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giovedì 4 agosto 2011

L'anima del niente

Per me ci sono due romanzi siciliani. Uno è “Il Gattopardo”, quel capolavoro in cui Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha spiegato non solo la Sicilia all’Italia e l’Italia alla Sicilia, ma anche i siciliani agli italiani e gli italiani ai siciliani. Il secondo non è un singolo romanzo ma è una singola storia, quella che negli ultimi anni ha raccontato Andrea Camilleri con il suo Montalbano, che ha riconsegnato ai lettori quell’intraducibile modo di esistere che abbiamo in quest’isola. Il resto secondo me è poca roba. Con questa frase so di stare disdegnando la stragrande maggioranza dei nostri autori, ma lasciate che vi spieghi, forse non è proprio così. Il problema è che io sono siciliano, e a un siciliano non gli puoi spiegare la Sicilia. Se sei Camilleri, o Tomasi di Lampedusa, forse gliela puoi raccontare. Altrimenti, come diciamo qui, levaci mano. Perché il siciliano è un po’ presuntuoso, quella cosa che sa non la vuole spiegata da nessuno. Ecco, adesso che ci penso, forse me ne sono scordato uno. Leonardo Sciascia è uno che ha scritto la Sicilia in alcuni suoi romanzi. Mi direte: e le novelle di Pirandello dove le metti? Tra le novelle, appunto. I romanzi di Pirandello sono “Uno, nessuno, centomila” o “Il fu Mattia Pascal”. Lì non c’è la Sicilia, c’è la maschera, l’identità, la spersonalizzazione. La Sicilia di Pirandello è ne “La giara” o “La patente”, ma non sono romanzi. Verga? La stessa cosa. Si , va bene, mi hai raccontato la tragedia dei pescatori di Aci Trezza, ma non l’hai raccontata a me, o ai pescatori di Aci Trezza, l’hai raccontata ai raccoglitori di mele della Val di Non. Ecco a chi servono i romanzi siciliani, a chi sta da un’altra parte. A me i pescatori me li ha raccontati un signore un po’ scorbutico e incazzoso che quando ero bambino mi sembrava un mago quando gli vedevo ‘cusiri ‘a rizza’ o ‘tirari ‘u rizzagghiu’. Che me ne frega di Padron ‘Ntoni, il pescatore per me è il signor Marsala, al magazzino con la porta grigia della Giudecca!

Tutto questo casino per cercare di farvi capire la mia ritrosia per i neoromanzieri siciliani. Mai letto niente della Agnello Hornby, mai letto niente della Torregrossa. Per questo non vi parlo del libro che non ho letto. Giuseppina Torregrossa è amica di mio zio Francesco, e l’ultimo suo romanzo, “Manna e miele, ferro e fuoco” (quello di cui non parlo) è nato praticamente a casa nostra. Quella Plaia dove ho trascorso molte estati della mia infanzia con i miei nonni e i miei zii, dove casa era famiglia, erano storie, erano giochi, erano silenzi, erano riti. Una casa dove ora vengono a stare persone che non sanno neanche chi erano quelli che stavano nelle stanze dove ora dormono. Ecco, a loro può servire un romanzo come questo, può servire che qualcuno gli spieghi la Plaia. A me no, io in quelle stanze ci sono stato, ci ho dormito, e so chi ci è stato prima di me anche se non li ho mai conosciuti, so dove si andava a prendere l’acqua, dove si appendevano le banane, dove si stendeva l’estratto. Lo so perché quando ero piccolo non c’erano computer, film, videogiochi e altre cose del genere in quella casa. Lì, la sera si stava al buio, in terrazza sotto le stelle, e si ascoltavano le persone più grandi raccontare, e c’era la fantasia che ti faceva vedere quelle cose.

Ma allora di che cavolo sto parando? Sto parlando del fatto che ieri sera (31 luglio 2011) alla Plaia è stato presentato il romanzo della Torregrossa (quello di cui non parlo) e insieme all’autrice c’erano ospiti due giornalisti di cui non ricordo i nomi e padroni di una dialettica sovrapponibile per intensità a quella dei ‘cuticchi’ del baglio dove erano seduti, un’attrice di teatro che ha letto alcuni brani con grande maestria interpretativa, e che ai complimenti ricevuti, da persona intelligente ha risposto: “ero molto tesa perché dovevo raccontare a voi le vostre cose, la vostra casa, i vostri nomi” (tanto per tornare al discorso che facevo all’inizio!), e infine c’era Giulio. Giulio Gelardi è un amico di mio zio Francesco ed è anche l’ultimo autentico mannarolo vivente. Come lo definisce mio zio, la massima autorità mondiale in fatto di manna. È stato lui una delle fonti di ispirazione del romanzo, spiegare come ci si è arrivati è molto lungo e non mi va di farlo. Parlo di questa persona perché lui è uno di quelli che ha qualcosa da spiegare ai siciliani da siciliano. Perché come dice lui non si tratta solo di fare manna. Ci ha raccontato di come parla con le piante, di come le piante parlano a lui, attraverso le ‘ntacche del coltello, di come quello che fanno lo fanno insieme agli insetti, ai serpenti, agli uccelli, alla pioggia, al vento. Ci ha raccontato l’anima del niente. Io non sono uomo di campagna, anche se la conosco, sono più affascinato dal mare, dalle onde, dai temporali, da quel signore ca cusi ‘a rizza come per magia, intrecciando il filo con il salemastro, creando quella trama che nella sua testa esiste già. Eppure, ascoltando le parole di questo contadino castelbuonese, questo alchimista della manna, sentendolo raccontare della nobiltà vera della terra e di quella finta dei palazzi signorili, mi è venuto il desiderio di leggere questo romanzo. Perché adesso so che forse c’è qualcosa che mi può spiegare. “Manna e miele, ferro e fuoco” è messo in conto per l’inverno, con calma e senza premura, perché i libri hanno pazienza ma sono esigenti, se non gli dai quello che vogliono si vendicano non facendosi apprezzare, bisogna saper scegliere il tempo. Per adesso, per me non è tempo di manna, per questo non ve ne parlo. Quando lo sarà, lo leggerò, così forse ve ne parlerò. Ma questa sarà un’altra storia. Ora, con rispetto parlando, mi va gghiettu a mmari!

giovedì 12 agosto 2010

Summertime...


Estate è tempo di leggere, e quando si torna, si scrivono i post su quello che si è letto. Non preoccupatevi (oppure sì, se volete), sto per tornare!

giovedì 10 giugno 2010

Fumetti e fumettari


Forse con un po’ di ritardo, anche questo blog si unisce alla campagna di sostegno per la fumetteria palermitana AltroQuando. Ma prima un po’ di storia (ma proprio poca poca).

AltroQuando nasce a Palermo nel 1991, in una città in cui se dicevi fumetteria ti prendevano per drogato (il termine veniva confuso con fumeria d’oppio in puro stile China Town!), ed è la prima libreria specializzata in fumetti di Palermo. Non mantiene un campo ristretto ad un solo genere ma si allarga a tutto quello che il mercato italiano, e a volte anche quello internazionale, del fumetto offrono. Nel 2001 mi immatricolo all’università, e pochi mesi dopo comincio a frequentare questo luogo che mi appare come una chimera. Nella mia realtà di paese, l’idea di un negozio specializzato in fumetti era un’utopia. Da quel momento è responsabile di un buon 70% delle uscite del mio bilancio economico.

