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sabato 2 luglio 2011

La realtà


È da tanto che volevo scrivere qualcosa di questo tipo, ma chissà perché non c’è mai stata l’occasione. Ultimamente, mi è capitato più di una volta di scrivere durante i turni di guardia di notte in ospedale, e in effetti l’atmosfera concilia la scrittura. E poi, per parlare di questo argomento, non ci può essere contesto migliore. Anche se mi sforzo, difficilmente riesco a pensare a un personaggio complesso come quello di cui vorrei scrivere stasera. E mi rendo anche conto che, ad una occhiata superficiale, può invece sembrare estremamente banale. Mi riferisco a John Dorian, JD, il protagonista principale di “Scrubs”. Una serie che ho imparato ad apprezzare nel corso delle diverse stagioni, della quale ho scoperto molte sfaccettature e ho trovato molti riscontri nella vita reale e nel mio lavoro. Pochi autori di serie televisive hanno saputo rappresentare la vita ospedaliera in maniera realistica come quelli di Scrubs. Per quanti non lo sapessero, il mondo degli ospedali veri non è certo quello di House o Grey’s anatomy. Non abbiamo stanze che sembrano suite d’albergo a cinque stelle, né decine di persone che lavorano per ogni singolo paziente, né la possibilità di fare tutto subito e nello stesso posto. Al contrario, la vita ospedaliera è fatta di compromessi, di nervosismo, di buona volontà, di sostegno reciproco, di conflitti, di fallimenti, di attriti, di collaborazione. Muoversi in questo contesto è una cosa difficile da imparare, ci vuole molta pazienza, spirito di sacrificio, capacità di adattamento, e bisogna aver sviluppato un buon apparato di meccanismi di difesa.

È proprio per questo che JD è reale, molto più di altri personaggi medici che si vedono sugli schermi. Le battute stupide, i pensieri surreali nel bel mezzo di una frase, fare cose assurde sia al lavoro che nel tempo libero... non sono paradossi fatti solo per suscitare la comicità. Sono quello che ci permette di sopravvivere. Tutti noi, chi più chi meno, a qualsiasi livello di responsabilità e di ruolo, in ospedale ironizziamo su tutto. Dai cognomi assurdi dei pazienti, ai loro comportamenti strani, alle domande assurde. Ci prendiamo in giro tra di noi, ci immaginiamo scenari assurdi, ci stupiamo di quelli reali che sembrano ancora più assurdi. La signora con l’ictus che fa il verso del cane e quella del letto accanto che si mette a gridare come una pazza perché ha paura dei cani... Il paziente che quando gli fai la percussione del torace ti dice “avanti” convinto che stiano bussando alla porta. Sembrano cose da Scrubs, vero? Eppure vi assicuro che sono accadute a me!

- Signor XX, ma che si sente?
- Mi sientu curiusu!

Paziente con demenza: - Allora oggi mi mandate a casa?
Medici: - No, signora, perché domani dobbiamo fare un esame di controllo.
Paziente con demenza: - Ah, va bene.
(Tre secondi netti di intervallo)
Paziente con demenza prende la vestaglia e apre la porta.
Medici: - Signora, ma dove sta andando?
Paziente con demenza: - Ovviamente a casa!

Ma dall’altro lato c’è la grande umanità di JD che lo rende reale. Una persona e non un personaggio, uno che si appassiona ai pazienti, alla loro vita, che li assiste mentre li cura, che si arrabbia se qualcosa va male. E uno per cui gli amici vengono sempre al primo posto. Anche nei contrasti, nelle incomprensioni, negli scontri che possono capitare tra colleghi, se una persona è tuo amico ci si ritrova sempre. Magari con una semplice battuta.

