaia
le con l’omor che mal converte,
che ‘l viso non risponde alla vetraia,
faceva a lui tener le labbra aperte,
come l’etico fa, che per la sete,
l’un verso il mento, e l’altro in su rinverte.
“O voi, che sanza alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo,”
diss’elli a noi, “guardate e attendete
alla miseria del maestro Adamo!
Io ebbi, vivo, assai di quel ch’io volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.”
Inferno, canto XXX versi 49-63
domenica 7 settembre 2008
In memoria 64 - Gianni Schicchi
Ma né di Tebe furie, né Troiane
si vider mai in alcun tanto crude,
non punger bestie, non che membra umane,
quant’io vidi due ombre morte e nude,
che mordendo correvan di quel modo,
che il porco, quando del porcil si schiude.
L’una giunse a Capocchio, ed in sul nodo
del collo l’assannò sì che, tirando,
grattar gli fece il ventre a fondo sodo.
E l’Aretin, che rimase tremando,
mi disse: “Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando.”
[...]
“Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro, che la sen va, sostenne,
per guadagnar la donna della torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma.”
Inferno, canto XXX versi 22-33 e 40-45
si vider mai in alcun tanto crude,
non punger bestie, non che membra umane,
quant’io vidi due ombre morte e nude,
che mordendo correvan di quel modo,
che il porco, quando del porcil si schiude.
L’una giunse a Capocchio, ed in sul nodo
del collo l’assannò sì che, tirando,
grattar gli fece il ventre a fondo sodo.
E l’Aretin, che rimase tremando,
mi disse: “Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando.”
[...]
“Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro, che la sen va, sostenne,
per guadagnar la donna della torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma.”
Inferno, canto XXX versi 22-33 e 40-45
venerdì 5 settembre 2008
In memoria 63 - Griffolino d'Arezzo
“O tu che con le dita ti dismaglie,”
cominciò il duca mio all’un di loro,
“e che fai d’esse talvolta tenaglie,
dinne s’alcun latino è tra costoro
che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
eternamente a cotesto lavoro.”
“Latin sem noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue,” rispuose l’un piangendo:
“ma tu chi se’ che di noi domandasti?”
E il duca disse: “I’ son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo.”
Inferno, canto XXIX, versi 85-96
cominciò il duca mio all’un di loro,
“e che fai d’esse talvolta tenaglie,
dinne s’alcun latino è tra costoro
che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
eternamente a cotesto lavoro.”
“Latin sem noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue,” rispuose l’un piangendo:
“ma tu chi se’ che di noi domandasti?”
E il duca disse: “I’ son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo.”
Inferno, canto XXIX, versi 85-96
mercoledì 3 settembre 2008
In memoria 62 - Falsari
Quando noi fummo in su l’ultima chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere alla veduta nostra,
lamenti saettaron me diversi,
che di pietà ferrati avean gli strali;
ond’io gli orecchi con le man copersi.
[...]
Noi discendemmo in su l’ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva
giù ver lo fondo, la ‘ve la ministra
dell’alto sire, infallibil Giustizia,
punisce i falsador che qui registra.
[...]
Qual sovra il ventre, e qual sovra le spalle
l’un dell’altro giacea, e quel carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
Passo passo andavam sanza sermone,
guardando ed ascoltando gli ammalati,
che non potean levar le lor persone.
Io vidi due seder a sé poggiati,
come a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze maculati;
e non vidi giammai menar stregghia
da ragazzo aspettato dal signorsi,
né da colui che malvolentier vegghia,
come ciascun menava spesso il morso
dell’unghie sovra sé per la gran rabbia
del pizzicor che non ha più soccorso;
e si traevan giù l’unghie la scabbia
come coltel di scardova le scaglie,
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
Inferno, canto XXIX versi 40-45, 52-57 e 67-84
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere alla veduta nostra,
lamenti saettaron me diversi,
che di pietà ferrati avean gli strali;
ond’io gli orecchi con le man copersi.
[...]
Noi discendemmo in su l’ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva
giù ver lo fondo, la ‘ve la ministra
dell’alto sire, infallibil Giustizia,
punisce i falsador che qui registra.
[...]
Qual sovra il ventre, e qual sovra le spalle
l’un dell’altro giacea, e quel carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
Passo passo andavam sanza sermone,
guardando ed ascoltando gli ammalati,
che non potean levar le lor persone.
Io vidi due seder a sé poggiati,
come a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze maculati;
e non vidi giammai menar stregghia
da ragazzo aspettato dal signorsi,
né da colui che malvolentier vegghia,
come ciascun menava spesso il morso
dell’unghie sovra sé per la gran rabbia
del pizzicor che non ha più soccorso;
e si traevan giù l’unghie la scabbia
come coltel di scardova le scaglie,
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
Inferno, canto XXIX versi 40-45, 52-57 e 67-84
lunedì 1 settembre 2008
In memoria 61 - Bertrand de Born
Ma io rimasi a riguardar lo stuolo
e vidi cosa ch’io avrei paura,
sanza più prova, di contarla solo;
se non che coscienza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom fiancheggia
sotto l’usbergo del sentirsi pura.
Io vidi certo, ed ancor par ch’io ‘l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan gli altri della trista greggia;
e il capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano, a guisa di lanterna;
e quel mirava noi, e dicea: “Oh me!”
Di sé faceva a se stesso lucerna,
ed eran due in uno, e uno in due:
com’esser può, quei sa che sì governa.
Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ‘l braccio alto con tutta la testa,
per appressarne le parole sue,
che furo: “Or vedi la pena molesta
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa!
E perché tu di me novella porti,
sappi ch’io son Bertram dal Bornio, quelli
che diede al re giovane i ma’ conforti.
Io feci il padre e il figlio in sé ribelli;
Achitofel non fe’ più d’Absalone
E di David co’ malvagi puntelli.
Perch’io partii così giuste persone,
pertito porto il mio cerebro, lasso!
dal suo principio, ch’è in questo troncone:
così s’osserva in me lo contrappasso.”
Inferno, canto XXVIII versi 112-142
e vidi cosa ch’io avrei paura,
sanza più prova, di contarla solo;
se non che coscienza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom fiancheggia
sotto l’usbergo del sentirsi pura.
Io vidi certo, ed ancor par ch’io ‘l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan gli altri della trista greggia;
e il capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano, a guisa di lanterna;
e quel mirava noi, e dicea: “Oh me!”
Di sé faceva a se stesso lucerna,
ed eran due in uno, e uno in due:
com’esser può, quei sa che sì governa.
Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ‘l braccio alto con tutta la testa,
per appressarne le parole sue,
che furo: “Or vedi la pena molesta
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa!
E perché tu di me novella porti,
sappi ch’io son Bertram dal Bornio, quelli
che diede al re giovane i ma’ conforti.
Io feci il padre e il figlio in sé ribelli;
Achitofel non fe’ più d’Absalone
E di David co’ malvagi puntelli.
Perch’io partii così giuste persone,
pertito porto il mio cerebro, lasso!
dal suo principio, ch’è in questo troncone:
così s’osserva in me lo contrappasso.”
Inferno, canto XXVIII versi 112-142
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