Ma questo non è bastato. Io non sono né un poliziotto, né un avvocato, né un giudice, quindi non farò né accuse né apologie, e non voglio nemmeno fare il medico, in questa occasione, cercando una causa per attuare poi una cura. Voglio fare la persona. Una persona che da anni vive di lettura e per cui la lettura dei fumetti è parte integrante della vita quotidiana. AltroQuando mi ha dato la possibilità di fare questo in modo più approfondito e variegato di quanto non facessi prima. Che sia un problema limitato all’immediatezza di alcune scadenze o proiettato più sul lungo periodo poco importa. Importa il fatto che proteggere questa attività dall’imminente chiusura non vuol dire solo permettere a chi la gestisce di continuare a fare il suo lavoro con passione. Significa lasciare a tutta la città la possibilità di attingere a una risorsa da non sottovalutare nell’economia della cultura quotidiana. Sarebbe come lasciar chiudere un teatro, un cinema, un museo. Giusto per fare un esempio, tutto quello che riguarda i fumetti che avete letto su queste pagine attinge a prodotti che vengono da AltroQuando. Molti si stanno dando da fare. Molti altri potrebbero farlo. Per tutte le informazioni pratiche, qui sotto ecco un elenco di link utili.














venerdì 12 marzo 2010

I'm so sorry!!

Chiedo scusa a tutti quanti sono soliti frequentare queste pagine per il ritmo estremamente blando con cui pubblico negli ultimi tempi. Purtroppo, la mancanza di un collegamento a internet personale e la recente indisponibilità di quello che sfruttavo nelle prime ore del mattino in ospedale mi impediscono una maggiore frequenza sul blog. A ciò si aggiungono i freqenti e pressanti ipegni di lavoro, e di studio, in vista del concorso per la scuola di specializzazione, che si avvicina con preoccupante rapidità. Il tutto si traduce non solo in poco tempo per scrivere, ma soprattutto in un preoccupante ritardo nelle letture di libri e fumetti già comprati e in paziente ordine nella libreria di casa. Spero che la situazione migliori al più presto. Non posso che chiedervi un po' di pazienza e la bontà di restare collegati per quanti hanno voglia di leggere quello che scrivo. A presto con nuovi post.

venerdì 15 gennaio 2010

Imprimatur

Siamo appena entrati nel secondo decennio del 2000, tra poco potremo tornare a usare frasi come “è nato nel ‘12” o “scade nel ‘14”. Eppure stasera (14.01.2010) accendendo il televisore, mi sono sentito catapultato mille anni nel passato. Eravamo ancora in quella che va sotto il nome di Età di mezzo quando le massime autorità del tempo (quelle ecclesiastiche) decidevano cosa poteva essere scritto e cosa no. La frase “Nihil obstat quominus imprimatur” (nulla impedisce che sia stampato), un marchio a tutti gli effetti, era il requisito fondamentale perché un’opera scritta potesse essere divulgata, e la cosa avveniva solo quando l’opera in questione veniva approvata da chi gestiva i mezzi di comunicazione di allora. Eppure, dopo mille anni, non abbiamo ancora imparato che non basta un timbro (o la mancanza di esso) per impedire a un’idea di circolare. Scritti e documenti clandestini di ogni tipo se ne infischiavano altamente di timbri più o meno sacri e trasmettevano già allora la cosiddetta parola del demonio.

Oggi sento parlare di un progetto governativo per la regolamentazione di internet. Fior di giornalisti mi dicono che non è possibile che Google, in base al suo algoritmo di ricerca, ‘decida’ cosa la gente deve leggere e cosa no. Sento dire che su Youtube non è più possibile tollerare la presenza di video e filmati senza selezionare la fonte o l’argomento. Mi sento davvero male. Anzi, mi sento seriamente preoccupato. Il controllo dei mezzi di comunicazione è da sempre stato la prerogativa fondamentale di ogni forma di regime. E tra l’altro non capisco in che modo ci si possa liberare da un presunto controllo da parte di Google sull’informazione inserendo un’altra forma di controllo. È come dire che per risolvere il problema degli omicidi bisogna scendere in strada a uccidere i potenziali assassini. Mi rendo conto che c’è un po’ di paura nell’aria. Capisco che chi un tempo deteneva l’autorità assoluta su certi argomenti si senta minacciato dalla possibilità concreta e immediata che internet offre di acquisire conoscenze e informazioni su qualsiasi cosa venga in mente. Ma nella mia visione del mondo, questo dovrebbe rappresentare uno stimolo piuttosto che una minaccia. Un incentivo a migliorarsi sempre più per dimostrare che le proprie capacità sono insostituibili. Allo stesso modo, qualunque idea, in qualunque modo venga espressa, non mi farà mai paura. Sono un medico, ma se dovessi scoprire che esiste un sito in cui si propone di uccidere tutti i medici, non perderei neanche un minuto di sonno. Comincerei a preoccuparmi nel momento in cui qualcuno decidesse di mettere in pratica quella teoria. Tuttavia, la mia seppur limitata esperienza e conoscenza della storia mi ha insegnato che nessuno che abbia intenzione di fare del male ne parla mai. Lo fa e basta. Preferisco di gran lunga che qualcuno mi minacci di morte, perché chi non lo fa potrebbe uccidermi senza aver aperto bocca.

Viviamo in un mondo in cui la comunicazione ha raggiunto velocità tali da annullare qualsiasi limitazione geografica, e questo ci ha catapultato nella terza guerra mondiale, quella della conoscenza e dell’informazione. O arriviamo ad avere l’informazione o siamo tagliati fuori dalla realtà, e non possiamo più avere intermediari: la rete ci permette di andare a vedere direttamente. Per questo me ne sbatto altamente dell’algoritmo di Google. Quando era nato, Google erano due ragazzi in un garage con un computer e un filo del telefono, che hanno inventato uno dei più grandi ritrovati scientifici di sempre: il motore di ricerca. Qualche anno fa, quei due ragazzi sono diventati quarantenni, sono diventati multimiliardari, e si sono fatti comprare dal governo cinese. Questo è spiacevole. Ma la speranza è che ci siano sempre due ragazzi di quindici anni in un garage che inventeranno qualcosa per rompere il culo a quelli di Google. Oggi scopro che Google sta cominciando a ribellarsi alle restrizioni, rimuovendo i blocchi alla ricerca imposti dal governo cinese. Questo mi fa sperare. Mi fa sperare che quando scrivo su questo blog una piccola riflessione indirizzata al presidente Obama, magari in quella stanza dalla curiosa forma ovale ci sia un computer acceso e collegato alla pagina di “Cose preziose”. Mi fa sperare che accanto al mio blog dove si chiacchiera di libri, fumetti, e qualcos’altro, ce ne siano altri dove si dice che i comunisti sono dei criminali terroristi, che i musulmani vanno sterminati, che i preti sono dei mafiosi, e via dicendo. Perché non mi fanno paura le voci, mi fa paura che qualcuno pensi di metterle a tacere, a prescindere dal fato che io sia d’accordo con alcune e in disaccordo con altre. Perché ho paura che un giorno qualcuno deciderà che non si può avere un blog che parla di fumetti, o di libri, o di cinema. Se quel giorno arriverà, comincerò a scrivere nell’ombra, con o senza imprimatur. So che la cito spesso, ma è una frase che adoro: “Boss... avevi ragione tu. Non si tratta di cambiare il mondo. Si tratta di fare del nostro meglio per lasciarlo così com’è. Si tratta di rispettare la volontà altrui, e di credere nella propria”. Se qualcuno vuole dire o scrivere qualcosa contro di me, si faccia avanti: la mia penna non si troverà mai indietro.