- Scusami, amico, non volevo sembrare un idiota.
- Rilassati, JD... tu sei idiota!

lunedì 16 maggio 2011

Scrivo

Poco fa ero affacciato alla finestra e guardavo l’ingresso del Pronto Soccorso. È strano come i pensieri ti raggiungano quando non te li aspetti. È notte, sono di guardia in ospedale, tutto tranquillo, ho fatto il giro, controllato i malati, nessuna emergenza. Ripasso qualcosa, poi magari mi metto a leggere. E invece, guardando un’ambulanza entrare con la luce lampeggiante, mi vengono un mare di pensieri in testa. Ricordi del passato, ricordi di un futuro che ancora non si è verificato, ricordi di un futuro che forse, anzi quasi sicuramente, non si verificherà mai. Che diavolo significano queste cose? Parole in disordine senza nessun nesso logico? Ricordare il futuro? Forse sono i miei neuroni svegli dalle 5.30 di mattina, che hanno sostenuto la tensione degli esami di profitto del primo anno di specializzazione, e che dovranno affrontare una notte in ospedale, e poi una mattina, e poi un pomeriggio? Guardo uno schermo, ci sono delle facce. Vedo una donna con la pancia, congratulazioni. Vedo una ragazza con la chitarra, mi fa piacere. Non vedo l’unica cosa che vorrei vedere. Ricordi di quando ero più piccolo. C’erano tante cose in meno, in me, a quel tempo. Ho fatto passi avanti. Ho corso, ho girato angoli, ho salito scale, ho superato ostacoli, sono caduto, mi sono ferito. Ma questa è l’unica cosa che continuo a sentire, che continua a capitare, che continuo a provare, che continuo a incontrare. Che continua. Sono un medico, curo le ferite. Sono bravo. Non è presunzione, e non c’è falsa modestia. Sono bravo. So quello che so fare, so quello che devo fare, so che non posso non farlo, e lo faccio. E lo so fare. Allora perché l’unica altra cosa che mi manca non riesco a farla? Ho imparato a infilare aghi praticamente in ogni vaso sanguigno del corpo umano, ho imparato a prelevare roba praticamente da ogni cavità, e l’ho imparato da solo, guardando, ascoltando, toccando, rubando, provando. Se tremavo dentro, fuori ero di pietra. Ho guardato negli occhi persone alle quali ho detto che sarebbero morte, ho affrontato la paura, la disperazione e l’odio dei familiari. Non mi sono mai tirato indietro di fronte a queste cose. E poi, mi ritrovo a scrivere una mail, anzi un allegato ad una mail, che forse rimarrà senza risposta. Ho la terribile sensazione di stare scappando. Odio scappare. E odio non capire perché scappo. Anche se forse non sto proprio scappando. Semplicemente, questa cosa non sono ancora bravo a farla. Guardo due occhi azzurri ai quali ho cercato di dare, di trasmettere qualcosa, quello che so. Trasmetti ciò che imparato hai. Ho trasmesso quello che non c’è nei libri, quello che ho imparato con il mio sacrificio, con il mio impegno, con la mia passione. Ho cercato di trasmettere il sacrificio, l’impegno, la passione, a quegli occhi azzurri. E poi scrivo.

mercoledì 16 marzo 2011

Giù in fondo e ritorno

Silvertown è un distretto industriale a est di Londra. Deve il suo nome a Samuel Winkworth Silver che aprì qui le sue industrie della gomma nel 1852. Oggi invece sono presenti le fabbriche della Tate & Lyle, industria petrolchimica. Questo distretto è stato investito da un forte degrado nella prima metà del '900. Nel 1917 ci fu anche la tragedia della Silvertown explosion: una esplosione di TNT che uccise 73 persone. E' ancora oggi una delle più violente esplosioni avvenute su suolo britannico. Negli anni '40 Silvertown fu pesantemente danneggiato dai bombardamenti tedeschi. A partire dagli anni '70 il distretto è stato in parte riqualificato con l'apertura del London city airport, nuovi edifici abitativi e qualche parco. Il testo di Mark Knopfler racconta proprio l'ultimo periodo vissuto da Silvertown prima della riqualifica. Ad esempio la frase "New circle of cranes and new reason to be here" descrive proprio i cantieri all'inizio degli anni Settanta. Blackwall è un altro distretto nella East End londinese. Da quel che ho capito guardando la cartina di Londra, Blackwall e Silvertown sono seprati dal Tamigi e collegati dal Blackwall Bridge.
















