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mercoledì 16 marzo 2011

Giù in fondo e ritorno

Silvertown è un distretto industriale a est di Londra. Deve il suo nome a Samuel Winkworth Silver che aprì qui le sue industrie della gomma nel 1852. Oggi invece sono presenti le fabbriche della Tate & Lyle, industria petrolchimica. Questo distretto è stato investito da un forte degrado nella prima metà del '900. Nel 1917 ci fu anche la tragedia della Silvertown explosion: una esplosione di TNT che uccise 73 persone. E' ancora oggi una delle più violente esplosioni avvenute su suolo britannico. Negli anni '40 Silvertown fu pesantemente danneggiato dai bombardamenti tedeschi. A partire dagli anni '70 il distretto è stato in parte riqualificato con l'apertura del London city airport, nuovi edifici abitativi e qualche parco. Il testo di Mark Knopfler racconta proprio l'ultimo periodo vissuto da Silvertown prima della riqualifica. Ad esempio la frase "New circle of cranes and new reason to be here" descrive proprio i cantieri all'inizio degli anni Settanta. Blackwall è un altro distretto nella East End londinese. Da quel che ho capito guardando la cartina di Londra, Blackwall e Silvertown sono seprati dal Tamigi e collegati dal Blackwall Bridge.
















Silvertown blues

On Silvertown way, the cranes stand high
Quiet and grey against the still of the sky
They won't quit and lay down though the action has died
They watch the new game in town on the Blackwall side

From the poisinous drains a vision appear
New circle of cranes and new reason to be here
The big silverdome raising up into the dawn
Above the church and the homes were all the silver is gone gone gone

If I'd a bucket of gold
What would I do
Leave the story untold
Silvertown blues

I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

A silver dawn steals over the dust
A truck with no weels upon cinder blocks
Men with no dreams around the fire in the docks
Scrap metal sceams are rusting over the night night night nitgh

If I'd a bucket of gold
Silver would do
Leave the story untold
Silvertown blues

And I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

When you're standing on thin and dangerous ice
You could knock and walk in for citizens advice
Tell you the way you can turn, the way you can learn
There's nothing they can tell me I don't allready know

If I'd a bucket of gold
Silver would do
Leave the story untold
Silvertown blues

And I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

From the Canning Town train I saw a bill board high
There's a big silverplane raising up into the sky
I can make out the words seven flights every day
Say's six of those birds are bound for JFK

If I'd a bucket of gold
Silver would do
Leave the story untold
Silvertown blues

And I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown
Going down slivertown, down in silvertown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

Down in silvertown
Down in silvertown
Down in silvertown






















A Silvertown le gru rimangono in piedi
Immobili e grigie, rompono la monotonia del cielo
Non vengono rimosse, smontate, anche se l’azione è da un’altra parte
Guardano la partita che si sta giocando a Blackwall

Dagli scarichi velenosi appare una visione
Un nuovo complesso di gru, un motivo per rimanere qui
Una cupola argentea che si erge nell’alba
Sopra la chiesa e le case in cui l’argento non c’è più

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown

Un alba metallica ricopre pian piano i moli
Un camion senza ruote, messo su dei mattoni
Uomini senza sogni intorno a un fuoco in un barile
Resti metallici arrugginiscono durante la notte

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown

Quando ti trovi su del ghiaccio sottile e pericoloso
Puoi sempre bussare e chiedere aiuto a un passante
Loro ti dirano dove puoi svoltare, dove puoi andare
Ma non c’è niente che possano dirmi, che già non so

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown

Dal Canning train vedo un grosso cartello
C’è un aereo che sale in cielo
E a malapena riesco a dire ‘sette voli al giorno’
Si dice che sei di questi aerei vadano al JFK

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown


lunedì 23 novembre 2009

The wrong hole

Me l’ha fatto vedere un amico passandomi il link qualche giorno fa, ma poi, cercando sul web ho visto che è già parecchio tempo che circola. All’inizio mi sono limitato a farmi un sacco di risate, apprezzando l’inventiva e il gusto per il paradosso e i contrasti di cui questi cinque minuti di video sono pieni. Tuttavia, riguardandolo un altro paio di volte, mi sono accorto che gli si può dare anche una motivazione relativamente seria. Con questo non voglio dire che bisogna fare sofismi e dietrologie su tutto quello che si sente e si ascolta, e magari gli autori del video avevano solo voglia di farsi e di far fare due risate a quelli che l’avrebbero visto. Comunque, una morale gli si può trovare, ed è per questo che ho voluto pubblicare questo video in un post.

“The wrong hole” è la storia di un ragazzo comune, sicuramente non uno di quelli che potrebbero fare un film sui vampiri o su una scuola di musica, che ha un appuntamento con una ragazza bellissima. Ci esce a cena, tornano a casa di lei, e tutto va come previsto. Tutto, tranne una cosa, quella che dà il titolo al video. Così, il ragazzo cerca in tutti i modi di scusarsi, si dispera e cerca di trovare un modo per riparare all’errore, ma lei sembra non volerne sapere. Infine, mentre si trova, solo e malinconico, seduto in spiaggia a fissare il mare, lei torna, e tutto finisce per il meglio.

Volendoci trovare una morale, credo che sia una cosa che capita spesso nei rapporti con una persona. Per uno sbaglio, una distrazione, si può rischiare di rovinare tutto quello che si è cercato di costruire con tanti sacrifici e tanta pazienza. Ma proprio perché si tratta di una piccolezza, bisognerebbe imparare a passarci sopra con più serenità di quanto nella realtà non avvenga, visto che è facile essere pronti a puntare il dito e giudicare, mentre è molto più difficile capire. Anche chi non ha sbagliato può fare il primo passo sulla strada del ricongiungimento, e questo non lo rende più stupido o più debole, anzi. Ci vuole molta più forza a perdonare che ad odiare.


mercoledì 23 settembre 2009

Metti in circolo il tuo amore


Nessuna vergogna, nessun rimpianto a comunicare i propri sentimenti, quello che si prova in particolari momenti, anche se può sembrare banale. Difficile per quanto possa sembrare, in realtà lo è solo nella nostra testa, quando pensiamo di sbagliare ogni cosa che facciamo, di essere giudicati in ogni parola o gesto. Per questo, teniamo le cose in un angolo buio, stando il più attenti possibile che non escano. E invece è meglio quando vengono fuori e cominciano a circolare. Nessuno ha sfere di cristallo per predire il futuro, e il manuale di istruzioni ha poche pagine ed è scritto male, non dice quali procedure usare se ci si trova in difficoltà. Ma non sapere come si fa una cosa non deve diventare un ostacolo a farla. È vero che chi non fa non sbaglia, ma neanche impara. E le cose non sono mai come ce le immaginiamo, altrimenti sarebbe anche una noia. La sorpresa e l’imprevisto rendono interessante vivere, e soprattutto vivere insieme.


Metti in circolo il tuo amore

Hai cercato di capire
e non hai capito ancora
se di capire si finisce mai.
Hai provato a far capire
con tutta la tua voce
anche solo un pezzo di quello che sei.
Con la rabbia ci si nasce
o ci si diventa
tu che sei un esperto non lo sai.
Perché quello che ti spacca
e ti fa fuori dentro
forse parte proprio da chi sei.

Metti in circolo il tuo amore
come quando dici “perché no?”
Metti in circolo il tuo amore
come quando ammetti “non lo so”
come quando dici “perché no?”

Quante vite non capisci
e quindi non sopporti
perché ti sembra non capiscan te.
Quanti generi di pesci
e di correnti forti
perché 'sto mare sia come vuoi te.

Metti in circolo il tuo amore
come fai con una novità
Metti in circolo il tuo amore
come quando dici si vedrà
come fai con una novità

E ti sei opposto all'onda
ed è li che hai capito
che più ti opponi e più ti tira giù.
E ti senti ad una festa
per cui non hai l'invito
per cui gli inviti adesso falli tu.