giovedì 12 novembre 2009

(Se non l'avete capito finora, non so più come dirlo!) - Quarta parte

Il segreto per ottenere una buona procedura è capire alla perfezione in quale buco infilare l’attrezzo. Estrapolando la metafora ed evitando di cadere in facili travisamenti del suo significato originale, si può dire che quando si è capito come procedere si ottengono risultati migliori in quello che si sta facendo o si vuole fare. Ed è proprio quello che il losco cacciatore di taglie della nostra storia ha capito dopo i primi due giorni di fiera, motivo per cui i successivi due giorni scorrono molto più rilassati ma allo stesso tempo produttivi. Armato di una dettagliatissima mappa, e potendo far affidamento sulla impeccabile segnaletica della città, il nostro mercenario si dirige, spesso in solitario, alla ricerca di nuove vittime, muovendosi nell’ombra dei vicoli ed evitando le vie più affollate. Dopo qualche periodo di ambientamento, comincia ad acquisire familiarità con i luoghi, e si muove con agilità arrampicandosi sulle pareti e saltando da un tetto all’altro per raggiungere l’obiettivo nel più breve tempo possibile. Gli acquisti si fanno sempre più scarsi, sia per una curiosa quanto improvvisa indisponibilità economica, sia per una più meticolosa scelta delle opere di cui appropriarsi. D’altronde, avendo escluso a priori il furto e la rapina per l’intenzione di mantenere un basso profilo, e non avendo disponibilità di altri metodi discreti di appropriazione indebita, non può fare altro che utilizzare una banale e quanto mai dispendiosa transazione legale. Quindi, sebbene la quantità di volumi acquistata si vada progressivamente riducendo, l’esatto opposto accade per i disegni, che cominciano ad aumentare in maniera consistente. Ma al di là dello spirito di collezionismo, lo stesso che gli fa conservare e catalogare macabri trofei delle sue vittime, ciò che spinge l’assassino prezzolato a cercare in maniera tanto spasmodica i disegni è la possibilità di conoscere gli artisti e chiacchierare con loro mentre sono intenti a realizzare le opere. Così, sempre sotto la minaccia di un puntatore laser, va in scena un piacevole scambio di opinioni con Giacomo Pueroni, Davide Gianfelice, Alex Massacci, Marco Bianchini, Giuseppe Camuncoli, Marco Natale e altri di cui non è dato conoscere l’identità esatta. Inoltre, per una miscela di fortuna, colpo d’occhio e prontezza di riflessi, il nostro si appropria di un quanto mai raro, se non unico, disegno di Federico Semola (scrittore e sceneggiatore!). Nel peregrinare tra gli stand, si riconoscono anche vecchie conoscenze, quali Gud e Giulio Macaione, ed essendo questi testimoni potenzialmente pericolosi, vengono immediatamente eliminati, motivo per cui la loro futura presenza in qualsivoglia luogo del sistema solare è da considerarsi il prodotto di esperimenti di clonazione umana ben oltre i margini della legalità. Gli ultimi sprazzi della domenica trascorrono immersi nei gadget, tra i quali vengono carpite delle meravigliose statuette che prosciugano definitivamente le finanze del nostro eroe. Infine c’è spazio per in po’ di tristezza per gli amici che se ne vanno, per il dover abbandonare questo strano ma interessante luogo, e per piccoli rimpianti di occasioni perse. I tre eroi tornano quindi a casa, dopo aver dato prova della loro abilità nel tetris 3D, disciplina in cui di recente sono stati proclamati campioni mondiali per la capacità di far entrare enormi quantità di fumetti nelle valige. L’appuntamento rimane fissato per l’anno prossimo, stessa ora, stesso posto. Finanze permettendo, naturalmente, e sempre che la legge non li abbia raggiunti prima destinandoli per sempre alle patrie galere. Ma i nostri eroi fuggono veloci, sfruttando le ali della fantasia. Non sarà facile fermarli, ma potete provarci. A vostro rischio e pericolo!

Fine
























































martedì 10 novembre 2009

(Basta ripeterlo, tanto ormai l'avete capito!) - Terza parte

Il secondo giorno, non volendo rischiare di ripetere la stessa esperienza del giorno prima, due dei membri della squadra adottano una strategia diversa. I contatti con il resto del gruppo vengono progressivamente ridotti, fino al mantenimento del più assoluto silenzio radio, e le forze si sparpagliano per coprire un’area più vasta possibile. Inoltre, questo consente al Braccus Erectus e al losco figuro di muoversi inosservati con assoluta libertà d’azione, e finalmente si apre la caccia ai disegnatori. Il Braccus ovviamente conta sul suo innato fiuto canino per localizzare le sue prede anche a notevoli distanze, mentre l’altro, non avendo dalla sua alcun potere sovrannaturale, non può fare altro che sfruttare al massimo le qualità che una lunga teoria di inseguimenti, omicidi su commissione, agguati e fughe gli hanno fatto acquisire. Così, si aggira silenzioso per gli stand colorati e brulicanti di gente accalcata, pronto a cogliere il minimo sguardo, o un impercettibile segno di matita che renda manifesta la natura di disegnatore. Il caso vuole che spesso questi impercettibili segnali vengano accompagnati da un ben più eclatante cartellino che riporta nome e cognome, ma questi sono dettagli di cui non parleremo in questa storia. La prima parte della mattina trascorre in una ricognizione meticolosa e nell’individuazione dei potenziali obiettivi, e solo sul finire della mattinata viene raccolto il primo bottino. Un tizio solitario seduto ad un banchetto sta disegnando con una bic un samurai in stile manga. Alla domanda “Mi faresti un disegno?”, risponde chiedendo il soggetto. È così che vede la luce una meravigliosa Poison Ivy, perfino colorata e sfumata. Il gruppo si ricongiunge per il pranzo, dandosi appuntamento sui gradini, perché è notorio che in tutta Lucca ci sia solo una coppia di gradini in un unico luogo, talmente famosa che sulle carte della Toscana, accanto al nome Lucca, ci sono disegnati i due gradini in questione. La notizia che il Braccus era stato temporaneamente depistato e condotto fino in Giappone non sorprende più di tanto il losco cacciatore di taglie, considerando il fatto che in quel secondo giorno si era aggiunta al gruppo un’altra persona geneticamente programmata per ragionare in ideogrammi. Così, senza versare troppe lacrime per il compagno ferito, procede la caccia. Nel frattempo viene anche incrementata la quota di acquisti, in quanto fin troppo spesso il nostro eroe è costretto a cedere a bassi ricatti che prevedono la realizzazione di un disegno solo in cambio dell’acquisto dell’opera. Tuttavia, è un prezzo che si è disposti a pagare volentieri quando quello che si ottiene è un ricordo unico. In definitiva, sebbene i contatti con il resto del gruppo si mantengano scarsi, il carnet di disegni si arricchisce di diversi esemplari di diversi tipi e provenienza, alcuni addirittura d’oltreoceano. Inoltre, anche se in modo superficiale, l’esplorazione si estende anche ad ambiti non strettamente cartacei, in modo da cominciare a sondare alcune possibilità di acquisto che non siano solo fumetti. Purtroppo, un’orda di pupini assassini attacca l’eroe, che solo grazie alla sua prontezza di riflessi riesce a sfuggire all’agguato, rimandando l’incursione nel pianeta delle action figure a momenti più favorevoli. Stracarichi di sacchetti, i membri della compagnia si separano quando è già buio, alcuni diretti alla volta di un confortevole albergo, altri verso una più economica e faticosa, ma impagabilmente divertente, cena casalinga. L’acquisto di migliaia di metri cubi d’acqua da bere è un lusso che ci si può permettere impunemente, dopo una giornata faticosa come quella appena trascorsa, nonostante questo comporterà una successiva beneficenza al nuovo inquilino, cosa che, trattandosi di una buona azione, stona parecchio con le consuetudini dei tre mercenari.

