Visualizzazione post con etichetta Il fascino del male. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il fascino del male. Mostra tutti i post

mercoledì 18 febbraio 2009

Il fascino del male - Arkham asylum

Siamo arrivati alla conclusione di questa serie di volumi, che hanno ripercorso le storie di alcuni dei più importanti criminali di Gotham city. Quest’ultimo volume è dedicato a uno dei personaggi più interessanti, o meglio ancora ad uno sparring partner di uno dei personaggi principali di tutte le storie di Batman. Sto parlando della oscura Gotham city e del suo fedele aiutante, il manicomio Arkham! In post precedenti a questo (quello sull’Enigmista e quello sull’ultimo film di Batman) ho già espresso il concetto del personaggio Gotham city, sottolineando come solo in questa città è possibile l’esistenza di un eroe come Batman e dei suoi nemici. Qui voglio ampliare il concetto riferendomi ad uno degli elementi costitutivi della città, ovvero il manicomio Arkham. Era infatti logico che una sfilza di criminali come quelli che popolano le strade di Gotham non potesse essere imprigionata in un comune penitenziario. E così come i suoi inquilini hanno contribuito a creare la fama del luogo, allo stesso modo questo ha plasmato le personalità deviate dei suoi ospiti. Arkham è il rifugio in cui la frustrazione, la paura e i pensieri contorti dei folli criminali di Gotham trovano rifugio e sostentamento. È all’interno delle sue mura che prendono forma i folli piani del Joker, che crescono la schizofrenia di Due facce e la depravazione di Mr. Zsasz, che si alimentano le paure dello Spaventapasseri. Per quanto isolate e rinchiuse, qui le menti criminali di Gotham si trovano riunite insieme, ma, al contrario di quanto potrebbe avvenire in un normale carcere, dove potrebbero nascere manifestazioni di cameratismo e solidarietà, qui vengono esasperate la solitudine, l’alienazione e la follia. Chi finisce qui dentro non viene accolto e aiutato per un futuro reinserimento nella società, ma sbeffeggiato, violentato e terrorizzato dalla follia che impregna mura e corridoi.

Il concetto di Arkham come un luogo al di fuori di qualunque schema umano venne introdotto per la prima volta da Grant Morrison nella sua graphic novel “Arkham asylum – Una folle dimore in un folle mondo”. Da quella storia, i più grandi scrittori delle vicende del cavaliere oscuro hanno sempre trattato Arkham alla stregua di un loro personaggio, a volte investendolo di poteri quasi sovrannaturali, altre volte giocando sull’atmosfera terrificante che deve avere un luogo popolato da simili esseri. Arkham non è pericoloso solo per chi ci viene rinchiuso, ma anche per chi ci lavora. La cosa migliore che possa capitare ad un membro del personale di Arkham è di restare ucciso durante la fuga di qualche criminale. Ma l’aspetto peggiore è la corruzione della mente, che finisce per rendere folli tutti quelli che vi si trovano all’interno. Significativo in tal senso è il fatto che proprio tra le sue mura siano stati creati personaggi come Harley Quinn e lo Squalo bianco. Perfino Batman non può non subire l’influenza di Arkham. E se un uomo che ha fatto della paura la sua principale arma non si addentra volentieri in questo luogo, può solo voler dire che Arkham è davvero pericoloso, forse più di qualunque criminale possa essere rinchiuso nelle sue celle.

martedì 9 dicembre 2008

Il fascino del male - Mr. Zsasz

Storie di serial killer ce ne hanno raccontate tante, nei libri, nei film e nei fumetti, ormai li conosciamo meglio di qualsiasi altro tipo di personaggi. Eppure, ogni volta, la figura dell’assassino seriale suscita un’attrazione nello spettatore che non è comune ad altri personaggi. È innegabile che le menti malate suscitino un fascino particolare su chi crede di essere diverso da loro. E spesso è proprio il fatto che questi pazzi sembrano tutt’altro che pazzi a incuriosire chi legge o chi guarda. Mr. Zsasz è un esempio perfetto di questa attrazione. Quello che da sempre identifica il serial killer è la sua straordinaria lucidità. Per questo Victor Zsasz è molto diverso da tutti gli altri criminali psicopatici che abbiamo visto in questa lunga carrellata di ospiti del manicomio Arkham di Gotham city. Se infatti tutti gli altri ospiti delle celle di Arkham si sono sempre distinti nella nobile arte del pluriomicidio, le ragioni, o le non-ragioni, che ne hanno determinato le azioni sono sempre state molto particolari. La follia innata del Joker, la doppia personalità di Due facce, l’estremismo ambientalista di Poison Ivy, hanno sempre caratterizzato questi personaggi come qualcosa di ‘diverso’ da noi. Mr. Zsasz non ha niente di tutto questo. La caratteristica fondamentale del puro serial killer è l’ordine. In questi soggetti, la follia non si identifica con esagerate manifestazioni di violenza, con la teatralità o con un substrato psicologico perturbante. Il serial killer è una persona che nella vita di tutti i giorni è normalissima, praticamente indistinguibile da chiunque altro. Non ci sono condizionamenti esterni a determinare le sue azioni, non ci sono manifestazioni impulsive, non ci sono tratti psicologici palesemente alterati. Il serial killer non sente le voci che gli ordinano di uccidere, non è stato abbandonato o maltrattato da piccolo, non è stato esposto a sostanze psicotrope, non ha vissuto in contesti sociali al di fuori della normalità. È per questo che suscita tutto questo fascino in chi ne segue le azioni: perché tutto sommato, potrebbe benissimo essere uno di noi. La sua follia è molto più profonda di una ‘banale’ schizofrenia, o di un ‘banale’ sdoppiamento di personalità. Lui uccide perché vuole farlo. E Mr. Zsasz rappresenta alla perfezione questo modello. Forse l’unica differenza con i normali serial killer è che lui non ha un bersaglio preferito. Molti scelgono una particolare categoria di persone come loro vittime, selezionate in base ad una o più caratteristiche, che possono essere il sesso, l’età, la razza, la condizione sociale o quant’altro. Mr. Zsasz invece uccide chiunque gli capiti a tiro. Per il resto, ha tutte le caratteristiche dell’assassino seriale: quasi sempre la stessa arma, il coltello, il rituale di comporre i corpi delle sue vittime in modo da farle sembrare intente alle loro attività quotidiane, l’inesauribile pazienza nell’aspettare il momento dell’azione, l’assoluta lucidità con cui programma, esegue e descrive i suoi omicidi. Anche l’abitudine di incidersi un taglio sulla pelle per ogni vittima, che potrebbe sembrare nascondere qualche particolare significato, per lui non è altro che un modo per tenere il conto. Sono proprio queste caratteristiche a renderlo il folle criminale che è: in lui c’è tutto quello che può essere ritrovato in una persona normale, solo che è esasperato fino all’inverosimile.