Metti in circolo il tuo amore
come quando dici “perché no?”
Metti in circolo il tuo amore
come quando ammetti “non lo so”
come quando dici perché no.

martedì 8 settembre 2009

Un giorno così


A volte capitano. Di solito, quando meno te li aspetti. Quando si attraversano periodi pesanti, in cui ti sembra che le cose vadano sempre male, o comunque non vadano come tu speravi. Quando ti trovi la sera in una stanza a farti domande a cui non riesci a trovare risposte, o peggio ancora quando le risposte le conosci benissimo, ma vorresti che fossero diverse. Quando ti manca quel qualcosa che non vuoi ammettere che ti manca, per orgoglio o per cercare di sfuggire a quella mancanza ignorandola.

Proprio in questi momenti, capitano i giorni speciali, che in fondo di speciale non hanno proprio niente, rispetto a tutti gli altri. In fondo, di spiagge, palloni, villette di campagna e tavoli da ping pong ne hai visti tanti, non c’è niente di nuovo. Ma è proprio questa banalità, queste ‘cose normali’ che, vissute con lo spirito giusto, rendono il giorno speciale. E un giorno così cancella tanti periodi brutti, te li fa scordare, e non solo ti fa sperare nel futuro, ma ti rende anche felice del presente che stai vivendo. Sono le persone che rendono speciali i luoghi e gli oggetti. Quando c’è quella persona che vuoi guardare, guardare diventa la cosa più bella cui riesci a pensare.


Un giorno così – 883

Scorre piano la statale 526,
passa posti che io mai e poi mai
avrei pensato fossero così,
ancora come quando qui
il cinquantino mi portava via dai guai.
Invece di svoltare a scuola
andava giù alla ferrovia,
due minuti di paura,
poi pronti via.

La mia moto scorre piano sulla 526,
attraversa dei profumi che poi
un metro dopo non li senti,
io respiro e mando giù
prima di perderli che non si sa mai.
Da lontano un’altra moto
sta venendo verso me,
alza il braccio, fa un saluto,
che bello è,
mi fa sentire che

basta un giorno così
a cancellare centoventi giorni stronzi e
basta un giorno così
a cacciarmi via tutti gli sbattimenti che
ogni giorni sembran sempre di più,
ogni giorno fan paura di più,
ogni giorno per non adesso, adesso, adesso
che c’è un giorno così.

La mia moto scorre piano piano fino in città,
il sole tra non molto tramonterà,
mi fermo al rosso del semaforo
che mi dà tempo ancora un po’
prima che la moto torni al suo garage.
Il bambino su quell’auto
guarda indietro e vede me,
alza il braccio, fa un saluto,
che bello è,
mi fa sentire che

basta un giorno così
a cancellare centoventi giorni stronzi e
basta un giorno così
a cacciarmi via tutti gli sbattimenti che
ogni giorni sembran sempre di più,
ogni giorno fan paura di più,
ogni giorno per non adesso, adesso, adesso
che c’è un giorno così.


giovedì 27 agosto 2009

L'assenza

Quando quel qualcosa che conosci e che ti rende felice si allontana, ti manca. Ti manca al punto che ogni pensiero libero è per quella persona, ogni volta che guardi un punto indefinito pensi a lei, ogni volta che vai a dormire muovi il braccio nel posto accanto e pensi a quella mano che hai stretto, a quel profumo che hai sentito, a quella pelle che hai baciato. Vederla girarsi verso di te e sorridere ad ogni sguardo, sentirla accompagnare i tuoi gesti con i suoi, sentire quel corpo vicino al tuo ti fa desiderare che il tempo si fermi. E quando il tempo riparte, vale a poco sapere che pochi giorni dopo la rivedrai. Quello che ti manca è il qui e l’adesso. Vorresti guardarla e dirle che c’è un solo posto dove puoi stare, e quel posto è ovunque accanto a lei. Quando non senti più nessun odore, quello è l’odore della solitudine. E aspettare significa camminare con passi lenti, verso quel qualcosa che ormai sai che arriverà, ma proprio per questo ti sembra sempre un po’ troppo lontano. Ma in questa lentezza, in questo alone di tristezza, c’è la possibilità di essere felici. Perché non tutti hanno l’occasione di essere tristi perché la persona che amano è distante, alcuni possono solo essere tristi perché non hanno nessuna persona da amare. Ho provato questa seconda tristezza per molto tempo, e ora ho la fortuna di provare la prima. Per questa tristezza, questa malinconia, questa assenza che mi fai provare, ti ringrazio.






















L’assenza – Fiorella Mannoia

Sarai distante o sarai vicino,
sarai più vecchio o più ragazzino,
sarai contento o proverai dolore,
starai più al freddo o starai più al sole.

Conosco un posto dove puoi tornare,
conosco un cuore dove attraccare.

Se chiamo forte potrai sentire,
se credi agli occhi potrai vedere,
c’è un desiderio da attraversare,
e un magro sogno da decifrare.

Conosco un posto dove puoi tornare,
conosco un cuore dove attraccare.

Conosco un posto dove puoi tornare,
conosco un cuore dove puoi stare.

Piovono petali di girasole
sulla ferocia dell’assenza,
la solitudine non ha odore,
ed il coraggio è un’antica danza.
Tu segui i passi di questo aspettare,
tu segui il senso del tuo cercare.

Conosco un posto dove puoi tornare,
conosco un cuore dove puoi stare.



lunedì 17 agosto 2009

Nient'altro che noi


Chi segue questo blog da un po’ sa bene che non sono nuovo a post mooolto lunghi. Quando un argomento mi piace, ne parlo. Però ci sono cose di cui è troppo difficile parlare, delle sensazioni che le parole difficilmente possono esprimere. In questo periodo della mia vita mi sta capitando proprio questo. Mi trovo a provare sentimenti così belli che difficilmente potrei parlarne. Come si fa a descrivere quello che si prova a stare accanto alla persona che desideri, a guardarla, a stringerla. Queste cose si possono solo provare, non raccontare. E credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiano il diritto di provare quello che sto provando io adesso. Per darvi un’idea di quello che sento, mi affido alle parole della canzone, che già dal titolo esprime un concetto basilare dello stare insieme: non ti serve nient’altro. Quando sei con quella persona, tutto il resto è solo un contorno, un’aggiunta. Piacevole, certo, a volte emozionante. Ma senza tutto il resto non cambierebbe niente in quelle due persone, mentre senza l’altro tutto il resto non conta più niente.



Nient’altro che noi – 883

Potrei stare ore e ore qui ad accarezzare
la tua bocca ed i tuoi zigomi, senza mai parlare,
senza ascoltare altro, nient’altro che il tuo respiro crescere,
senza sentire altro che noi, nient’altro che noi.

Potrei stare fermo immobile, solo con te addosso,
a guardare le tue palpebre chiudersi a ogni passo
della mia mano lenta che scivola sulla tua pelle umida,
senza sentire altro che noi, nient’altro che noi.

Non c’è niente al mondo che valga un secondo
vissuto accanto a te, che valga un gesto tuo, un tuo movimento.
Perché niente al mondo mi ha mai dato tanto
da emozionarmi come quando siamo noi, nient’altro che noi.

Potrei perdermi guardandoti mentre stai dormendo,
col tuo corpo che, muovendosi, sembra stia cercando
anche nel sonno di avvicinarsi a me, quasi fosse impossibile
per te sentire altro che noi, nient’altro che noi.

Non c’è niente al mondo che valga un secondo
vissuto accanto a te, che valga un gesto tuo, un tuo movimento.
Perché niente al mondo mi ha mai dato tanto
da emozionarmi come quando siamo noi, nient’altro che noi.

Non c’è niente al mondo che valga un secondo
vissuto accanto a te, che valga un gesto tuo, un tuo movimento.
Perché niente al mondo mi ha mai dato tanto
da emozionarmi come quando siamo noi, nient’altro che noi.


lunedì 20 luglio 2009

"...quasi normale..."