Fine terza parte

domenica 8 novembre 2009

Quello di prima (mi abbutta riscriverlo) - Seconda parte

Il mattino seguente comincia la armoniosa danza del bagno, in cui i tre compagni si alternano nelle loro molteplici e variegate necessità. Subito dopo si cominciano a preparare le razioni per la lunga giornata dietro le linee nemiche, imbottendo panini che si scoprono essere senza sale, come nella migliore tradizione del luogo. All’arrivo in stazione si presenta la prima sorpresa imprevista. A quanto sembra, colui che si occupa della programmazione ferroviaria della stazione di Pisa è un certo Walt Disney, fermamente convinto che far entrare duecento persone in un unico vagone non sia un’impresa così improponibile. Dopo tutto, nei cartoni animati lo fanno sempre. Quando vedono membra umane troncate dalla chiusura delle porte esterne ed informi masse di carne stiparsi all’interno del vagone, i tre eroi optano per una strategia di vigile attesa. Proprio nel momento in cui l’attesa da vigile comincia a farsi sonnolenta e infreddolita, un oracolo si rivolge ai tre per mezzo di un altoparlante (per il Braccus viene approntato estemporaneamente un bassoparlante), annunciando il montaggio di un treno speciale diretto a Lucca. La conferma definitiva di ciò si ottiene quando i tre scorgono una carovana di folletti che trasportano enormi bulloni, lamiere e attrezzi, e iniziano a montare il treno sotto il loro sguardo attento ma per nulla stranizzato. Quando il treno è finalmente pronto, i tre eroi partono alla volta di Lucca, ma ovviamente non prima di aver disinnescato le numerose cariche di esplosivo posizionate nella stazione a mo’ di ritorsione per l’inadeguatezza del trasporto precedente. Giunti a destinazione, la squadra si dirige alla biglietteria, nella quale non sono necessari eccessivi spargimenti di sangue per farsi largo tra la folla. Giunti all’interno delle mura della città, cominciano con movimenti furtivi a esplorare la zona, nell’attesa di stabilire il contatto con la seconda squadra arruolata per la missione, giunta a Lucca con altro mezzo di trasporto, in modo che un possibile sabotaggio nemico che avesse eliminato i primi elementi non avrebbe compromesso del tutto la missione. Gli scopi per i quali sono stati reclutati gli altri tre elementi sono diversi. La tipa con il potere di annientare ogni apparato uditivo nel raggio di un chilometro dalla sua posizione avrebbe fornito una attenta e meticolosa documentazione fotografica alla missione, la seconda componente femminile avrebbe creato molteplici diversivi con al sua avvenenza e con un indiscriminato e incontrollabile volume di acquisti a ripetizione, e il terzo uomo avrebbe svolto il ruolo di spia infiltrandosi in ogni bagno della zona con una scusa più che plausibile. Tuttavia, i piani cominciano a complicarsi quando viene esposta agli occhi della squadra la quantità di attrazioni umane e cartacee di cui la fiera dispone. In questo modo, la fotografa viene subito messa fuori gioco da una lunga processione di bizzarri elementi mascherati, mentre l’altra avvenente fanciulla scopre che non è facile comprare un’intera fiera in poco tempo. Cadute vittime della frenesia del luogo, agli altri quattro non resta che seguirle passo passo e cercare di contenerle, sebbene tutti vengano a stento considerati degni di attenzione. Per cercare di limitare i danni il più possibile, lo scopo di questo primo giorno diventa il cosiddetto acquisto a matula, e la compagnia si confonde tra la folla, lasciando lo svolgimento della missione a momenti più favorevoli. L’unico successo ottenuto in quella prima giornata è l’incontro con una delle celebrità del luogo, Eddie Campbell, forse uno dei più prestigiosi tra i bersagli elencati tra gli obiettivi della missione. Giunti ben oltre il tramonto, le due squadre si separano per ritornare ai rispettivi rifugi, dove viene fatto un meticoloso bilancio delle perdite subite, si cuociono funghi in casseruola per condire una pasta che sebbene manchi di alcuni ingredienti risulta più che accettabile, e si pianificano le mosse per la giornata successiva, con il fermo proposito di non farsi più depistare dall’atmosfera perturbante del luogo.

Fine seconda parte

mercoledì 4 novembre 2009

“There and back again. A human’s tale by Filippo Maria Longo” (Andata e ritorno. Un racconto umano di Filippo Maria Longo) - Prima parte