Non è un caso quindi che una personalità così particolare come quella di Victor Zsasz susciti tanta attrazione nelle persone che gli stanno intorno per lavoro, vale a dire i suoi psichiatri. Mr. Zsasz compare per la prima volta nel giugno 1992, nella storia “The last Arkham” scritta da Alan Grant. Grant era già un autore di fumetti con alle spalle una carriera di tutto rispetto, ma è curioso come, subito dopo aver scritto questa storia, gli vennero rivolte accuse di plagio che sostenevano la avesse copiata da “Il silenzio degli innocenti”. In effetti, potrebbe anche sembrare che sia così, ma non ci sono motivi per dubitare della parola di Grant quando dice che fu solo un caso. Aveva in mente una storia di questo tipo già da molti anni, da quando frequentava una ragazza che studiava psicologia e aveva avuto per le mani alcuni suoi libri. Proprio questo aneddoto sta a dimostrare come la figura del serial killer e dello psichiatra che lo cura hanno molto spesso attratto le menti più creative. Così come Jodie Foster nel film, anche in “The last Arkham” c’è uno psichiatra che subisce il fascino della follia del suo assistito. E non è un caso che sia proprio Jeremiah Arkham, nipote di Amadeus Arkham, il fondatore del manicomio omonimo, a seguire il caso di Victor Zsasz. Così come lo zio, anche Jeremiah si troverà talmente coinvolto nelle vite al di fuori della normalità che risiedono tra le mura del manicomio da venirne profondamente segnato, fino a sprofondare anche lui nella pazzia. E in questa caduta, Mr. Zsasz gioca un ruolo fondamentale.

Ma anche le altre storie del volume sono interessanti. In “Il primo taglio è il più profondo”, sempre scritta da Alan Grant, la dottoressa Temple viene messa a conoscenza insieme a noi dell’origine della follia di Mr. Zsasz, e del motivo che lo spinge a uccidere.

“Mi guardi negli occhi, dottore, comunichiamo. Io uccido perché voglio uccidere. Perché ho scelto di uccidere”.

È mentre pronuncia questa frase che Mr. Zsasz stringe le dita intorno al collo dell’ingenua dottoressa, fino ad ucciderla. Spingersi a contatto con una mente come questa può essere molto, molto pericoloso.

Le altre due storie sono interessanti per un altro motivo. Tutto quello che c’era da dire su Mr. Zsasz l’ha fatto nelle prime due Alan Grant, e anche se le altre due aggiungono qualche particolare, non c’è niente di nuovo. Quello che è interessante è il rapporto di Batman con due comprimari delle sue storie. In “Vittime”, Mr. Zsasz commette l’errore di scegliere come bersaglio Alfred Pennyworth, scatenando la furia di Batman. Ma è il personaggio di Bruce Wayne che ci colpisce, un personaggio di cui scopriamo un profondo sentimento che lo lega al maggiordomo. Per Bruce, Alfred rappresenta tutto quello che rimane della sua famiglia, tutto quello che lo spinge a fare quello che fa.

Infine, in “...e tutto coperto di rosso”, compare un personaggio che ha avuto poca vita (letteralmente!) nelle storie di Batman, vale a dire Stephanie Brown, il quarto Robin. Dopo Dick Grayson e Jason Todd, Tim Drake aveva ricoperto i panni del ragazzo meraviglia, ma per motivi familiari aveva lasciato Batman ritirandosi dal suo ruolo e lasciandolo vacante. Occasione ghiotta per una giovane promessa della lotta al crimine di Gotham, Stephanie, di diventare l’aiutante del pipistrello. Troppo giovane, forse. Al punto da non sapere ancora distinguere la differenza tra giustizia e vendetta. Ma questo ci concede l’occasione per vedere la severità con cui Batman addestra i suoi compagni.

“Ci sono sempre opzioni diverse dall’uccidere. E se non impari a vedere prima quelle opzioni... allora non puoi essere il mio partner”.
“Mi stai licenziando?”.
“No... Ti sto educando”.

venerdì 28 novembre 2008

Il fascino del male - Scarface

Anche questa volta, come con Clayface, non uno solo ma due sono i protagonisti di queste storie, sebbene in questo caso il filo che li unisce sia più che una semplice omonimia e il potere dell’argilla. Scarface infatti non è altri che il pupazzo del Ventriloquo, al secolo Arnold Wesker. Facciamo un passo indietro.

Anche se non ho una cultura abbastanza vasta per supportare l’argomento con esempi validi, per quanto ne so le bambole sono sempre state un elemento tipico del mondo dell’horror. È curioso come oggetti creati per rallegrare, far giocare e divertire i bambini, siano stati spesso trasformati in manifestazioni malvagie. Bambole assassine, che sfuggono al controllo dei loro padroni per seguire una volontà propria, si associano nella mia mente ai classici racconti e film dell’orrore. E in effetti le bambole hanno un loro fascino ambiguo, anche se spogliate di qualunque elemento sovrannaturale. Il concetto della bambola in fondo è quello che qualcuno possa controllare l’esistenza di un altro essere antropomorfo. Alla propria bambola si può far dire e fare tutto quello che si vuole. I bambini le rendono personaggi delle loro storie e dei loro giochi, utilizzandole spesso come alter ego per sentirsi protagonisti di avventure che possono vivere solo nella loro immaginazione. Ricordo una frase di un episodio di una serie animata in cui si dice: “Se esistesse un dio, noi non saremmo forse le sue bambole?”. Potremmo dire che tutti noi, da bambini, non abbiamo fatto altro che giocare a fare dio con le nostre bambole. Ma le bambole erano sempre d’accordo?