Avrebbe potuto essere molto più di parte. In fondo, Francesco Guccini è un comunista della vecchia guardia, e ha sempre cantato le sue idee con forza e senza sottintesi. Ma in questa occasione, probabilmente non voleva scrivere una canzone ‘politica’. Non ci sono torti e ragioni da assegnare a nessuna delle due parti. Sta cantando di quello che è successo otto anni fa proprio in questo giorno. La vita umana non è né di destra né di sinistra. E così come piangiamo i soldati morti in Iraq, allo stesso modo dovremmo piangere i ragazzi morti nelle manifestazioni. “Piazza Alimonda” fa parte dell’album “Ritratti”, ed è a tutti gli effetti un ritratto, quello di una città colta nel momento in cui succedeva qualcosa di più grande di lei, qualcosa di cui molti non si sono neanche accorti che è successa, quelli che stendevano il bucato o portavano a spasso il cane. Altri l’hanno visto ma hanno fatto finta di niente. ma Genova no. Lei lo sa, lei ha visto. Solo che non lo dà a vedere, con i profili dei suoi palazzi, le sue strade strette, la sua “lanterna impassibile”. Ne ha viste, di onde, quella lanterna. Eppure, impercettibilmente, anche una città può cambiare. Dopo quello che è successo, piazza Alimonda “ritorna come sempre, quasi normale”. Il sangue non va via facilmente dalle strade.


Francesco Guccini – Piazza Alimonda, 2004

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte,
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, s’anima forte,
Genova che si perde in centro, nei labirintici vecchi carruggi,
parole antiche e nuove, sparate a colpi come da archibugi.

Genova, quella giornata di luglio, d’un caldo torrido d’Africa nera,
sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera,
nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia,
facce e scudi da opliti, l’odio di dentro come una scabbia.

Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare,
una voce spezzava l’urlare estatico dei bambini,
panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.

Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere di incontri a grappoli, ideali semplici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.

Genova, chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova, marcata a vista, attende un soffio di liberazione,
dentro agli uffici uomini freddi discutono la strategia,
e uomini caldi esplodono, un colpo secco, morte e follia.

Si rompe il tempo e l’attimo, per un istante, resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l’assurdo video ritorna acceso,
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell’aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore,
per quanti giorni l’odio colpirà ancora a mani piene,
Genova risponde al porto con l’urlo alto delle sirene.

Poi tutto ricomincia, come ogni giorno, e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno, implacabili, giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.

Genova non ha scordato, perché è difficile dimenticare,
c’è traffico, mare, accento danzante e vicoli da camminare.
La lanterna, impassibile, guarda da secoli gli scoglie l’onda,
ritorna, come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La salvia splendens luccica, copre un’aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito, scorrendo rapido e regolare,
al bar caffé e grappini, verde un’edicola vende la vita,
resta, amara e indelebile,
resta, amara e indelebile,
resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita.

lunedì 15 giugno 2009

Canzone della bambina portoghese


Vi sarà bastato leggere il post “Blu” per capire che con il mare ho un legame speciale. E quando ascoltai per la prima volta questa canzone, le immagini del mare mi rimasero impresse nella mente, come se le avessi vissute con la mia stessa presenza, come uno spettatore invisibile partecipe di quella scena mistica. Ogni volta che l’ascolto, alla fine mi lascia un piacevole senso di smarrimento, una estraneità dal mondo reale che solo la vera commistione con la natura può dare. Stendersi sulla sabbia e diventare sabbia, appoggiarsi ad un ramo e diventare legno, odorare un limone e svanire lentamente con quel profumo. Proprio come succede alla bambina, che su una spiaggia del Portogallo scopre di essere niente nell’immensità dell’oceano che si trova davanti, che la abbraccia e l’accoglie come una figlia appena nata. Scopre di fare parte di qualcosa che non riesce a capire, ma che probabilmente neanche vuole capire. E quando acquisisce questa consapevolezza del niente, lei stessa smette di esistere come essere unico per far parte di un tutto, per essere “solo del sole”.

E in questa enormità di niente, le nostre vite, momenti come lampi che si accendono per un istante e tornano subito dopo nel buio. Francesco Guccini ha capito una grande verità dell’esistenza umana. Non si muore né di fumo né di alcol, non si muore né di pallottole né di malattie. Si muore di vita. E la vita dobbiamo imparare a viverla, giorno per giorno, cogliendo tutti i momenti che ci regala. “Il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse un’intera vita a cercarlo, non sarebbe una vita sprecata”.
















Canzone della bambina portoghese – Francesco Guccini 1972

E poi e poi, gente viene qui e ti dice
di saper già ogni legge delle cose.
E tutti, sai, vantano un orgoglio cieco
di verità fatte di formule vuote...
E tutti, sai, ti san dire come fare,
quali leggi rispettare,
quali regole osservare,
qual è il vero vero...
E poi e poi, tutti chiusi in tante celle
fanno a chi parla più forte
per non dir che stelle e morte fan paura...

Al caldo del sole, al mare scendeva la bambina portoghese,
non c’eran parole, rumori soltanto come voci sorprese,
il mare soltanto e il suo primo bikini amaranto...
le cose più belle e la gioia del caldo alla pelle...

Gli amici vicino sembravan sommersi dalla voce del mare...
o sogni, o visioni, qualcosa la prese e si mise a pensare,
sentì che era un punto al limite d’un continente,
sentì che era un niente, l’Atlantico immenso di fronte...

E in questo sentiva qualcosa di grande
che non riusciva a capire, che non poteva intuire,
che avrebbe spiegato, se avesse capito lei,
quell’oceano infinito...

Ma il caldo l’avvolse, si sentì svanire e si mise a dormire
e fu solo del sole, come di mani future,
restaron soltanto il mare e un bikini amaranto...

E poi e poi, se ti scopri a ricordare,
ti accorgerai che non te ne importa niente
e capirai che una sera o una stagione
son come lampi, luci accese e dopo spente
e capirai che la vera ambiguità
è la vita che viviamo,
il qualcosa che chiamiamo esser uomini...
E poi e poi, che quel vizio che ti ucciderà
non sarà fumare o bere,
ma il qualcosa che ti porti dentro,
cioè vivere, vivere e poi, poi vivere
e poi, poi vivere...

lunedì 8 giugno 2009

"...e se rimane indifferente..."

A volte sarebbe bello avere un messaggero fidato su cui poter contare per dire quelle cose che è troppo difficile dire. Un messaggero che sia capace di trovare la persona che cerchi in qualunque luogo si trovi, e di usare le parole e i gesti perfetti per far capire la vera essenza del messaggio. Quando è troppo complicato mettere insieme le frasi, sarebbe bello saper scrivere una canzone. Che sappia non solo portare il messaggio, ma interpretare la risposta a questo per trasformare i dubbi in certezze, per eliminare vane speranze e per trovare il modo giusto di comportarsi. Sarebbe bello, ma non è così facile. Per questo, bisogna trovare la forza di parlare, di correre i rischi necessari, perché a volte un piccolo rischio può dare delle grandi ricompense. Anche se, di solito, quando il rischio è piccolo la ricompensa è piccola. Per le cose importanti vale la pena lottare.


Canzone – Lucio Dalla, 1996

Non so aspettarti più di tanto
ogni minuto mi dà
l’istinto di cucire il tempo
e portarti di qua.
Ho un materasso di parole
scritte apposta per te
e ti direi spegni la luce
che il cielo c’è.
(Stare lontano da lei) non si vive.
(Stare senza di lei) mi uccide.

Testa dura, testa di rapa,
vorrei amarti anche qua,
nel cesso di una discoteca
o sopra il tavolo di un bar.
O stare nudi in mezzo a un campo
a sentirsi addosso il vento,
io non chiedo più di tanto,
anche se muoio son contento.
(Stare lontano da lei) non si vive.
(Stare senza di lei) mi uccide.