Un occhio a guardare il cielo, nella speranza che le poche nuvole grigie di Palermo non si ritrovino anche in Toscana, l’altro occhio a controllare la lista delle cose da mettere in valigia, per essere sicuri di non avere dimenticato niente, sono partiti. Destinazione finale: Lucca Comics & Games 2009. Tre strane creature, un rappresentante di una insolita razza di cane a due zampe (il Braccus Erectus), uno strano tizio con un cappello di carta e velleità di mago combattente (lo Slittino del Silenzio, Silent Bob), e un losco figuro con la barba, talmente poco raccomandabile che quando è solo con se stesso non si sente per niente tranquillo, salgono su un aereo riciclato diretti alla volta di Pisa. A differenza di come accade quasi sempre nelle storie avventurose, tutto procede secondo i piani. Si arriva in orario, si trova l’autobus, si arriva nel miniappartamento e si comincia a prendere possesso della base operativa per la missione. Da notare che l’oscuro spirito del nastro trasportatore ha stranamente deciso di prendersi una settimana di vacanza, motivo per cui le valigie sono arrivate, e addirittura in buone condizioni. La prima fase della missione prevede un buon consolidamento della posizione attuale e l’esplorazione dei dintorni, come farebbe un vero Big Boss, motivo per cui, strisciando tra i cespugli e i sottopassaggi della stazione ferroviaria, e non trovando razioni serpentine (snake rations) da utilizzare come cibo, si dirigono in modalità stealth verso un comodissimo PAM, dove si affumano circa trenta euro a testa di spesa! Stipate le razioni di emergenza negli appositi alloggiamenti, cominciano ad esplorare la zona circostante, individuando come punto di repere una curiosa costruzione oblunga stranamente inclinata da un lato, eliminando nel contempo tutti i passanti che incontrano, stordendoli prima con dardi soporiferi e poi finendoli a colpi di pugnale. Questo non perché rappresentassero una reale minaccia alla loro missione, ma semplicemente perché seguire una scia di cadaveri è un ottimo modo per ritrovare la strada di casa. Poiché il Braccus Erectus ha notoriamente una scarsa tolleranza al freddo mentre il tizio con la barba ha necessità di introdurre a brevi intervalli di tempo enormi quantità di alimenti, la squadra si dirige verso al base, incontrando lungo la strada un ermetico messaggio in codice scritto per terra che dà loro appuntamento per lunedì 5 alle 9.00, e dato che il prossimo lunedì 5 è il 5 aprile 2010, i tre programmano subito la partenza per quella data. Tra misteriose interruzioni di corrente, assolutamente non correlate alla contemporanea accensione di piastra elettrica, scaldabagno e climatizzatore, si preparano una sostanziosa cena e consultano le antiche rune relative ai preziosi manufatti da recuperare i giorni successivi. Così, tra polverose pergamene e griglie di Excel, giunge l’ora del riposo, e la compagnia si sistema negli improvvisati giacigli di piume d’oca. Il ritrovamento, poco distante dalla base, di centinaia di oche spennate costrette a razzolare proteggendosi dal freddo con costumi da pokemon non ha nulla a che fare con i fatti narrati in questa storia.

Fine prima parte.



lunedì 26 ottobre 2009

Si parte!

Ebbene sì, finalmente ci siamo. Tra meno di quarantotto ore sarò su un aereo insieme a un paio di amici, diretti a Pisa, dove staremo durante quella che sarà la mia prima esperienza lucchese. A beneficio di quanti non sanno di cosa sto parlando, dico subito che “Lucca Comics & Games” è la principale mostra-mercato italiana dedicata al fumetto, al gioco e all’animazione. Giunta alla sua 43esima edizione (giusto per darvi un’idea, il Salone Nautico di Genova festeggerà le cinquanta edizioni nel 2010), la fiera di Lucca è il punto di riferimento di tutti coloro che in Italia sono appassionati di fumetti, giochi di ruolo, videogames e animazione. Sebbene per fortuna nel corso degli anni dalle sue costole siano nate e continuino a nascere numerose figlie, come Cartoomix a Milano, Mantova comics, Rimini comics, Romics e tante altre, Lucca continua ad essere l’appuntamento fisso, nel week-end tra fine ottobre e i primi di novembre, per gli appassionati di tutta Italia. Ma Lucca non è solo un posto dove compare fumetti che non si trovano nelle proprie città per colmare i buchi delle collezioni, o dove trovare un gioco di ruolo particolare. Lucca è un mondo fantastico in cui si entra come Alice attraverso lo specchio. A Lucca puoi camminare per strada e trovarti accanto un tizio vestito da samurai e un altro vestito da pilota di astronavi. Puoi stare ore a guardare un tale seduto su uno sgabello che, uno dopo l’altro, crea capolavori su carta per fotocopie. Puoi posare una montagna di fumetti sul tavolo di uno che hai sempre e solo letto tra i nomi dei crediti degli albi che hai a casa e vedere che te li autografa con un sorriso. Puoi sederti a un tavolo e giocare per ore a carte con qualcuno che durante tutto il resto dell’anno sta a duemila chilometri di distanza da te. Puoi assistere a conferenze, incontri con autori, lezioni, interviste sul mondo del fumetto e della comunicazione figurata, sulla simbologia e sulla filosofia dei personaggi e di chi li crea, sulle nuove prospettive nel mondo dell’arte grafica in Italia e nel mondo. Quest’anno sono attesi centoquarantamila visitatori. Quest’anno, “Lucca Comics & Games” è stata presentata al parlamento europeo come manifestazione culturale di rilevanza internazionale, inserendosi nel dialogo dei problemi del paese. Quest’anno è stato creato Bat-Barroso, un uomo senza superpoteri che lotta contro i criminali che a tutti i livelli affliggono la società e che cerca di risolvere i problemi vivendoli al loro interno. Da quei quattro sprovveduti che sfidavano le intemperie nel con addosso delle cerate gialle e qualche banchetto dove appoggiare fumetti sparsi, se ne è fatta di strada.


La canzoncina di "Lucca Comics & Games"

sabato 8 agosto 2009

Quindici domande... Quindici risposte

Prendo spunto da questo curioso giochetto mandatomi da un amico su Facebook, dato che in fondo è perfettamente in tema con quello di cui di solito parlo, e invito chiunque volesse a partecipare. In effetti, il titolo di un libro può dire molto su una persona, sia su quella che scrive che su quella che legge. E a volte è davvero curioso notare come a certe domande la risposta migliore è proprio questa, per quanto bizzarra possa suonare in prima battuta. Per esempio, sono particolarmente orgoglioso di come ho risposto al punto 2. In seguito ho provato a cercare qualcos’altro che andasse bene, ma non ho trovato niente che rendesse bene l’idea come quel titolo. Se poi si ha la fortuna di averlo letto, sarà ancora più bello capire il significato della frase.




ISTRUZIONI:
Domande su di te.
Rispondi usando i titoli dei libri che hai letto.