Nel 1988, Alan Grant e John Wagner ricevono una chiamata da Danny O’Neil, il comandante in capo della DC Comics di quegli anni, che gli affida una storia di Batman. Nei due autori scatta allora quello che potremmo definire il problema del nemico, con il quale devono confrontarsi tutti quelli che si accingono a scrivere e disegnare una storia del cavaliere oscuro. Chi mettergli contro? Come dice lo stesso Grant, nessun altro personaggio dei fumetti ha nemici tanto ‘ingombranti’ come Batman (di molti ho parlato nei precedenti post). Da qui due problemi: ricorrere ad uno dei nemici classici, correndo il rischio di non essere all’altezza con i maestri che già ne avevano scritto le storie? O crearne uno nuovo? E in questo caso, come renderlo originale ma nello stesso tempo in sintonia con il mondo di Batman? Venne scelta questa seconda strada, e Grant e Wagner recuperano una vecchia idea dei tempi di “Judge Dreed”, Scarface appunto. Arnold Wesker è un perdente. Un ometto insignificante, senza nessuna qualità fisica e intellettuale, condannato all’ergastolo per aver ucciso un uomo in una rissa da bar, senza neanche aver avuto l’intensione di ucciderlo. Purtroppo (o per fortuna, dipende) per lui, finisce a Blackgate, in cella con un certo Donnegan, anche lui ergastolano. Qui la storia del Ventriloquo si tinge di sovrannaturale. Si dice che la forca di Blackgate sia stata impregnata dell’odio e del sangue di tutti i suoi condannati, fino a quando non fu distrutta da un fulmine. E indovinate da quale legno Donnegan ricava la marionetta da ventriloquo? Non è mai stato spiegato se veramente quel legno maledetto sia dotato di poteri malvagi, o se sia stato solo un caso, ma sta di fatto che i suoi possessori sviluppavano una sinistra sudditanza nei confronti della marionetta, che dopo un po’ sembrava parlare e agire di volontà propria. Scarface arriva ad ossessionare a tal punto la mente di Wesker da costringerlo a uccidere il suo proprietario per entrarne in possesso, anche se nessuno può dire se sia il Ventriloquo a possedere la bambola o viceversa. Di fatto però, un ometto insignificante e una bambola riescono ad avere un tale potere persuasivo e una tale assenza di scrupoli da arrivare a competere per il posto di signori del crimine di Gotham city, che come città non è certo facilmente impressionabile.

L’ipotesi di una malvagità sovrannaturale, o comunque della capacità, da parte della bambola di Scarface, di far emergere aspetti deviati della personalità di alcuni uomini, sembra essere confermata dalle attuali storie di Batman, in cui, morto Arnold Wesker, Scarface si impossessa di un nuovo padrone, la bellissima Peyton Riley, da cui si fa prestare la voce e attraverso la quale inizia a ricostruire il suo impero criminale.

Non ho parlato di Batman. Ma in effetti, in questo volume, il nostro eroe trova poco spazio. Al di là delle sue consuete doti di detective, e delle atmosfere tenebrose nelle quali si trova ad operare, in queste storie l’uomo pipistrello ricopre un ruolo che potremmo definire secondario, per lasciare la scena a Scarface e alla sua perversa ma allo stesso tempo pragmatica malvagità.

sabato 15 novembre 2008

Il fascino del male - Clayface

Non uno solo, ma ben quattro sono stavolta i protagonisti di questo volume, perché quattro sono i personaggi che nel corso delle storie hanno assunto l’identità e le caratteristiche di Clayface. Il primo, Basil Karlo, in realtà ne prese il nome solo perché indossava una maschera d’argilla per coprire i suoi delitti, ma i veri Clayface sono stati i suoi successori, Matthew Hagen, Preston Payne e Sondra Fuller. In un modo o nell’altro, e per i più svariati motivi, questi tre sono venuti a contatto con una misteriosa sostanza vivente in grado di fondersi al corpo umano e conferirgli le caratteristiche dell’argilla. I richiami a uno dei più classici temi delle storie dell’orrore sono palesi, dato che la plasticità e la deformità che ne consegue hanno sempre fatto dell’argilla e del fango una materia adatta allo scopo di impaurire. Potendo assumere qualunque forma, era facile che assumesse anche aspetti terrorizzanti (i mostri di fango erano un classico del cinema horror di vecchia data).

La storia più interessante di tutto il volume è quella intitolata “La banda del fango”, scritta da Alan Grant, autore britannico e da sempre scrittore di Batman. È interessante perché in questa storia compaiono tutti e quattro i Clayface, sebbene Hagen, il secondo, sia presente solo in forma di statuetta d’argilla, usata a mo’ di feticcio da Basil Karlo. È proprio quest’ultimo a riunire tutti coloro che portano il nome di Clayface in una banda criminale, con lo scopo di uccidere Batman, da sempre il loro più acerrimo nemico. Karlo ha però un secondo fine, quello di impadronirsi dei poteri degli altri Clayface, essendo lui un comune essere umano. Tralasciando il classico scontro tra i criminali e il cavaliere oscuro, risultano molto belle le caratterizzazioni di Preston Payne e Sondra Fuller, entrambi angosciati dal loro aspetto repellente e dai loro poteri che li rendono degli emarginati. È piacevole che anche in una storia caratterizzata dall’azione e dall’orrore, alla fine possa trovare posto un momento di tenerezza, con i due abbracciati a guardare il tramonto, facendosi ognuno sostegno delle angosce dell’altro.

Ma torniamo a Batman. In appendice al volume, c’è un’altra storia sempre di Grant, in cui vengono ripercorse le origini di Clayface II, Matt Hagen, che in una immersione subacquea trova una pozza contenente uno strano materiale che ribolle e immergendosi in essa scopre di poter trasformare il suo corpo in argilla, anche se per un tempo limitato. Questa sostanza non gli conferisce però solo le straordinarie capacità di mutaforma, ma sembra influenzare anche la sua mente, rendendola più propensa a commettere crimini. L’avidità era sempre stata una caratteristica di Hagen, ma l’argilla l’ha esaltata, insieme ad altri lati oscuri del suo carattere, fino a fargli uccidere la sua fidanzata che non accettava più quello che lui era diventato. Nelle sue scorribande all’insegna del furto, Clayface non poteva non scontrarsi con Batman, un Batman proprio all’inizio della sua carriera di eroe mascherato, ancora incerto sul suo futuro e su cosa dovesse spingerlo. Un Batman che troppo facilmente poteva cadere vittima della paura, di quella stessa paura che gli avevano insegnato a usare come arma. Non dimentichiamoci che Batman, per quanto forte e determinato, è comunque un essere umano, e trovarsi di fronte ad un mostro d’argilla dalla forza sovrumana, e restare impotente a guardarlo uccidere due uomini, è un’esperienza che non poteva non scuoterlo. Bruce Wayne si trova davanti a un bivio: sconfiggere la sua paura, o smettere di essere Batman. Ma la determinazione, l’intelligenza e la forza di volontà permettono di superare qualunque barriera. Adesso Batman sa che non tornerà più indietro.

giovedì 18 settembre 2008

Il fascino del male - Man-bat

Non c’è niente di semplice in questo personaggio, a cominciare dalla sua storia editoriale. Man-bat nasce nel 1970, quando, dopo un periodo di storie in cui Batman era visto come un eroe positivo e quasi solare in alcuni tratti, si decise di riportare le avventure del personaggio al suo originale stile gotico. Le atmosfere tornarono a tingersi di scuro, la notte tornò ad essere il momento prediletto della vita e dell’azione di Bruce Wayne, che di nuovo tornava a vestire il suo costume come una seconda pelle, tenendolo indosso perfino in casa, se così si può chiamare la caverna in cui trascorreva la sua vita. In questo contesto, nasce Man-bat. In effetti, l’idea non era poi così originale, tanto che stupisce che nessuno ci avesse pensato prima. La galleria di avversari di Batman era sempre stata ricca di personaggi pittoreschi, e Man-bat non avrebbe certo sfigurato tra di essi.