Canzone, cercala se puoi,
dille che non mi perda mai,
va per le strade, tra la gente,
diglielo veramente.

Io i miei occhi dai tuoi occhi
non li staccherei mai
e adesso anzi io me li mangio
tanto tu non lo sai.
Occhi di mare senza scogli,
il mare sbatte su di me
che ho sempre fatto solo sbagli
ma uno sbaglio che cos’è.
(Stare lontano da lei) non si vive.
(Stare senza di lei) mi uccide.

Canzone, cercala se puoi,
dille che non mi lasci mai
va per le strade, tra la gente,
diglielo dolcemente.

E come lacrime la pioggia
mi ricorda la sua faccia,
io la vedo in ogni goccia
che mi cade sulla giacca.
(Stare lontano da lei) non si vive.
(Stare senza di lei) mi uccide.

Canzone, trovala se puoi,
dille che l’amo e se lo vuoi,
va per le strade, tra la gente,
diglielo veramente,
non può restare indifferente,
e se rimane indifferente non è lei.

(Stare lontano da lei) non si vive.
(Stare senza di lei) mi uccide.



venerdì 1 maggio 2009

"We are fools to make war..."

Un amico mi ha passato l’intera discografia dei Dire Straits e, mentre riordinavo i files e li raggruppavo nelle cartelle, ho deciso di riascoltare l’album che me li fece conoscere ed apprezzare. Era il “The very best of Sultans of swing”, e insieme a canzoni come quella che dà il titolo all’album, a “Lady writer”, a “Romeo and Juliet”, c’era anche “Brothers in arms”. Ricordo che la prima volta che la ascoltai ne fui talmente colpito che andai letteralmente a studiarmi il testo (per quanto io mastichi un po’ di inglese non è facile capire tutto di una canzone). In particolare, mi aveva colpito proprio il verso che ho scelto come titolo di questo post, uno dei pochi che avevo capito già al primo ascolto. La parola “fools” è stata quella che mi si è conficcata nella testa peggio di una lama di coltello. Stupidi. “Siamo stupidi a fare la guerra ai nostri fratelli in armi”. Non mi sento di tradurre altro. La musica non conosce lingua, è una lingua a parte, e le parole sono musica in questa canzone. Per questo voglio invitare tutti quelli che passano di qui ad ascoltarla con molta attenzione. Smettete di fare quello che state facendo per appena quattro minuti e cinquantacinque secondi della vostra vita e lasciate che questa melodia vi susciti qualcosa dentro. E vorrei tanto che ad ascoltarla ci fossero anche i nostri signori della guerra, di cui non voglio scrivere i nomi per non sporcare questa seppur misera pagina con un elenco fin troppo lungo per essere tollerabile. Perché credo che, se parliamo di guerra, tutti noi sei miliardi e rotti di persone che sconsideratamente ci ostiniamo ad abitare questo pianeta possiamo definirci semplicemente “fools”.


Dire Straits – Brothers in arms – 1985

These mists covered mountains
are a home now for me
but my home is the lowlands
and always will be
some day you’ll return to
your valleys and your farms
and you’ll no longer burn to be brothers in arms.

Through these fields of destruction
baptismus of fire
I’ve watched all your suffering
as the battles raged higher
and though they did hurt me so bad
in the fear and alarm
you did not desert me my brothers in arms.

There’s so many different worlds
so many different suns
and we have just one world
but we live in different ones.

Now the sun’s gone to hell
and the moon’s rising high
let me bid you farewell
every man has to die.
But it’s written in the starlight
and every line on your palm
we are fools to make war
on our brothers in arms.


domenica 15 febbraio 2009

Inverno

Sono stato a casa per tutto il fine settimana, dalle cinque e mezza di venerdì pomeriggio alle tre e mezza di domenica pomeriggio. L’unica piccola pausa è stata quella finestra di due ore e qualcosa il sabato pomeriggio per andare al cinema. Sono rimasto a casa perché è inverno. È la mia stagione preferita, e questi due giorni e poco più non sono stati affatto male. Certo, potevano essere meglio, ma in fondo anche peggio. L’ideale sarebbe stato che non ci fosse nessuno a casa per tutto il tempo, però per fortuna il sabato sera è stato così, e stamattina il televisore ha avuto la meravigliosa idea di rompersi, così ho potuto trascorrere la mattinata libero dal fastidioso rumore che ne esce fuori ogni volta che i miei genitori sono in casa. L’inverno è fatto di suoni, e in questi due giorni c’è stata la pioggia scrosciante sulla terrazza, il ticchettare delle gocce sulle mattonelle, il frastuono del torrente che scorre vicino casa mia e che è quasi sempre in secca, tranne negli ormai fin troppo rari giorni di pioggia invernali. L’inverno è fatto di colori, e in questi due giorni ci sono state tutte le possibili sfumature di rosso delle fiamme della stufa a legna accesa dalla tarda mattinata fino a notte fonda. L’inverno è fatto di silenzio e lettura, e con l’uscita a cena inaspettata e la rottura del televisore, in questi due giorni ho avuto il silenzio e la serenità che ci vogliono per leggere tre libri di fila. In questo modo, l’inverno diventa fatto di ricordi. Ricordi di quando ero piccolo, nell’altra casa in cui ho trascorso i primi quattordici anni della mia vita, con la campagna, l’erba bagnata, il camino acceso, il tappeto e io che ci giocavo sopra con i lego e poi, più grandicello, che leggevo accanto al fuoco. Ricordi di un freddo che si infilava nelle ossa, che ti faceva sentire vivo perché se sentivi freddo eri vivo, che ti faceva capire quanto era bello il calore di un fuoco. Ricordi di qualcosa di meraviglioso e magico che poteva spuntare fuori dalla notte solcata dai lampi, attraverso le ombre che i rami degli alberi proiettavano nel giardino. Ricordi di vetri appannati, di legna bagnata che schiumava e soffiava a contatto col fuoco, di giornate passate a segare i tronchi più piccoli, a spaccare quelli grossi con l’accetta, ad attaccare le fascine di rametti per accendere. Ricordi del magazzino della legna che per me era una sorta di antro oscuro in cui si nascondevano misteri e paure, soprattutto quando di giorno ti eri scordato di fare rifornimento e dovevi andarci che già era buio perché la legna dentro scarseggiava e ogni suono diventava qualcos’altro nella tua immaginazione. Ricordi. A quei tempi, la vita era facile. È giusto che oggi non lo sia, ma il pensiero non può che tingersi di malinconia quando va a quei giorni. Quella stessa malinconia che trasuda dalle note di questa canzone. Ma una malinconia che porta speranza, una speranza che vale per tutti, per quelli che aspettano una nuova primavera, che desiderano veder sbocciare i fiori, che aspettano il vento caldo dell’estate, e per quelli che sperano che torni la neve a coprire tutto col suo manto bianco, perché sotto la neve tutto diventa uguale, è come stare sotto il mare: lì non ci sono gioie e dolori, aspettative e delusioni. La neve, come il mare, consola tutti. Per tutto il resto, non ci resta che sperare nel futuro. Un’amica ha appena pubblicato una citazione sull’avere il coraggio di fare un passo oltre i confini. L’ho pubblicata anch’io, un po’ di tempo fa. È facile picchiare le dita sulle lettere di una tastiera, ma troppe volte non è altrettanto facile fare quello che scriviamo. Quando l’inverno te lo porti dentro devi imparare a convivere col freddo. Altrimenti, la neve, invece che una coperta, potrebbe diventare una tomba.

Inverno

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti,
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani,
vedrai la neve se ne andrà domani,
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire,
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani,
anche la neve morirà domani,
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve.
L’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani,
un altro inverno tornerà domani,
cadrà altra neve a consolare i campi,
cadrà altra neve sui camposanti.

domenica 11 gennaio 2009

Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore...