1. Sei maschio o femmina?
Se questo è un uomo (Primo Levi)

2. Descriviti:
La pioggia prima che cada (Jonathan Coe)

3. Cosa provano le persone quando stanno con te?
L'insostenibile leggerezza dell'essere (Milan Kundera)

4. Descrivi la tua relazione precedente:
Una storia comune (Shemuel Josef Agnon)

5. Descrivi la tua relazione corrente:
Guarda come ti amo (Luis Leante)

6. Dove vorresti trovarti?
Un po' più in là sulla destra (Fred Vargas)

7. Come ti senti nei riguardi dell'amore?
L'idiota (Fedor Dostoevskij)

8. Com'è la tua vita?
La solitudine dei numeri primi (Paolo Giordano)

9. Che cosa chiederesti se avessi a disposizione un solo desiderio?
Le città del mondo (Elio Vittorini)

10. Di' qualcosa di saggio...
L'amore non guasta (Jonathan Coe)

11. Una musica:
Per chi suona la campana (Ernest Hemingway)

12. Chi o cosa temi?
Le menzogne della notte (Gesualdo Bufalino)

13. Un rimpianto:
Vita (Melania Mazzucco)

14. Un consiglio per chi è più giovane:
Parti in fretta e non tornare (Fred Vargas)

15. Da evitare accuratamente:
La banda dei brocchi (Jonathan Coe)

venerdì 15 maggio 2009

Nuvole



Ho appena riletto (e rivisto...) un mio vecchio post ispirato a una scena di “Scrubs”. Il post si intitola, riprendendo una frase dello spezzone inserito come video, “La vita fa paura!”. E non è un caso che mi sia tornato in mente proprio adesso. Oggi, anche a me la vita fa paura. Paura di fare e paura di non fare, paura di aspettare e paura di correre troppo. Paura di parlare e paura di stare zitto. Paura. “Solo gli sciocchi non temono nulla”, è un’altra frase che mi torna in mente, pescata da non so quale cassetto della memoria. Ma se voglio veramente dare un significato a quello che scrivo su queste pagine, mi rendo conto che devo essere io il primo a seguire quei consigli, quei piccoli insegnamenti che dispenso con tanta disinvoltura in momenti tranquilli della vita, e con cui adesso capisco che è pesante fare i conti. Però stranamente sono ancora abbastanza illuso da riuscire a vedere uno spiraglio di luce tra le nuvole che mi circondano in questo momento, assillandomi con dubbi che mi hanno privato nelle ultime notti anche di quelle poche ore di sonno che da anni fatico a racimolare. E anche il vedere questo piccolo bagliore mi fa paura. Paura che sia solo un’illusione momentanea, e che scomparirà presto. Perché il dubbio, nella sua cattiveria, è anche generoso: ti offre la possibilità di sperare. La certezza, invece, è spietata, non lascia scampo. Il dubbio è diventato realtà, e se va bene sarà la realtà che hai sperato, ma se va male soffrirai. Ancora una volta gioco la mia pericolosa partita a scacchi con il mio nemico di sempre, l’incapacità di farmi apprezzare. Dovrei usare un altro verbo (o forse molti altri), ma preferisco non farlo. È già abbastanza dura così. Per adesso, l’unica scelta che sono disposto a fare è attaccarmi a quel sottile filo di speranza, a quella pallida luce che deve trovare la forza di squarciare le tenebre, se non vuole finire inghiottita nel nulla. E non sarà facile. Ma forse, questa è una cosa positiva. Perché in fondo voglio dare ragione al dottor Kelso: “Nella vita le cose che contano non si ottengono mai con facilità”. Questa è una cosa che conta. Almeno per me. Forse l’unica cosa che conta. Voglio che lo sia. E per concludere non posso fare a meno di riportare un’altra citazione che mi è appena tornata in mente, stavolta da un luogo che ricordo dove si trovi: “Non può piovere per sempre”.

sabato 6 dicembre 2008

O è natale tutti i giorni...

Al liceo avevamo un piccolo laboratorio di teatro, e nelle ricorrenze mettevamo su qualche rappresentazione. Scenografie, costumi, riproduzioni di opere d’arte, poesie, e tutte quelle balle lì, sapete? E naturalmente cori. Una delle ricorrenze più sfruttate era ovviamente il natale, e un anno la mia professoressa di storia dell’arte ci propose questa canzone come canto finale. E oggi mi è tornata in mente, e me la sono cercata su internet. In effetti, ai tempi mi aveva molto colpito, perché è un po’ quello che ho sempre pensato. Non mi è mai piaciuto il natale. Nella mia visione più ottimistica, era un periodo di vacanza dalla scuola, dove non ci si doveva alzare presto, dove si andava a letto tardi, dove si aveva il tempo di leggere libri. Da quando sto in città un’altra cosa piacevole che si è aggiunta a questo quadro è costituita dalle passeggiate per le strade illuminate, però si è persa la vacanza, visto che a gennaio ho sempre fatto esami e quindi durante le feste si studia il più possibile. Questo è tutto quello che di buono riesco a mettere nel concetto di natale. Poi c’è tutto il resto. Ora vi aspetterete la solita retorica sulle guerre, le ingiustizie e il dolore che affliggono il mondo e se ne fottono altamente del fatto che è natale. Oppure le solite stronzate sul consumismo, sull’ipocrisia di parenti che si vedono una volta all’anno e via dicendo. Che poi è quello che dice la canzone. No, niente affatto. Non mi va di fare questi discorsi, li fanno meglio di me Luca Carboni e Jovanotti. A me non è mai piaciuto il natale perché a natale è tutto natale. Se esci, lo fai per vedere le vetrine perché è natale. Se compri qualcosa, lo fai perché devi fare i regali di natale. Se ti vedi con gli amici, è per andare a giocare a carte perché è natale. È questo che mi dà fastidio. Sembra che in questo periodo il natale sia l’unica cosa in grado di dare significato ad ogni attività dell’essere umano. Non si può organizzare una gita in campagna, perché è natale. A meno che non sia una gita di natale per fare cose di natale. Non si può organizzare una partita di calcetto, perché tutti i tuoi amici sono a casa con parenti e cugini che arrivano da qualche sperduto angolo del mondo e non sono capaci di sopravvivere un’ora senza di loro. Ecco cos’è che non sopporto: il natale catalizza tutte le attenzioni. E se non entri anche tu a far parte del gioco, sei solo un cretino che deve fare l’anticonformista a tutti i costi, perché ormai c’è anche questo, che odiare il natale è diventato una moda, quindi non puoi farlo. Sono perfettamente in linea con quello che dice il ritornello della canzone, solo che io prendo per buona la seconda parte. Visto che non è natale tutti i giorni, per me non è natale mai. Deve per forza essere natale per fare una telefonata a qualcuno? O peggio ancora, devo per forza fare una telefonata a qualcuno (che magari mi sta incredibilmente sulle palle) perché è natale? Per me sono giorni come tutti gli altri, e se qualcuno si vuole offendere, che lo faccia pure. Ai miei libri e ai miei fumetti non gliene frega niente che è natale, mi faranno compagnia come ogni giorno dell’anno. Per fortuna, quest’anno c’è qualcosa di diverso. Quest’anno, ci sono degli amici che sono più o meno in sintonia con me. E visto che tutti, nostro malgrado, saremo obbligati ai classici pranzi e cene in famiglia, abbiamo deciso di farci un natale anticipato, per passare un giorno insieme, come facciamo tutte le domeniche sera, mangiando pizza e birra, parlando di libri e fumetti e giocando ai videogiochi. E se questo vuol dire che è natale, allora per me è natale ogni domenica.

domenica 9 novembre 2008

Premio Dardos 2008

Ringrazio di cuore l'amica (ormai credo che posso definirti così anche se non ci siamo mai nè visti nè parlati di persona) Fra, che mi ha nominato sul suo blog insieme ad altri come vincitore di questo premio. Un premio che mi sembra bello sottolineare nei suoi intenti riprendendo le stesse parole di Fra (che forse sono quelle di chi originariamente ha ideato il premio):

"Questo è un premio che riconosce i valori che ogni blogger dimostra ogni giorno nel suo impegno a trasmettere i valori culturali, etici, letterari e personali. In breve mostra la sua creatività in ogni cosa che fa".