Kirk Langstrom è uno scienziato, esperto di zoologia, e con una particolare passione per i chirotteri, ossia i pipistrelli. Langstrom è affascinato dalla figura di Batman, ai limiti dell’ossessione, tanto che dedica ogni suo sforzo nel sintetizzare un siero, estratto dai pipistrelli, che gli consenta di acquisire le loro capacità. Nella sua idea, lui potrebbe essere la spalla ideale per il grande eroe protettore di Gotham city. Ma le cose non vanno esattamente come pensava. Il siero funziona anche troppo bene, visto che, oltre all’udito ipersviluppato e al sistema sonar tipico dei pipistrelli, lo scienziato acquisisce anche il loro aspetto, trasformandosi in un ibrido tra uomo e pipistrello: un Man-bat, appunto.

Queste sono le origini del personaggio, e anche se in un secondo momento vennero riviste in qualche punto (Langstrom voleva creare il siero per curare la sua sordità), la sostanza rimane la stessa. Ma come ho detto all’inizio, niente in questo personaggio è semplice. Già, perché un banale criminale sarebbe stato trasformato completamente dal siero in una creatura malvagia, con la quale Batman si sarebbe scontrato avendo sempre la meglio. Invece Man-bat cerca di tener fede a quanto si era ripromesso, aiutando il cavaliere oscuro nella sua lotta alla criminalità. Ma non c’è solo questo. Langstrom ha una relazione con Francine Lee, una donna più giovane di lui che mal sopporta le sue ossessioni da scienziato, ma che a sorpresa si rivela davvero innamorata quando, scoperti gli effetti del suo esperimento, decide ugualmente di stargli accanto e di sposarlo. Tra l’altro, Batman riesce a trovare un antidoto alla trasformazione, e dopo uno scontro feroce con la sua parte animale, riesce a riportare Langstrom alla sua forma umana, aprendogli una strada ad una vita felice con la sua donna.Per un certo ciclo di storie, tutto sembra andare bene, tanto che Langstrom e signora si trasferiscono a New York, dove lui ricopre a tempo pieno il ruolo di supereroe, entrando a tutti gli effetti a far parte della bat-famiglia. Tuttavia, anche qui emergono aspetti contrastanti della sua personalità. Il desiderio di ricompensa e la frustrazione per non riuscire a provvedere ai bisogni di sua moglie e del futuro figlio lo amareggiano fortemente, ma allo stesso tempo non riesce a smettere di incarnare Man-bat, e non tanto per un desiderio di portare giustizia nelle strade, quanto per una morbosa forma di dipendenza dal suo lato bestiale. In più si aggiunge il costante desiderio di eguagliare il suo mito, portandolo a fare dei paragoni sempre poco edificanti. Tutto questo insieme di conflitti viene risolto, seppure in maniera tragica, in una storia recente, scritta da Bruce Johns, in cui Langstrom, in preda alla sua furia bestiale, massacra la sua famiglia, ma allo stesso tempo viene usato come capro espiatorio di altri delitti da Hush, che alla fine uccide definitivamente il lato umano di Langstrom, lasciando Man-bat finalmente libero.

Molto interessante in questa storia è però il confronto con Batman. Nei momenti di peggiore conflitto interiore, lo scienziato non riesce a sopportare di avere ucciso la propria famiglia, e tenta il suicidio, ma la sua parte animale si oppone e lo salva. Perciò Langstrom fa di tutto perché sia lo stesso Batman a ucciderlo, ponendo fine alle sue sofferenze. Ma Batman, sebbene sia completamente umano, non può non ritrovare dentro di sé gli stessi conflitti, le stesse ossessioni e le stesse tendenze autodistruttive. Però, a differenza di Langstrom, che non riesce ad opporvisi, lui le affronta, e riscopre il desiderio di vivere la vita che gli è toccata. Non è tutto il personaggio di Man-bat in sé ad essere importante, quindi, quanto il fatto che ci fornisce un’ulteriore occasione per guardare dentro l’animo del cavaliere oscuro e portare alla luce le ombre interiori con le quali ha ricoperto la sua vita.

mercoledì 6 agosto 2008

Il fascino del male - L'Enigmista

Anche questa volta siamo alle prese con un supercattivo che di super ha poco o niente. Era già capitato con il Pinguino o lo Spaventapasseri. In questo caso, l’unica caratteristica in cui eccelle l’Enigmista è l’ingegno. Poteva essere tutto diverso se questo ingegno fosse stato impiegato per scopi più concreti e produttivi, anche nell’ambito del male. Invece, tutto quello che l’Enigmista si limita a inventare sono enigmi. Andiamo con ordine.

Edward Nigma scopre la sua passione per l’imbroglio fin dalla tenera età, quando a scuola usa uno stratagemma per vincere un concorso a premi risolvendo un puzzle. Negli anni, di queste sue origini come criminale, verranno fatte delle rivisitazioni, e, come al solito, il contesto sociale alienante troverà il suo classico ruolo scatenante delle azioni del personaggio. Viene fuori quindi che il vero motivo per cui il piccolo Edward trucca quel concorso è quello di ricevere le attenzioni degli altri, dato che fino ad allora era così insignificante che perfino i bulli della scuola lo evitavano. Ma, rielaborazioni a parte, resta il fatto che il ragazzo cresce con l’idea che l’unico suo talento sia quello per l’imbroglio. La sua passione per gli enigmi, i rompicapo e i trabocchetti cresce a dismisura nella sua mente, fino a diventare una firma inconfondibile: è nato l’Enigmista. E quale altro rivale poteva avere nella oscura Gotham city questo criminale, se non Batman?

Proprio questo aspetto è, secondo me, quello più interessante del personaggio: a differenza degli altri, che si contrappongono all’eroe nella sua completezza, l’Enigmista è perfetto per esaltare un singolo aspetto di Batman: il suo cervello sopraffino. Chi meglio del re degli indovinelli può mettere alla prova il miglior detective del mondo? Ecco quindi che scopriamo un altro personaggio in grado di farci conoscere meglio Batman, come riflesso delle sue azioni. Era già successo, in un diverso ambito, con lo Spaventapasseri e le sue paure. Con l’Enigmista è la volta della coscienza razionale e deduttiva di Batman. Il rapporto tra quest’ultimo e l’Enigmista diventa quasi parassitario, nel senso che il criminale, ad un certo punto, si trova nell’impossibilità di commettere un crimine se prima non lascia un indizio per l’eroe che potrebbe consentirgli di fermarlo. Una sorta di ‘prova a prendermi’ in cui Batman deve ogni volta sfruttare tutte le sue doti di intuito e deduzione, per cogliere gli assurdi doppi sensi che l’Enigmista semina sulla sua scia.