Proprio così. Anzi, non sembra: lo sento ancora. Vi sembrerà strano, detto da un ateo convinto, ma io credo nella vita eterna e nel paradiso. Un paradiso particolare, creato da ognuno di noi e popolato da tutti quelli che per noi non moriranno mai. Nel mio paradiso, Fabrizio de Andrè ha un posto d’onore, e con lui ci sono tutte le sue creature. Una corte di persone, non solo personaggi, in cui nessuno ha una sedia più alta di un altro. Gesù è seduto e chiacchiera con una prostituta, Babbo Natale violenta una ragazza, Carlo Martello scambia due parole con un becchino, e centinaia di altri, tutti insieme e tutti, inesorabilmente, unici.

Chi è Fabrizio de Andrè? L’hanno definito in molti modi, poeta, cantautore, anarchico, sognatore. L’hanno schedato, censurato, sequestrato. L’hanno cercato, applaudito, amato. Eppure credo che nessuno sappia veramente chi è. Io meno di chiunque altro. Posso dire quello che è per me. Ero piccolo, davvero molto piccolo, quando cominciai a sentire le sue canzoni. Negli anni si sono aggiunti consapevolezza e interesse, ma la passione, l’attrazione, è rimasta quella di quel bambino che ascoltava rapito le sue creature parlare con la sua voce. Forse il modo migliore in cui posso definirlo è cercatore. Per tutta la vita, non ha fatto altro che cercare. Ma cosa? Cercava la solidarietà nell’ipocrisia della società? Cercava l’amore nel degrado e nel disprezzo umano? Cercava l’umano nella divinità? Cercava il rispetto nell’emarginazione? Sì, sicuramente c’era tutto questo. Ma non solo questo. Fabrizio cercava la vita nella vita. Cercava l’uomo nell’uomo. Cercava il sogno nel sogno. Cercava la natura nella natura. E li ha trovati tutti. Avrebbe potuto tenerseli per sé, invece ce li ha regalati.

Conosco tutte le sue canzoni a memoria, e costantemente mi risuonano nelle orecchie frasi come “Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”, o “Mi spiega che penso e bevimmo ‘occafé”. Non c’è altro modo di ricordare Fabrizio, se non con le parole delle sue creature. Per questo mi è piaciuta molto l’idea di Sergio Algozzino, fumettista palermitano, che per commemorarne la morte fa parlare i suoi personaggi in una storia senza troppe pretese. Non vuole spiegarci il mondo o la vita, ci ricorda soltanto l’inutilità del parlarsi addosso. Ci fa capire che spesso il silenzio è il miglior tributo, la migliore orazione. Un silenzio in cui risuonano le sue melodie, e dove ognuno di noi può ricordarlo come vuole. L’11 gennaio 1999 è solo un numero su una pagina del calendario, così come lo è quello di oggi, 11 gennaio 2009. Nessuno conta i giorni di un’amicizia, o di un amore. L’11 gennaio di dieci anni fa non è successo niente, non è finito proprio niente. Fabrizio è vivo insieme a noi. Ed è stato proprio lui a insegnarmi che “l’inferno esiste solo per chi ne ha paura”.

mercoledì 7 gennaio 2009

"...non fu altri che un uomo"

Un uomo, solo questo e niente di più. Ma, forse, l’unico uomo nella storia che ha cambiato il mondo. O almeno, che ci ha provato. Purtroppo le cose buone si disgregano facilmente, poco di quello che viene fatto viene fatto per durare. Forse qualcosa di sovrannaturale ce l’aveva. Quella assoluta e totale capacità di amare incondizionatamente chiunque avesse accanto, anche chi lo odiava, anche chi lo picchiava. Anche chi lo uccideva. Non c’erano differenze, niente razze, niente sessi. Diceva solo “Amatevi”. Non ho mai letto da nessuna parte che abbia detto “Si amino solo un uomo e una donna”. Semplicemente, amatevi. Curioso come possono essere forti e allo stesso tempo fragili, le parole. Le piramidi sono in piedi da cinquemila anni, la grande muraglia da duemila, e quelle semplici parole sono durate niente. Oggi, sento altre parole, come “Evitare le ingerenze dello Stato nella Chiesa cattolica”, “Crimine contro la volontà di Dio”, e altre cose simili, utili solo ad alimentare odio e disprezzo. Pronunciate proprio da quello e da quelli che di quell’uomo si proclamano dirette manifestazioni sulla Terra. Non si può dire che non sia servito a niente, ma non si può dire che sia servito a molto. E se chi dovrebbe raccoglierne l’eredità è capace di fare solo questo, non credo che si potrà mai migliorare.


Si chiamava Gesù

Venuto da molto lontano
a convertire bestie e gente
non si può dire non sia servito a niente
perché prese la Terra per mano
vestito di sabbia e di bianco
alcuni lo dissero santo
per altri ebbe meno virtù
si faceva chiamare Gesù.

Non intendo cantare la gloria
o invocare la grazia o il perdono
di chi penso non fu altri che un uomo
come Dio passato alla storia
ma inumano è pur sempre l’amore
di chi rantola senza rancore
perdonando con l’ultima voce
chi lo uccide tra le braccia di una croce.

E per quelli che l’ebbero odiato
nel Getsemani pianse l’addio
come per chi lo adorò come Dio
che gli disse “sii sempre lodato”
per chi gli portò in dono alla fine
una lacrima o una treccia di spine
accettando ad estremo saluto
la preghiera e l’insulto e lo sputo.

E morì come tutti si muore
come tutti cambiando colore
non si può dire che sia servito a molto
perché il male dalla terra non fu tolto
ebbe forse un po’ troppe virtù
ebbe un volto ed un nome: Gesù
di Maria dicono fosse il figlio
sulla croce sbiancò come un giglio.


giovedì 1 gennaio 2009

2009

Ci siamo. Sembra quasi un obbligo dover scrivere qualcosa all’inizio di un nuovo anno. Propositi, speranze, bilanci, prospettive... Contano davvero? Ne dubito fortemente. Siamo animali fatti per passare. Possiamo guardare a prati lontani e lussureggianti di verde, ma alla fine continuiamo a brucare quella stessa erba che ci troviamo sotto il muso ogni giorno. Forse è questa la vera forza da desiderare. La capacità di riuscire a vivere i giorni, non gli anni. I programmi a lungo termine nella maggior parte dei casi sono destinati a essere dimenticati, modificati, adattati ai singoli momenti in cui viviamo. La capacità di guardare avanti non è cosa da poco, ma va sempre affiancata a quella di cogliere i momenti. Il nuovo anno potrebbe portare al coronamento di uno dei due sogni che da parecchi anni sono i capisaldi della mia vita. Al secondo forse dovrei rinunciare. Non so se augurarmi di trovare finalmente la forza per rinunciarvi o quella per continuare a sperare. Ma di fatto, quello a cui penso è solo il giorno dopo. È come leggere un romanzo. Mi aspetto e mi immagino quello che troverò alla fine della storia, ma quello che faccio non è altro che leggere le pagine, una dopo l’altra. Forse è proprio questo il segreto per raggiungere le mete: camminare un passo dopo l’altro, giorno per giorno. Nell’anno appena trascorso si sono aggiunte delle tessere importanti nel mosaico di quel sogno che spero di realizzare presto. Poche altre ne mancano, ma saranno difficili da trovare e posizionare al loro posto. E poi, troppo spesso mi soffermo a chiedermi per chi lo faccio. Ho sempre avuto la presunzione di credere che lo facessi per me stesso. Ma è davvero così? Un alone di dubbio si insinua in me. Non posso negare che una parte delle motivazioni che mi spingono è costituita dal desiderio di onorare le aspettative. Famiglie che aspettano che io dica è finita, persone che vogliono potermi chiamare collega. Non dover più essere un peso. Deve essere bello poter vivere per se stessi. Deve essere ancora più bello poter vivere per qualcun altro. Con qualcun altro. Ho trovato degli amici in questo anno 2008, persone con cui riesco, anche se per pochi momenti, a dimenticare quello che non sono e a ricordare quello che sono. Persone con cui ridere. Questo è importante, per me. Mi renderebbe immensamente più felice trovare quell’unica persona con cui questo potrebbe diventare la regola, non l’eccezione di una domenica sera passata davanti a una pizza e ai videogiochi. Ricordo il verso conclusivo di quella canzone di Lucio Dalla. Quella in cui per l’anno nuovo si prevedono cose sempre uguali accanto a cose inaspettate e meravigliose. Non sappiamo niente di quello che c’è davanti. Il dubbio è l’unica certezza. Ma la forza di continuare si trova nella banalità. Non quella vuota di chi non sa cogliere il meraviglioso nel consueto, ma quella che costituisce la base per qualunque cosa succederà in futuro, quella su cui poggiano le nostre incertezze, quella che sai che rimarrà in piedi anche se tutto il resto dovesse crollare. Quando indichiamo il cielo come nostra meta, non dovremmo mai scordarci di guardare anche il dito che ce lo indica. “L’anno che sta arrivando, tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità”.