Queste due frasi esprimono molto bene il senso del premio, e mi rendono molto orgoglioso di averlo ricevuto. A volte ho peccato di eccessiva modestia, non me ne vogliate se stavolta pecco di un pizzico di presunzione. Forse è vero che anche io, nel mio piccolo, contribuisco a diffondere messaggi e valori che ritrovo in tutto quello che mi circonda. E siccome quello che mi circonda è in larga parte costituito da libri e fumetti, sono molto contento di poter condividere le emozioni che questi mi trasmettono con tutti quelli che vengono a leggere queste pagine. E sono contento che qualcuno lo noti e gli faccia piacere. Ringrazio ancora Fra, che è una delle mie più assidue lettrici e commentatrici (con mio grande piacere), e passo a nominare meritevoli di questo premio:

Veronica con il suo Blog "Con la testa tra le nuvole" e Valentina con il suo blog "Eyes Wide Ciack". Per questa volta mi fermo qui, non perchè magari non ce ne siano altri meritevoli, ma perchè voglio dare un piccolo merito a quelle persone che più di tutte mi seguono in quello che scrivo.

mercoledì 5 novembre 2008

I have a dream...

“Non diventerà presidente comunque: non la chiamano Casa Bianca solo perché è bianca”.

Questa frase, tratta da un telefilm americano, oggi, per la prima volta nella storia, smette di essere vera. Oggi, la Casa Bianca si chiama così solo per il colore dell’intonaco. Oggi, un nero di origine africana rende quel sogno del suo predecessore ideologico un tantino più concreto. Quando Barak Obama, qualche mese fa, vinse la sfida con Hillary Clinton per diventare il candidato democratico alla quarantaquattresima presidenza degli Stati Uniti, io ero molto scettico. Ero convinto, per fortuna a torto, che l’America poteva forse essere pronta per avere un presidente donna, ma certamente non era pronta per avere un presidente nero. Come ho detto, mi sbagliavo. Non voglio stare qui a fare una ipocrita idealizzazione di quello che questa elezione rappresenta, Obama è comunque un uomo politico, dovrà comunque confrontarsi con problemi concreti e molto seri, e il fatto che la sua elezione rappresenti una svolta non lo metterà al riparo da critiche e lamentele, né tanto meno lo proteggerà dal commettere errori. Dovrà dimostrare, come chiunque altro, di avere le capacità che necessitano a chi deve guidare uno dei più grandi stati del mondo. Come chiunque altro, si troverà di fronte a questioni molto complesse sia in ambito nazionale che internazionale. Come chiunque altro, dovrà dare risposte a tutti quelli che, da domani e per i prossimi quattro anni, gli faranno le domande. Ma è proprio questa la frase chiave di tutto il discorso: come chiunque altro. In un paese che solo pochi decenni fa non permetteva ai bambini neri di frequentare le scuole dei bianchi, che non ammetteva che i militari neri condividessero gli alloggi e la mensa con i loro commilitoni bianchi, oggi un nero siede alla scrivania dello studio ovale. Tutti si aspettano molto da Barak Obama. Superare la crisi economica che in questo periodo sta investendo gli USA non sarà un gioco da ragazzi per la sua amministrazione. Ma nel mio incallito idealismo, voglio fare due richieste al nuovo presidente degli Stati Uniti, una che riguarda la sua politica interna e l’altra quella estera, facendo per un attimo finta che anche lui sia tra quelli che ogni tanto leggono queste pagine. Vorrei che eliminasse dal suo paese la condanna a morte come strumento di punizione in quegli stati in cui ancora è in vigore. E vorrei che ponesse fine a qualsiasi iniziativa di guerra da parte delle forze armate americane e che si impegnasse attivamente perché anche tutti gli altri capi di stato dei paesi coinvolti in quelle azioni seguano il suo esempio. Mi rendo conto che è solo un sogno. Non molto tempo fa era un sogno che un nero diventasse presidente degli Stati Uniti d’America. Realizzare quest’ultimo forse può voler dire che è possibile realizzare anche gli altri. “C’è sempre speranza”.

domenica 2 novembre 2008

A egregie cose...

Non serve, o non dovrebbe servire, che io stia qui a ricordare chi era Ugo Foscolo e quello che ha scritto. Voglio estrapolare, in questo giorno, un breve passo dal carme “Dei sepolcri”, perché in questo, più che in ogni altra cosa che io abbia letto, si trova spiegato il senso di questo giorno. Oggi noi onoriamo i defunti. Non importa credere o meno in una particolare forma di dio. Non importa che le persone che amavamo e che sono morte le ricordiamo ogni giorno. C’è qualcosa di più. Qualcosa che ancora ci possono dare. Qualcosa che accenda i nostri animi.

A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io, quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che, temperando lo scettro a’ regnatori,
gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
più mondi, e il sole irradiarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento;
te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe’ lavacri
che da’ suoi gioghi a te versa Appennino!
Lieta dell’aer tuo veste la luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti; e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi.
E tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l’ire al Ghibellin fuggiasco;
e tu i cari parenti e l’idioma
desti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,
d’un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere celeste.
Ma più beata che in un tempio accolte
serbi l’italie glorie; uniche forse
dacchè le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti,
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.

mercoledì 29 ottobre 2008

Cinquant'anni in medicina

Oggi è stato un giorno particolare. Oggi, alle 11.30 in punto, una settantina di persone si sono riunite in una stanza per ascoltarne altre sei che parlavano di una. La stanza è l’aula Maurizio Ascoli del Policlinico di Palermo. Le settanta persone sono professori, medici, e qualche studente (tra cui io) della facoltà di Medicina. Le sei sono i professori Elio Cardinale, Giovan Battista Rini, Giuseppe Montalto, Antonio Carroccio, Carlo Barbagallo e Maurizio Averna. L’una è Alberto Notarbartolo. Da sabato 1 novembre il professore Notarbartolo smette di essere il primario del reparto di Medicina Interna e Geriatria U.O. 26.03, il direttore del Dipartimento di Medicina clinica e delle patologie emergenti, il direttore della scuola di specializzazione in Medicina Interna I, il professore ordinario di Medicina Interna. Ma il valore di un uomo non si misura dal numero di righe che occorrono per elencarne i titoli, né dal numero di carte su cui compare il suo nome. Si misura dal valore dei suoi allievi, dalle loro capacità, e dal trasporto con il quale oggi gli hanno tributato un saluto doveroso e onorevole. Il professore Notarbartolo tra due giorni non smette certo di essere un medico, né tanto meno un maestro e un esempio per tutti coloro che hanno lavorato sempre ‘con’ lui e mai ‘per’ lui. Non starò qui a ripetere gli interventi di coloro che oggi hanno parlato e ripercorso insieme i cinquant’anni di vita nella medicina (dalla laurea nel 1958 a oggi) del professore, ma uno lo voglio sottolineare. Quelli che conoscono il professore Averna sanno che può essere definito in molti modi, ma non certo come una persona emotiva. Più volte l’ho visto parlare a congressi anche di un certo rilievo e mai in queste occasioni l’ho visto tentennare. Oggi, per ben due volte, a Maurizio Averna si è fermata la voce, la prima davanti a una vecchia foto, la seconda quando ha accennato a Laura. Per scelta non dico chi è Laura, quelli che lo sanno capiranno, basta dire che il dolore di una persona è il suo universo privato e nessuno può permettersi di violarlo. Aggiungo soltanto che quando passo in un certo corridoio sotto una certa targa con quel nome sopra, un leggero brivido mi corre lungo le braccia. Conosco il professore Notarbartolo da meno di quattro anni, eppure oggi, in quell’aula, anch’io ho provato qualcosa. Posso solo tentare di immaginare cosa ha provato chi questi ultimi cinquant’anni li ha vissuti insieme a lui, professionalmente e personalmente.

sabato 27 settembre 2008

Premio fantasia galoppante 2008





















Ringrazio Veronica per questo premio, molto gradito, soprattutto perchè non è facile omaggiare la fantasia quando si parla di quello che è stato scritto da altri, come faccio io.