In definitiva, un personaggio interessante, che ci permette ancora una volta di concentrarci sul mondo del Cavaliere oscuro e di scoprirne sempre nuovi aspetti. Un cenno particolare, però, merita la storia “Cavaliere oscuro, città oscura”, scritta da Peter Milligan. Come lui stesso scrive nell’introduzione a tutto il volume, ma riferendosi in particolare alla sua storia, tutti conoscono l’Enigmista. Ma quello che si prefigge lo scrittore è un obiettivo più sottile, e certamente apprezzabile. Mostrare un altro personaggio delle storie di Batman, forse il più importante, un co-protagonista più che una spalla, che lo accompagna sempre in ogni sua avventura. Tutti conoscono l’Enigmista, così come tutti conoscono Alfred, Robin, Jim Gordon, Batgirl, il Joker, Due facce, e via dicendo. Pochi conoscono Gotham city. Ecco il nuovo personaggio che Milligan ci mostra, nella sua prima e (per sua stessa ammissione) migliore storia di Batman. Il Cavaliere oscuro non sarebbe nulla a Metropolis, o a Coast city, o in qualunque altro posto. Batman esiste perché esiste Gotham, perché solo Gotham sa creare esseri come il Joker, Due facce, e perché no, anche come l’Enigmista.

sabato 5 luglio 2008

Il fascino del male - Poison Ivy

Bella. E folle. Non ci sono altre parole per descriverla. O meglio, ci sono, ma tutte rimandano a questi due concetti cardine. Sensuale. Accattivante. Instabile. Sociopatica. E potrei continuare. Mai titolo fu più azzeccato. Se i precedenti personaggi della galleria dell’Arkham asylum affascinavano per il loro lato oscuro, Poison Ivy lo fa anche con il suo aspetto. Non è un caso se in un’antologia di dodici volumi, ognuno dedicato ad un personaggio criminale del mondo di Batman, è l’unica donna che si è meritata un posto. Qualcuno obietterà che anche altre donne sarebbero degnissime di ricoprire questo ruolo, come Catwoman, o Thalia al Ghul, o Lady Shiva. Eppure, secondo me, nessuna incarna il lato bello del male come Ivy.

Pamela Isley è una brillante botanica, dedita alla cura e alla salvaguardia delle specie vegetali, di cui è profonda conoscitrice. In seguito ad un incidente (nel più classico stile dei criminali dei fumetti), viene a contatto con delle sostanze chimiche che alterano la sua fisiologia, rendendola praticamente un ibrido tra uomo e pianta. Il suo corpo è in grado di produrre e rilasciare sostanze chimiche dalle più svariate proprietà, che nella maggior parte dei casi utilizza per manipolare o uccidere uomini. Anche Ivy, come molti altri criminali, ha attraversato diverse fasi evolutive nella cronologia delle sue storie, passando da semplice ladruncola che controlla le piante, a paladina senza scrupoli della difesa delle specie vegetali.

Un elemento però è rimasto costante: l’irresistibile fascino che esercita sugli uomini. È ovvio che, con un personaggio del genere, il rischio di cadere in un’accozzaglia di luoghi comuni è grande. In fondo, Ivy va in giro con un costumino che la copre appena, fatto di foglie di edera, e che lascia ben poco all’immaginazione, si muove sinuosamente, ha uno sguardo accattivante, e quando scuote la sua lunga chioma di capelli rossi non lascia scampo a chiunque abbia davanti. Se ci aggiungiamo che la sua arma preferita è il bacio, ecco che tutto sembra ricondurla ad uno stereotipo di bambolina tutta curve e con poco cervello, inventata solo per abbellire le storie a fumetti ed eccitare la fantasia dei ragazzini. A mio modo di vedere, c’è di più in Pamela Isley. Molto dipende anche dagli sceneggiatori, è chiaro, ma credo che ormai chiunque sia chiamato a scrivere una storia di Batman in cui compaia Poison Ivy si prenda il giusto tempo per non banalizzarla. Perché Ivy è una di quelle con cui non puoi sbagliare, non ti puoi permettere di scrivere una brutta storia che la riguarda, altrimenti verresti guardato in cagnesco da tutti i suoi fan, che non sono pochi.

Per quanto tutte le storie raccolte nel volume siano belle, una in particolare colpisce il lettore, e guarda caso è l’unica scritta da una donna. Ann Nocenti ha il merito di entrare in perfetta sintonia con il personaggio, tirandone fuori un aspetto molto interessante e in certi tratti poetico. Mi riferisco alla necessità di Ivy di godere della luce del sole. Rinchiusa in una cella di Arkham, la sua sola consolazione è allevare le sue creature vegetali in quel minimo spiraglio di luce che filtra attraverso le sbarre di quell’unica finestra. Quando anche quella piccola gioia le viene portata via, impazzisce. Ma questa volta non è lei in prima persona a commettere i delitti, a vendicarsi di quel sopruso che le è stato inferto. Un uomo, il suo psichiatra, stregato dal suo fascino, crede che se si fosse eretto a paladino della sua causa, avrebbe potuto ottenere la sua gratitudine in forma, diciamo così, tangibile. Ma Poison Ivy non è una donna che ha bisogno di paladini. È perfettamente in grado di ottenere da sola ciò che vuole. Con ogni mezzo. Ed è con una punta di rammarico che ogni volta Batman la riporta nelle celle di Arkham, perché ogni volta sa che quello che vuole non è sbagliato, è sbagliato il modo con cui lo vuole. Perché in fondo, sotto quel nero mantello e quel cappuccio, anche se il suo cuore è quello di un pipistrello, non può non sentire un battito molto umano pulsargli nel petto ogni volta che la vede.

lunedì 9 giugno 2008

Il fascino del male - Mr. Freeze

Di tutti i personaggi che sono abituali ospiti dei confortevoli alloggi dell’Arkham asylum, Mister Freeze è forse quello che suscita più solidarietà. Per quante volte le sue origini siano state rielaborate, rimane sempre un elemento di innegabile sfortuna che le caratterizza. Nella sua prima apparizione, Victor Fries, che allora si faceva chiamare Mister Zero, veniva a contatto con un fluido congelante sul quale stava lavorando, che lo rendeva intollerante a qualsiasi temperatura superiore allo zero, costringendolo a vivere in luoghi freddi e isolati dal resto del mondo. In un primo tempo, il personaggio si limitava a perfezionare le sue attrezzature per renderle ideali per commettere crimini, ma in tempi successivi si arricchì di sfaccettature psicologiche piuttosto intense. In particolare, un importante senso di solitudine comincia a impregnarlo fortemente, essendo a causa del suo incidente costretto a vivere isolato da ogni altro essere, senza poter conoscere (letteralmente) le sensazioni che è capace di dare il calore umano. In Mister Freeze, quindi, si fa un profondo accostamento tra il gelo in senso fisico del suo corpo e delle sue armi, con il gelo che imprigiona irrimediabilmente la sua anima. Al punto che, sebbene il denaro e le ricchezze rappresentano spesso il movente dei suoi crimini, quello che poi emerge è il desiderio di manifestare tutto il suo gelo interiore. Proprio per questo, Mister Freeze non ha nessuna esitazione a uccidere poliziotti, impiegati di banche e addirittura ignari passanti con al sua arma congelante, senza esternare la benché minima esitazione. “Sono un assassino a sangue molto freddo!”, come ama ribadire lui stesso al suo arcinemico per eccellenza, Batman.