domenica 7 dicembre 2008

Bella



























La bellezza, intesa nel senso più vasto possibile del termine, ha sempre rappresentato una potentissima arma nelle mani delle donne. Fin dall’antichità, nelle opere di scrittori, poeti, musicisti e artisti in generale, si ritrova l’esaltazione della bellezza femminile. Già nei primi manufatti dell’uomo venivano messi in risalto quelli che erano i caratteri distintivi della donna generatrice di vita. Nell’arte egiziana, in quella greca, e da lì fino ai giorni nostri, le donne sono sempre state esaltate nelle loro caratteristiche, fisiche e non, che le rendevano capaci di tanto ascendente sugli uomini. Le figure della dea, della ninfa, della musa, rendono alla perfezione il concetto della bellezza femminile come di qualcosa di talmente perfetto che non poteva essere che il frutto di una volontà superiore. E forse, proprio per questa loro capacità di influenzare la mente degli uomini, le donne sono sempre state temute e maltrattate dalla loro controparte maschile. Il relegarle a ruoli sociali secondari, l’annullarne le capacità decisionali e le possibilità di affermazione indipendente sono certamente le manifestazioni di una insicurezza da parte dell’uomo, che si sentiva minacciato dalla superiorità della donna. Anche volendo fare un discorso puramente scientifico e razionale, non si trovano che conferme a questa superiorità. È dimostrato che il cromosoma Y che identifica il maschio non è altro che un cromosoma X a cui manca un frammento. In termini più pratici, il maschio non è altro che una femmina venuta male. Spesso però le donne, tutt’altro che inconsapevoli di questo loro potere, si sono vendicate della inferiorità sociale loro imposta attraverso la forza delle loro arti ammaliatrici. Non è un caso che le donne ricoprissero un potente ruolo decisionale, anche se relegato nell’ombra, nelle scelte politiche delle corti rinascimentali di tutta Europa. Che fossero regine o amanti, non c’è sovrano che non abbia ceduto al fascino femminile. Una forza che poteva arrivare a possedere la mente di un uomo a tal punto che egli era disposto a fare qualunque cosa pur di compiacerla. Per le donne si sono fatte guerre e innalzati monumenti, si sono scritte leggi e commesse atrocità innominabili. E, se ancora oggi alle donne non vengono riconosciuti dai rappresentanti maschi del genere umano i ruoli che meriterebbero, sono convinto che sia perché di fatto continuiamo ad avere paura della loro forza.

Da dove mi sono venute queste riflessioni, vi state chiedendo? Beh, si dà il caso che poco fa stessi ascoltando questa canzone, e mi sono ricordato di come io, qualche anno fa, seduto in una poltrona della sesta fila del settore destro di un palazzetto dello sport, ero rimasto imbambolato a guardare questa donna che cantava sul palco.


Bella

(Quasimodo)
Bella,
la parola bella è nata insieme a lei,
col suo corpo e con i piedi nudi, lei,
è un volo che afferrerei e stringerei,
ma sale su l’inferno a stringere me.
Ho visto sotto la sua gonna da gitana,
con quale cuore prego ancora a Notre Dame,
c’è qualcuno che le scaglierà la prima pietra,
sia cancellato dalla faccia della terra.
Volesse il diavolo, la vita passerei
con le mie dita tra i capelli di Esmeralda.

(Frollo)
Bella,
è il demonio che si è incarnato in lei,
per strapparmi gli occhi via da Dio, lei,
che ha messo la passione e il desiderio in me,
la carne sa che paradiso è lei.
C’è in me il dolore di un amore che fa male,
e non mi importa se divento un criminale.
Lei, che passa come la bellezza più profana,
lei porta il peso di un’atroce croce umana.
Oh Notre Dame, per una volta io vorrei
Per la sua porta come in chiesa entrare in lei.

(Febo)
Bella,
e mi porta via con gli occhi e la magia,
e non so se sia vergine o non lo sia,
c’è sotto Venere e la gonna sua lo sa,
mi fa scoprire il monte e non l’aldilà.
Amore adesso non vietarmi di tradire,
di fare il passo a pochi passi dall’altare.
Chi è l’uomo vivo che potrebbe rinunciare
Sotto il castigo poi di tramutarsi in sale.
O Fiordaliso, vedi, non c’è fede in me,
vedrò sul corpo di Esmeralda se ce n’è.

(Insieme)
Ho visto sotto la sua gonna da gitana,
con quale cuore prego ancora a Notre Dame,
c’è qualcuno che le scaglierà la prima pietra,
sia cancellato dalla faccia della terra.
Volesse il diavolo, la vita passerei
con le mie dita tra i capelli di Esmeralda.
Di Esmeralda.



sabato 6 dicembre 2008

O è natale tutti i giorni...