Le mie premiazioni sono quasi d'obbligo, non perchè non le faccia con coinvolgimento e con piacere, ma perchè conosco persone che della loro fantasia hanno fatto praticamente uno strumento di lavoro...

Fra, perchè dove se non in cucina è necessaria la fantasia? E lei ne ha da vendere! Prima o poi mi cimenterò con qualcuno dei suoi piatti, finora non l'ho fatto, direi quasi per rispetto!

Valentina, perchè per lei vale più o meno quello che Veronica ha detto di me. Non importa che quello di cui parli non sia una sua creazione diretta. Come lo racconta lei, il Cinema, non lo fa nessuno. Non solo aspetti tecnici, ma emozioni. Il suo blog è un appuntamento fisso. Peccato non poter vedere qualche film insieme.

Filippo, con l'augurio che la sua fantasia non si esaurisca mai, che i primi passi nel mondo del fumetto autoprodotto che sta muovendo da un annetto si trasformino presto in una corsa senza ostacoli, dritta verso il traguardo, e che il secondo numero di “Chiron” non si faccia attendere troppo!

Francesco, che di arte se ne intende, e anche se non lo convincerò mai a vendermi un certo quadro, ogni volta che lo vedo mi piace sempre di più. E sperando che anche qualche suo fumetto veda presto la luce.

Elena, Francesca, Manuela e Michela, che non sono proprio mie amiche, ma in un certo senso le conosco. Non tanto per i link che ci sono nel mio blog, ma perché sono autrici di fumetti che ammiro molto e che ogni mese, più o meno, mi regalano qualche nuova emozione.

Ultima ma non ultima, Veronica. So che non vale premiare chi ti ha premiato, ma chissenefrega! Ci tengo a lei, e della sua fantasia e del suo talento ho le prove tangibili! Un bacio grande grande, principessa!

venerdì 12 settembre 2008

Complotti e malefici

Ieri era un giorno particolare. Non solo per alcuni, ma per tutti. Da quel giorno di sette anni fa, buona parte del mondo, in tutti i suoi aspetti, è cambiato. L’economia, la religione, la vita di tutti i giorni hanno assunto significati diversi, per alcuni in maniera più radicale, per altri in modi meno visibili. È curioso, ma proprio ieri mi è capitato di rivedere un film, e un ricordo mi ha colto alla sprovvista quando ho realizzato che era proprio quel giorno. L’11 settembre. Parecchie volte sono stato tentato di parlare di questo film, ma la cosa giusta da fare sarebbe parlare del fumetto da cui è tratto. Purtroppo, il fumetto di cui parlo è di una complessità tale che è molto difficile da analizzare. Servono parecchie letture per coglierne tutti i significati, e l’ho letto diverso tempo fa. Il desiderio di rileggerlo mi ha preso diverse volte, ma sono talmente tante le cose che ho da leggere che ogni volta rileggere qualcosa mi sembra tempo sottratto alle novità.

Il fumetto a cui mi riferisco è “V for Vendetta”, una delle opere più intense e significative di Alan Moore. Già solo questo nome dovrebbe bastare a giustificare il mio imbarazzo e la mia titubanza a parlarne. Un giorno forse lo farò. Non oggi. Il film che ne è stato tratto è una buona sintesi di uno degli elementi portanti del romanzo grafico: il totalitarismo politico. Quello che mi ha spinto a scrivere queste righe è il ricordo di un aneddoto legato all’uscita nelle sale del film. Il protagonista della storia è un terrorista, e guarda caso l’uscita del film era prevista pochi mesi dopo l’attentato alle torri gemelle di New York. E vista la stretta correlazione tra l’argomento trattato e i fatti accaduti nella realtà, si decise (chi l’ha deciso non lo so, ma è poco importante) di posticipare l’uscita del film. Motivo ufficiale: la lettura positiva che veniva data del personaggio, di un terrorista che in nome di un ideale mette in atto una serie di attentati alle istituzioni del governo Britannico.

Adesso sono costretto a fare qualche accenno alla trama. In un futuro prossimo, l’Inghilterra è retta da un regime totalitario che basa la sua potenza sul controllo mediatico delle masse e sulle strettissime proibizioni di qualunque cosa venga giudicata sovversiva. Immigrati, musulmani, omosessuali, attivisti politici, vengono giudicati criminali, arrestati e rinchiusi senza che se ne sappia più nulla da apposite forze di polizia che vanno sotto il nome di Castigatori. Come si è giunti a questo? Qualche anno prima, l’Inghilterra è vittima di un attentato terroristico, che colpisce tre obiettivi: una scuola, una stazione della metropolitana e un impianto per la depurazione dell’acqua. Nel panico generale, la voce di un politico conservatore si alza più forte delle altre fino a raggiungere il potere assoluto. Una cosa già vista anche nella realtà. Il paragone con la Germania e l’Italia del primo dopoguerra, e per certi versi anche con la Spagna e la Russia, è quasi scontato.

Ma quello di cui voglio parlare è un’altra cosa. Perché nel film, a un certo punto, nella mente dell’ispettore capo Finch comincia a farsi strada il sospetto di una amara verità. E nella mia, di mente, proprio rivedendo il film in questa strana coincidenza di date, si è fatta strada un’altra idea. Potrebbe essere che la ragione della posticipata uscita del film non sia stata la possibile simpatia degli spettatori per il terrorista e il terrorismo in generale. Forse, la storia arriva ad una conclusione molto vicina alla realtà, più di quanto qualcuno vuole che la gente pensi. In questi sette anni, le ipotesi su complotti, opportunismi politici e interessi economici si sono sprecate. Una delle voci più autorevoli che si sono alzate è stata quella di Michael Moore con il suo film-documentario “Fahrenheit 9/11”, in cui rivelava strani contatti tra esponenti della politica e dell’economia americana e quelli che si sono rivelati essere terroristi internazionali. Però sappiamo tutti che le voci grosse non vengono quasi mai ascoltate. Sono i sussurri, le metafore, le voci di corridoio, quelli che fanno pensare. Forse, poteva essere più pericoloso un film fantapolitico che un documentario. Nessuno può fare più che delle congetture in proposito, ma quello strano concatenamento di eventi che vede delinearsi l’ispettore Finch potrebbe anche essere accaduto davvero. Probabilmente non lo sapremo mai. Perché anche noi abbiamo tutte le informazioni: tutti i nomi, le date... Quello di cui abbiamo bisogno veramente è una storia. E ho paura che questa storia non ce la verrà a raccontare nessuno, se non tra molti, molti anni.