La sua rivalità e il suo odio per il cavaliere oscuro si acuiscono quando, nella ennesima rielaborazione delle sue origini, viene introdotto un ulteriore elemento di afflizione: Nora. Segnato da un’infanzia difficile e da un’adolescenza vissuta nel completo isolamento e nel disprezzo di chi lo circondava, il giovane Victor incontra Nora, bellissima pattinatrice, che per la prima volta nella sua vita gli dimostra un affetto sincero, che in breve si trasforma in amore. Ma come spesso accade, quando nella vita si intravede uno spiraglio di serenità, la sorte si prodiga a spezzarlo. Un male incurabile condanna Nora a morte certa, e suo marito, forte dei suoi esperimenti sulla criogenesi, decide di ibernarla per trovare una cura e riportarla in vita. Purtroppo, in uno scontro con Batman, la capsula in cui la donna era contenuta va in frantumi, spezzandosi così per sempre ogni speranza di Fries di riabbracciarla. Da allora, il desiderio di vendetta nei confronti di Batman e dell’intera Gotham city sarà un elemento costante nelle storie di questo personaggio.

Ma anche Mister Freeze, come molti altri supercriminali gotamiti, ha una sua funzione nelle storie di Batman. Nel contrastare la sua gelida personalità, la sua fredda spietatezza, possiamo cogliere nel cavaliere oscuro quel qualcosa che spesso manca nelle sue storie: l’ottimismo. Una certa dose di ironia è presente nei suoi scontri con il maestro del gelo, colui che si vanta di aver annullato dalla sua anima qualunque emozione. Così, laddove a volte non riesce ad arrivare la paura, l’arma prediletta del pipistrello, in certi casi arriva un sorrisetto beffardo e sornione.

Aspetto che lui, con la sua solita superiorità morale, faccia dei commenti... sull’empietà dell’alleanza che abbiamo stretto lì sotto. Aspetto. E aspetto.
“Che tu sia dannato, detective! Di che cosa ridi?”
“È una magnifica giornata estiva, Victor. E non c’è niente che tu possa farci.”

martedì 13 maggio 2008

Il fascino del male - Lo Spaventapasseri

Probabilmente (anzi, sicuramente), ha ragione Steve Englehart quando dice che, se da lettore lo Spaventapasseri è un degno nemico di Batman, da scrittore non ci sono motivi per apprezzarlo. E in effetti, anche il lettore medio da un ‘cattivo’ dei fumetti si aspetta qualcosa di straordinario, qualcosa che lo renda originale. Invece lo Spaventapasseri (sono parole dello stesso Englehart) non fa niente. Perché?

Andiamo con ordine. Jonathan Crane è un comune essere umano, niente superpoteri, niente macchinari o armi avveniristiche. E tra gli umani non primeggia certo per doti fisiche, al di là di una discreta agilità e uno stile di lotta imprevedibile, né per astuzia. Jonathan Crane è uno psicologo, professore in un college, particolarmente interessato a quel complesso di emozioni che la mente umana racchiude nel concetto di paura. Infine, è molto colto ed è un brillante chimico. Un po’ poco per un vero supercriminale di Gotham city, che si fregia di elementi come il Joker, Due facce, l’Enigmista o Man-bat. Tra l’altro, neanche nelle sue origini criminali c’è granché di originale: un’infanzia difficile vissuta nel disprezzo degli altri ragazzi che lo prendevano in giro per il suo aspetto, un ritiro antisociale immerso nel suo mondo di libri, la sua ossessione per la paura, il suo debutto come criminale quando la follia lo fa cacciare dall’università dove insegna.

Tutto sommato, non siamo poi molto distanti dal Pinguino, dato che entrambi i personaggi si caratterizzano per essere piuttosto comuni. Ho già detto quale ruolo ha il Pinguino nelle storie di Batman. Che bisogno c’era di un altro personaggio così? È vero che a prima vista c’è un lato interessante nello Spaventapasseri, rappresentato da questa ossessione per le paure della mente, per cui arriva a mettere a punto un gas in grado di scatenare il terrore in chiunque ne venga esposto. Ma anche esercitando la fantasia il più possibile, rielaborando la sua visione del mondo, le circostanze delle sue origini e il suo passato, ci vuole ben poco ad esaurire le potenzialità del personaggio. Per cui la domanda ritorna: perché? Cosa c’è di interessante in un tizio che spruzza gas terrorizzante sulle persone e poi resta lì a guardarle tremare di paura?

Quello che è interessante, è il rapporto con Batman. Fin dai suoi esordi, infatti, l’uomo pipistrello ha fatto della paura la sua principale arma. La stessa scelta del suo animale totemico non fa riferimento a particolari abilità o poteri, ma non è altro che un richiamo ad un essere che per antonomasia è terrificante. Il suo scopo era quello di insinuare il terrore nell’animo dei criminali, non solo per indurli a commettere errori e per renderli più vulnerabili, ma soprattutto per far capire che da quel momento in poi nessuno di loro sarebbe più stato al sicuro a Gotham. Ecco perché lo Spaventapasseri è interessante: perché con la sua esasperazione della paura, porta Batman a indagare sulle sue stesse paure, e su come lui stesso possa apparire spaventoso non solo agli occhi dei criminali, ma anche della gente comune. Ecco in che cosa lo Spaventapasseri è stato maestro: nel restare in piedi a guardare. Tanto meno agisce lui, tanto più noi possiamo conoscere l’interiorità di Batman, e dei suoi comprimari qualora siano presenti. Una cosa che ben pochi altri personaggi sono stati in grado di fare. E tutto sommato, sembra che anche il personaggio stesso sia consapevole di questo suo ruolo, come quando, preso in giro dagli altri criminali rinchiusi nell’Arkham asylum, continua a ripetere ossessivamente a se stesso: “Io sono lo Spaventapasseri, il signore della paura!”.