Al liceo avevamo un piccolo laboratorio di teatro, e nelle ricorrenze mettevamo su qualche rappresentazione. Scenografie, costumi, riproduzioni di opere d’arte, poesie, e tutte quelle balle lì, sapete? E naturalmente cori. Una delle ricorrenze più sfruttate era ovviamente il natale, e un anno la mia professoressa di storia dell’arte ci propose questa canzone come canto finale. E oggi mi è tornata in mente, e me la sono cercata su internet. In effetti, ai tempi mi aveva molto colpito, perché è un po’ quello che ho sempre pensato. Non mi è mai piaciuto il natale. Nella mia visione più ottimistica, era un periodo di vacanza dalla scuola, dove non ci si doveva alzare presto, dove si andava a letto tardi, dove si aveva il tempo di leggere libri. Da quando sto in città un’altra cosa piacevole che si è aggiunta a questo quadro è costituita dalle passeggiate per le strade illuminate, però si è persa la vacanza, visto che a gennaio ho sempre fatto esami e quindi durante le feste si studia il più possibile. Questo è tutto quello che di buono riesco a mettere nel concetto di natale. Poi c’è tutto il resto. Ora vi aspetterete la solita retorica sulle guerre, le ingiustizie e il dolore che affliggono il mondo e se ne fottono altamente del fatto che è natale. Oppure le solite stronzate sul consumismo, sull’ipocrisia di parenti che si vedono una volta all’anno e via dicendo. Che poi è quello che dice la canzone. No, niente affatto. Non mi va di fare questi discorsi, li fanno meglio di me Luca Carboni e Jovanotti. A me non è mai piaciuto il natale perché a natale è tutto natale. Se esci, lo fai per vedere le vetrine perché è natale. Se compri qualcosa, lo fai perché devi fare i regali di natale. Se ti vedi con gli amici, è per andare a giocare a carte perché è natale. È questo che mi dà fastidio. Sembra che in questo periodo il natale sia l’unica cosa in grado di dare significato ad ogni attività dell’essere umano. Non si può organizzare una gita in campagna, perché è natale. A meno che non sia una gita di natale per fare cose di natale. Non si può organizzare una partita di calcetto, perché tutti i tuoi amici sono a casa con parenti e cugini che arrivano da qualche sperduto angolo del mondo e non sono capaci di sopravvivere un’ora senza di loro. Ecco cos’è che non sopporto: il natale catalizza tutte le attenzioni. E se non entri anche tu a far parte del gioco, sei solo un cretino che deve fare l’anticonformista a tutti i costi, perché ormai c’è anche questo, che odiare il natale è diventato una moda, quindi non puoi farlo. Sono perfettamente in linea con quello che dice il ritornello della canzone, solo che io prendo per buona la seconda parte. Visto che non è natale tutti i giorni, per me non è natale mai. Deve per forza essere natale per fare una telefonata a qualcuno? O peggio ancora, devo per forza fare una telefonata a qualcuno (che magari mi sta incredibilmente sulle palle) perché è natale? Per me sono giorni come tutti gli altri, e se qualcuno si vuole offendere, che lo faccia pure. Ai miei libri e ai miei fumetti non gliene frega niente che è natale, mi faranno compagnia come ogni giorno dell’anno. Per fortuna, quest’anno c’è qualcosa di diverso. Quest’anno, ci sono degli amici che sono più o meno in sintonia con me. E visto che tutti, nostro malgrado, saremo obbligati ai classici pranzi e cene in famiglia, abbiamo deciso di farci un natale anticipato, per passare un giorno insieme, come facciamo tutte le domeniche sera, mangiando pizza e birra, parlando di libri e fumetti e giocando ai videogiochi. E se questo vuol dire che è natale, allora per me è natale ogni domenica.

mercoledì 19 novembre 2008

"...che anche il dolore servirà."

Mi è capitato per caso di vedere una parte di un film che avevo già visto al cinema qualche tempo fa. Ero a casa di un’amica, e lei stava guardando questo film, così mi sono fermato un po’, e nella sequenza che ho rivisto c’era questa canzone come colonna sonora. Mi ha fatto pensare. O meglio, ripensare. A una certa persona. Una persona che ha lasciato un segno dentro me, anche se la sua apparizione è stata breve, dal punto di vista sentimentale, e quello che mi è rimasto è proprio la malinconia. Malinconia per gesti, parole ed emozioni che avevo solo immaginato, che non si sono mai realizzati. Io sono di quelli che pensano che è sempre meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati. La malinconia è proprio quello che rimane quando un sogno si sgretola con la luce del giorno. La maggior parte delle volte bastano gli amici, il lavoro, gli svaghi, una corsa in bici, per passare oltre. In altri momenti, però, i pensieri ritornano. E il fatto che l’anima sappia che anche il dolore servirà, come dice la canzone, non rende il tutto meno doloroso.
Malinconia – Luca Carboni

La malinconia ha le onde come il mare,
ti fa andare e poi tornare,
ti culla dolcemente.
La malinconia si balla come un lento,
la puoi stringere in silenzio,
e sentire tutto dentro.
E sentirsi vicini e anche lontani,
e viaggiare stando fermi,
e vivere altre vite.
E sentirsi in volo dentro agli aeroplani,
sulle navi illuminate,
sui treni che vedi passare.
Alla luce calda e rossa di un tramonto,
di un giorno ferito che non vuol morire mai.

Sembra quasi la felicità,
sembra quasi l’anima che va,
il sogno che si mischia alla realtà.
Puoi scambiarla per tristezza ma
è solo l’anima che sa
che anche il dolore servirà.

E si ferma un attimo a consolare il pianto
del mondo ferito che non vuol morire mai.

E perdersi tra le dune del deserto,
tra le onde in mare aperto,
anche dentro a questa città.
E sentire che tutto si può perdonare,
che tutto è sempre uguale,
cioè che tutto può cambiare.
E stare in silenzio ad ascoltare,
e sentire che può esser dolce
un giorno anche morire.
Nella luce calda e rossa di un tramonto,
di un giorno ferito che non vuol morire mai.

Sembra quasi la felicità,
sembra quasi l’anima che va,
il sogno che si mischia alla realtà.
Puoi scambiarla per tristezza ma
è solo l’anima che sa
che anche il dolore passerà.

E si ferma un attimo a consolare il pianto
di un amore ferito che non vuol morire mai.

domenica 19 ottobre 2008

Il Principe della risata

Far ridere è senza dubbio una delle cose più difficili. Per un attore, la più difficile in assoluto. Qualche giorno fa mi è capitato di vedere un programma di comicità in televisione. Me lo ricordavo migliore. Adesso tutto mi sembra un po’ scontato, un po’ già visto. Cosa ancora peggiore, troppo spesso si sconfina nella volgarità gratuita. Perché per far ridere bisogna per forza dire ‘cazzo’, ‘merda’, ‘stronzo’, e tante altre belle parole che tutti conosciamo? Sembra strano, ma mi è venuta nostalgia. Nostalgia di una comicità genuina, educata, sottile. Una comicità che non ti grida in faccia la battuta alla quale devi ridere per forza, ma che la lascia cadere lì, in un discorso serio, con ingenuità, senza obbligarti alla risata. È proprio questo quello che manca, una risata spontanea. Forse l’unico tipo che abbia valore. Una risata spontanea ti fa dimenticare il malumore della giornata, le cose che sono andate storte. Non pretende niente, non devi partecipare, succede tutto senza che te ne rendi conto.




Per questo, ieri pomeriggio ho voluto rivedere un vecchio film. Lui stesso si definiva il Principe della risata, legatissimo a quel titolo nobiliare che per lungo tempo gli era stato negato. Il principe Antonio de Curtis, in arte Totò. Uno con un nome così era destinato a far ridere la gente. Purtroppo non posso dire di aver visto tutti i suoi film (che non sono certo pochi, aggiungerei), ma un bel po’ sì. Quello che rimane impresso, anche dopo tanti anni, è la piccola battuta a cui accennavo prima, quella detta quasi con indifferenza, con naturalezza, accompagnata da una smorfia della faccia come solo lui sapeva fare. Mi torna in mente che parecchi anni fa, in estate, fecero una rassegna cinematografica pomeridiana su Totò. Ogni pomeriggio, alle due, riproponevano un suo film. Orario assurdo in un periodo assurdo, le due di pomeriggio in estate! O sei a mare, o sei a letto che ti riposi, non ci sono altre possibilità. Io invece mi piazzavo davanti alla televisione, guardavo i suoi film, e ridevo. L’unica cosa brutta che percepisco al ricordo di frasi come “Parli come badi” o “Ogni limite ha una pazienza”, è la consapevolezza che difficilmente ci sarà ancora qualcuno capace di far ridere in questo modo. Per questo, mi è sembrato molto bello questo omaggio a Totò di Federico Salvatore, e ho voluto condividerlo con voi.









Federico Salvatore - Oe' Totò!

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sabato 13 settembre 2008

Via del campo

Da un po’ di tempo sto preparando un regalo per una cara amica, e quando lo faccio mi piace avere un sottofondo di musica. Sebbene ci siano più di quattromila files nella cartella ‘Musica’ del mio computer, la scelta cade quasi sempre sulle stesse canzoni: qualche album di de Andrè o di Guccini. Proprio ieri sera stavo ascoltando “Via del campo”, e ad un tratto mi è venuto da pensare che non sarebbe male scriverci sopra due parole.

Fabrizio de Andrè è genovese, questo lo sanno tutti. E chi conosce un minimo la sua opera sa anche che cantare la sua città è sempre stata una delle sue passioni. Le creature di Fabrizio sono ancora lì, tra i carruggi del centro storico della città. Molte di queste creature sono dei relitti, degli scarti di una società borghese che non li riconosce e non li accetta. Ladri, fannulloni, depravati, assassini... e naturalmente prostitute. Via del campo era famosa proprio per queste ultime. Un tempo era un luogo di contrabbando e prostituzione, praticata tanto nei magazzini quanto negli angoli bui della strada, perfettamente in sintonia con l’atmosfera di quel posto. Eppure, ascoltando le parole di questa canzone, non ci si può non innamorare di quelle figure, tanto fisiche e materiali da arrivare a sembrare quasi irreali e mistiche. Lo dimostrano le parole delle prime strofe, in cui vengono descritte tre di queste donne, e la loro attività, con parole dolcissime. In tutto quello che ho letto e sentito nella mia vita, non ho mai trovato una descrizione più bella dell’esercizio della prostituzione di quel “...vende a tutti la stessa rosa”. Così come non riesco a pensare ad un modo più intenso per descrivere la leggerezza di una donna che si muove di “...nascon fiori dove cammina”. Per non parlare poi della esaltazione dei piaceri sessuali visti come un paradiso raggiungibile tramite una semplice rampa di scale. Ci si commuove nel sentire il racconto di quell’uomo che, stregato dalla bellezza di una di quelle donne, si illude di poterla sposare, e rimane incredulo nel vederla rifiutare chiudendo il balcone della stanza dove accoglierà il prossimo cliente. Fabrizio ci mostra come in quella strada malfamata possa nascere un amore, che fa sorridere quando ci risponde, che fa piangere quando si mostra indifferente. E a conclusione di tutto, quasi voglia fare un dispetto a tutti coloro che la pensano diversamente, ci ricorda come dalle cose perfette, come i diamanti, niente può avere origine, mentre dalla cosa peggiore che possiamo immaginare nascano cose meravigliose.


Ancora oggi, in via del campo si trova un negozio di dischi in cui era conservata ed esposta la chitarra Esteve di de Andrè, messa all’asta per beneficenza poco dopo la sua morte. Il proprietario del negozio, da sempre amico di Fabrizio, ne ha fatto una sorta di museo della memoria, con le sue canzoni sempre in sottofondo e le copertine originali dei suoi album esposte in vetrina. Sebbene Gianni Tassio sia morto da quattro anni, la sua opera di mantenimento della memoria dell’amico continua ad opera della moglie. Anche in un posto malfamato come via del campo può nascere un fiore.




Via del campo

Via del campo c’è una graziosa,
gli occhi grandi, color di foglia,
tutta notte sta sulla soglia,
vende a tutti la stessa rosa.

Via del campo c’è una bambina
con le labbra color rugiada,
gli occhi grigi come la strada,
nascon fiori dove cammina.

Vai del campo c’è una puttana,
gli occhi grandi color di foglia,
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andare lontano,
lei ti guarda con un sorriso.
Non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del campo ci va un illuso
a pregarla di maritare,
a vederla salire le scale
fino a quando il balcone è chiuso.

Ama e ridi se amor risponde,
piangi forte se non ti sente,
dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fior.
Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fior.


La canzone di questo primo video è una versione live dell'originale, forse anche più intensa e profonda in questo nuovo arrangiamento. La frase piccola che si legge sulla camicia di Fabrizio in basso a destra è "Signora Libertà, sisgnorina Anarchia", una versione modificata in un concerto dell'originale "Signora Libertà, signorina Fantasia" della canzone "Se ti tagliassero a pezzetti".

Questo secondo video è un tributo alla poesia di Fabrizio de Andrè da parte di un gruppo di appassionati. La canzone è la versione originare di "Via del campo", quella contenuta nell'album "Volume 1" del 1967. Il finale è un po'... particolare, e si distacca dal significato vero e proprio del testo di Fabrizio. Ma ho voluto inserirlo lo stesso per la bellezza delle immagini e dell'atmosfera che richiamano. I crediti del cortometraggio sono inseriti alla fine, quindi evito di trascriverli qui.

lunedì 26 maggio 2008

Indiani (a caval donado)

Ascoltavo quasi per caso il nuovo album di Elio e le storie tese, copiato da un amico che me l’aveva consigliato, mentre montavo una zanzariera nella finestra della mia stanza da letto. Preso da quello che stavo facendo, non prestavo moltissima attenzione alle parole delle canzoni, mi facevo per lo più prendere dalla musica. Poi, in un momento di pausa, mi sono soffermato su questa canzone. L’ho riascoltata più volte, cercando di coglierne il significato. Non so se ci sono riuscito, in fondo non conosco l’opinione di chi l’ha scritta sull’argomento, ma mi piace pensare che sia un tributo alle ingiustizie subite dai nativi americani. Il fatto è che tutto ci sembra sempre estremamente lontano da noi, nel tempo come nello spazio, e ci dimentichiamo troppo spesso di quello che è successo e ancora oggi succede a due passi da noi. Quelle che una volta erano distanze infinite oggi sono poco più che passeggiate, luoghi sconosciuti e lontani ora si trovano appena girato l’angolo, eppure, purtroppo, ci dimentichiamo di quello che succede lì. Esempi se ne potrebbero fare tantissimi: il Tibet, la Birmania, la Cecenia o, per restare a casa nostra, i Balcani. Però la canzone parla dei Pellerossa e quindi mi riferirò a loro.

“Indiani (a caval donado)” si riferisce all’abitudine dei coloni americani di ‘risarcire’ i nativi del furto delle loro terre con degli insulsi regali, che loro, anche se sconfitti e confinati nelle riserve, si ostinavano a rifiutare. Con il tono ironico che contraddistingue la loro musica, Elio e le storie tese ci ricordano la dignità e l’orgoglio di un popolo calpestato e umiliato, ma non per questo sconfitto. Purtroppo ormai resta ben poco di una cultura che trova le sue origini circa ottomila anni fa, ma non sarebbe male andare a riscoprire quelle tradizioni, quel modo di intendere la vita e tutto ciò che ci circonda.

“Il gran padre bianco ci dice di vendere a lui le nostre montagne in cambio di molti biglietti verdi, ma come si fa a vendere le montagne? Le montagne non sono un fucile, un cavallo. Queste cose si possono vendere, ma la terra non è una cosa che si può vendere, non è di nostra proprietà, noi ci abitiamo soltanto, e vogliamo continuare a vivere in pace”.

Di sicuro il loro era un mondo più difficile, più duro, ma forse era anche più felice di quello in cui viviamo noi gente ‘civile’.

Indiani (a caval donado)


Io voglio solo donare un regalo agli indiani
Sentirsi innamorati nel far west

Amico Cheyenne, dove scappi?
Voglio soltanto farti un regalo.
Amico Irochese, dove fuggi?
Voglio soltanto darti un presente.
Amico Dakota, dove corri?
Voglio soltanto donarti un dono.
Amico Shoshone, dove ti rifugi?
Voglio soltanto offrirti un gadget.
Amico Appalache, dove ti cacci?
Voglio soltanto consegnarti un memorabilia.
Amico Papago, perché ti mimetizzi?
Tanto ti vedo benissimo.

Non capisco perché.

Lascia l’ascia di guerra
e accetta l’accetta dell’amicizia.
È solo un presente per te.
Bevi un goccio da me
al bar di Brokeback Mountain.
Stringi le mie mani tu.

Amico Cherokee
... ... ...
Voglio soltanto
... ... ...
Amico Apache, facciam la pace,
ti offro un bisonte fatto alla brace.
Amico Navajo, fai su un calumet
con tanta pace e poco tabajo.

Amico Watusso, tu cosa c’entri?
“Niente, mi han detto che c’era un regalo.
Adesso ritorno dai miei amici altissimi”.

Noi siamo i cowboy che fanno i regali
ma nessuno ce li accetta.
Quando finirà questa cultura del sospetto?
Chi interromperà questa spirale di incomprensioni?