mercoledì 23 aprile 2008

Il fascino del male - Il Pinguino

Non ci sarebbe bisogno della mia ripetizione, l’ha già scritto molto meglio di quanto potrei fare io Chuck Dixon nell’introduzione al volume relativo: la serie di nemici con i quali si è dovuto confrontare Batman in quasi settant’anni di storie è straordinaria. Il Joker, Due facce, Catwoman, lo Spaventapasseri... tutti personaggi molto particolari, bizzarri, folli, inconsueti. È strano, o meglio può sembrare strano, che uno come il Pinguino non sia stato dimenticato poco dopo la sua creazione,, come è successo ad altri. Ad essere onesti, alcuni motivi per farlo ci sarebbero stati. Oswald Cobblepot è un uomo comune, per niente affascinante ma neanche tanto brutto da suscitare sgomento. Non è molto forte, ma compensa la mancanza con l’agilità. Non ha tratti psicotici nella sua personalità ma non è certo uno stinco di santo. Non è ossessionato dal desiderio di uccidere Batman, anche se la cosa gli farebbe parecchio comodo. Si limita a studiare meticolosamente i suoi piani criminali per poi mandare degli scagnozzi ad attuarli. Raramente uccide, non per scrupolo morale ma per comodità, e sempre a scopo di rapina, dato che il furto di preziosi è la sua attività principale, anche se non disdegna il denaro in quanto tale. L’unica stranezza, se così si può chiamare, è la sua mania per i volatili, dei quali spesso si serve a scopo criminoso, e magari anche la bizzarra tendenza ad usare gli ombrelli come armi.

E quindi torniamo alla domanda: perché il Pinguino è ancora in giro? Perchè non è scomparso in uno degli spazi bianchi che separano una vignetta dall’altra? La spiegazione sta proprio in tutto quello che si è detto finora. Il Joker è l’irrazionalità per eccellenza, l’Enigmista è contorto e accattivante, Poison Ivy è incredibilmente sexy e ammaliatrice, lo Spaventapasseri è terrore puro... e il Pinguino è assolutamente... normale. La sua sanità mentale è una perla rara nella galleria di folli con i quali il cavaliere oscuro deve fare quotidianamente i conti. I suoi uccelli sono un mero mezzo per entrare in un museo e rubare un diamante, non una firma, un marchio di sfida che sottintende un desiderio di essere trovato, di scontrarsi con l’antagonista. L’unica cosa che gli interessa è il denaro, e solo per questo è dentro il giro della criminalità. Perché senza denaro, Oswald non è altro che un goffo e barcollante ometto senza nessun valore, ma con i suoi soldi si può circondare di bellissime donne, può permettersi cibi e bevande da re, può far parte, come losco ma influente uomo d’affari, se non dell’alta società, almeno degli ambienti malavitosi di più alto livello. Ecco perché il Pinguino cerca il più possibile di evitare di sporcarsi le mani. Il suo è più un lavoro di cervello: concepisce e mette a punto il piano che eseguiranno altri, mentre lui si gode la comodità di un alibi inattaccabile.

Intendiamoci, con questo non voglio dire che il Pinguino non abbia qualità criminali di alto livello. Magari non potrebbe vedersela con alcuni mostri sacri (mostri anche in senso letterale), ma regge perfettamente il confronto, in quanto a crudeltà e spregiudicatezza, con la maggior parte dei suoi ‘colleghi’. Ma allo stesso tempo la sua intelligenza ha mitigato l’ostinazione che altri invece non abbandonano, portandolo ad evitare quanto più è possibile lo scontro con Batman, arrivando a diventare il padrone dell’Iceberg Lunge, un nightclub e casinò quasi legale, anche se spesso funge da copertura per i suoi traffici.

In definitiva, quindi, la figura del Pinguino è quello che serve per valorizzare l’aspetto umano di Batman, che se quando deve affrontare mostri spietati e folli è costretto a tirare fuori tutte le tenebre che affollano la sua anima, contro il Pinguino può mettere a frutto la sua intelligenza e le sue capacità deduttive. È per questo che il Pinguino torna sempre: per dimostrare che nessuno può impedire ad un uccello di volare, anche se non ha le ali.

giovedì 10 aprile 2008

Il fascino del male - Due facce

Anche stavolta sono alle prese con uno dei geni del male di Gotham city, uno degli avversari storici di Batman, che da più di sessant’anni ha ispirato, e ancora oggi continua a ispirare, sceneggiatori e disegnatori a cimentarsi con le sue gesta. Per Due facce potrebbe valere un discorso per certi versi opposto a quello che ho fatto per il Joker. Due facce non ha nulla di misterioso, non ha nulla di imprevedibile, e anche se nel corso degli anni nelle sue storie è emerso un qualche elemento innovativo, non ha certo quella duttilità che va riconosciuta al pagliaccio del crimine.

Le sue origini sono chiarissime, e note a tutti. Harvey Dent (in principio era Kent, ma il nome fu cambiato per non fare confusione con il più nobile Superman) è il procuratore distrettuale di Gotham, uno dei più brillanti e combattivi che la città abbia conosciuto. Nel bel mezzo di un’udienza, un boss della malavita gli rovescia addosso una boccetta di acido. Batman, presente nell’aula, tenta di deviare il getto, ma questo colpisce Harvey sulla metà sinistra del volto, deturpandolo irrimediabilmente. Questo trauma fa emergere dalla sua psiche una seconda personalità, contorta e malvagia, che si dedicherà da allora al crimine e all’annientamento di Batman, che ritiene responsabile delle sue condizioni.

Fa così il suo ingresso nel mondo della letteratura disegnata un protagonista storico di quella scritta, il binomio Jekyll/Hyde di Robert Luis Stevenson. Due facce non è affatto una banalizzazione del complesso personaggio del romanziere inglese, anzi è forse arricchito di elementi nuovi, che però non lasciano spazio alle sorprese, ma sono, per così dire, perfettamente comprensibili. Se ad esempio stupisce e sconcerta che il più grande rammarico del Joker sia stato non aver ucciso di persona Stephanie Brown nei panni del nuovo Robin, non stupisce il fatto che alla base delle turbe psichiche di Harvey Dent ci sia una storia di violenze inflittegli dal padre alcolizzato, che in preda alla furia lo riempiva di botte, per poi tornare a scusarsi nei rari momenti di lucidità. Né tanto meno stupisce che la sua ossessione per la giustizia, scaturita per reazione alla sua infanzia, lo portasse spesso a pensare, quando era procuratore, che potesse essere giusto in certe occasioni passare dalle vie legali alle vie di fatto. Sotto questo aspetto, Due facce può essere considerato tutto quello che Batman è riuscito a non essere. Mentre Harvey Dent reagisce alla violenza subita ammettendo l’uso dell’omicidio come strumento di giustizia, Bruce Wayne è riuscito, anche se spesso a stento, a non superare quella pericolosa linea di confine.

Come dicevo, in questi aspetti del criminale non c’è gran che di imprevedibile. L’aspetto sicuramente più interessante è quello della moneta. Due facce ha sempre con sé un dollaro d’argento con due teste, una buona e l’altra sfregiata, in cui si identifica. Ogni volta che deve prendere una decisione, lancia la moneta: testa buona agisce seguendo un certo principio morale, testa cattiva si dedica al male fine a se stesso. Questo non vuol dire che se esce il lato buono non commetterà un crimine, ma solo che ne devolverà il ricavato in beneficenza, o che sarà commesso di giorno invece che di notte, o che si consegnerà subito dopo alla polizia. Come succede per esempio alla festa di pensionamento del commissario Gordon, in cui prende in ostaggio una donna, poi va dal vecchio Jim e lancia la moneta: se uscirà la testa buona ne tesserà le lodi ricordando i tempi in cui lavoravano insieme per la giustizia, se esce la testa cattiva lo ucciderà, per far sì che il suo sia un addio definitivo. Esce testa buona. E Harvey Dent, con estrema naturalezza, come se davvero quella parte malvagia venisse messa a tacere, consegna l’arma che ha in mano, si avvicina al microfono e riserva all’amico Jim parole lusinghiere, ma soprattutto pronunciate con estrema sincerità.

Ma il lato malvagio non è solo un parassita di Harvey, o un essere parallelo. Molto spesso è una risorsa, in desiderio. Al punto che in più occasioni, quando gli serve quel suo lato oscuro, la sua determinazione, la sua violenza, arriva a sfregiarsi la faccia da se stesso, incurante degli sforzi che aveva fatto per guarire le sue ferite fisiche e mentali. Perché gli servono la freddezza e la forza. Gli serve il male. E sa benissimo che l’unica cosa che potrà fare dopo è aspettare che Batman lo trovi e venga a prenderlo, per riportarlo ad Arkham, insieme agli altri folli.

mercoledì 26 marzo 2008

Il fascino del male - Il Joker

Nel mondo dei fumetti è il nemico per antonomasia, la manifestazione di tutto ciò che di malvagio si annida nella natura umana. È l’assassino che uccide divertendosi, che commette una strage solo per sperimentare una sostanza, che va sulla sedia elettrica col sorriso sulle labbra e poi impazzisce quando gli dicono che non ci saranno le telecamere per trasmettere la sua morte. Insomma: è il Joker.

Il Joker è un personaggio che la fa da padrone sulle storie di Batman fin dai tempi della sua creazione da parte di Bill Finger e Bob Kane ormai più di sessant’anni fa. E se è riuscito a farsi largo tra la miriade di personaggi malvagi che affollano le pagine delle storie dedicate al cavaliere oscuro, un motivo deve pur esserci. Senza nulla togliere a personaggi come Killer Croc, Faccia d’argilla, Catwoman, Poison Ivy e via dicendo, il Joker è tutta un’altra storia. Nessuno sa chi sia realmente, né l’esatta sequenza degli eventi che lo hanno trasformato nel criminale psicopatico che è. L’ipotesi più accreditata è che sia finito dentro ad una cisterna contenente una sostanza tossica che gli ha sbiancato la pelle, reso verdi i capelli, e deformato la faccia nel ghigno mefistofelico di cui ha fatto il suo biglietto da visita. Oltre, ovviamente, ad averlo reso completamente folle.
Nel corso di tanti anni di storie, il Joker ne ha fatte di cotte e di crude, passando da semplice criminale di alto livello, a terrorista senza scrupoli, a cervellotico inventore di piani criminali messi a punto al solo scopo di mettere alla prova il suo arcinemico Batman. Ma niente di tutto questo lo renderebbe diverso da altri malviventi. Per distinguersi veramente in una città corrotta come Gotham city, bisogna fare di meglio, bisogna colpire direttamente il suo difensore, l’unico che pur di fermare i criminali ha rinunciato alla sua vita per vestire un manto di terrore. Ed ecco due eventi fondamentali della vita del cavaliere oscuro, e della sua lotta contro il crimine, che vedono nel Joker il loro artefice: l’attentato a Barbara Gordon, la prima Batgirl e figlia del commissario omonimo, nel quale lei perderà l’uso delle gambe (“The killing Joke”), e l’omicidio efferato di Jason Todd, il secondo Robin (“Morte in famiglia”). Soprattutto quest’ultimo è un evento che getterà Batman in una profonda crisi, perché rappresenta il vero e unico fallimento dell’uomo pipistrello. La cosa sconvolgente è che queste azioni vengono vissute dal Joker come momenti di profonda esaltazione, quasi che, in preda ad una sorta di estasi mistica, si renda conto che l’unico scopo della sua esistenza sia riempire di sofferenza la vita di Batman. Paradigmatica in questo senso, è una sequenza della storia “Crimine di guerra”, in cui il criminale Maschera nera tortura e uccide Stephanie Brown, che di sua iniziativa aveva vestito i panni di Robin dopo l’abbandono di Tim Drake. Nella sequenza di cui parlo, il Joker scova Maschera nera e si accanisce contro di lui, e questo è il loro scambio di battute:


[Maschera nera]: Allora volevi solo me, Joker?
[Joker]: Proprio così!
[Maschera nera]: Perché?
[Joker]: Perché mi hai soffiato il lavoro, stupido.
[Maschera nera]: E da quando comandare la malavita di Gotham è...
[Joker]: No, non quel lavoro.
[Maschera nera]: Sei geloso perché sto distruggendo la vita di Batman? Che sfigato.
[Joker]: Oh, mascherina, mascherina nera... Si sa che tra tutti i lavori del mondo, quello che preferisco è uccidere Robin! Mi hai rovinato la vita quando hai ucciso Stephanie Brown... la più dolce, piccola Robin in cui potessi mai sperare! Non sapevi che quel lavoro è mio? E ora, per colpa tua, anche se ucciderò tantissimi Robin in futuro, me ne sarà sempre sfuggito uno.

Bastano queste poche battute per capire in quale dimensione disturbata viva questo individuo, e come sia del tutto separato dalla quotidiana vita criminale degli altri personaggi. Non è il desiderio di denaro, o di potere, o di vendetta, quello che lo spinge a compiere le sue azioni, ma il semplice, puro, genuino desiderio del male fine a se stesso. È questa logica e razionale coscienza della propria malvagità che rende il Joker il personaggio più affascinante tra quelli scelti per rappresentare il male. Il Joker non è un semplice nemico: è il nemico.