Silvertown blues

On Silvertown way, the cranes stand high
Quiet and grey against the still of the sky
They won't quit and lay down though the action has died
They watch the new game in town on the Blackwall side

From the poisinous drains a vision appear
New circle of cranes and new reason to be here
The big silverdome raising up into the dawn
Above the church and the homes were all the silver is gone gone gone

If I'd a bucket of gold
What would I do
Leave the story untold
Silvertown blues

I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

A silver dawn steals over the dust
A truck with no weels upon cinder blocks
Men with no dreams around the fire in the docks
Scrap metal sceams are rusting over the night night night nitgh

If I'd a bucket of gold
Silver would do
Leave the story untold
Silvertown blues

And I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

When you're standing on thin and dangerous ice
You could knock and walk in for citizens advice
Tell you the way you can turn, the way you can learn
There's nothing they can tell me I don't allready know

If I'd a bucket of gold
Silver would do
Leave the story untold
Silvertown blues

And I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

From the Canning Town train I saw a bill board high
There's a big silverplane raising up into the sky
I can make out the words seven flights every day
Say's six of those birds are bound for JFK

If I'd a bucket of gold
Silver would do
Leave the story untold
Silvertown blues

And I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown
Going down slivertown, down in silvertown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

Down in silvertown
Down in silvertown
Down in silvertown






















A Silvertown le gru rimangono in piedi
Immobili e grigie, rompono la monotonia del cielo
Non vengono rimosse, smontate, anche se l’azione è da un’altra parte
Guardano la partita che si sta giocando a Blackwall

Dagli scarichi velenosi appare una visione
Un nuovo complesso di gru, un motivo per rimanere qui
Una cupola argentea che si erge nell’alba
Sopra la chiesa e le case in cui l’argento non c’è più

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown

Un alba metallica ricopre pian piano i moli
Un camion senza ruote, messo su dei mattoni
Uomini senza sogni intorno a un fuoco in un barile
Resti metallici arrugginiscono durante la notte

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown

Quando ti trovi su del ghiaccio sottile e pericoloso
Puoi sempre bussare e chiedere aiuto a un passante
Loro ti dirano dove puoi svoltare, dove puoi andare
Ma non c’è niente che possano dirmi, che già non so

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown

Dal Canning train vedo un grosso cartello
C’è un aereo che sale in cielo
E a malapena riesco a dire ‘sette voli al giorno’
Si dice che sei di questi aerei vadano al JFK

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown


venerdì 10 settembre 2010

The Lady and the Reaper

Nel mio lavoro capita di aver a che fare con questa entità, che nell’immaginario comune è associata a quanto di peggio possa esistere. Devo dire che questo mi rammarica un po’, perché mi rendo conto che ancora oggi, con tutta la nostra evoluzione e il nostro progresso, non riusciamo a scostarci da idee radicate nelle zone più profonde della nostra mente. Ancora oggi, non ho mai avuto occasione di sentire qualcuno che parli di una ‘bella morte’. Con sottile ironia e con una impostazione francamente parodistica, questo cortometraggio di matrice spagnola a mio giudizio si propone proprio questo: rivalutare l’idea di questa entità dalla quale tutti fuggiamo, e familiarizzare con il concetto che dovremmo preoccuparci di vivere e morire bene, piuttosto che semplicemente di allungare la sopravvivenza.

mercoledì 23 dicembre 2009

The best is yet to come - Original main theme of Metal Gear Solid Twin Snakes














Versione gaelica

An cuimhin leat an grá
Crá croí an ghrá
Níl anois ach ceol na h-oíche
Táim sioraí i ngrá
Leannáin le smál
Leannáin le smál
Lig leis agus beidh leat
Lig leis agus beidh grá

Cuimhne leat an t-am
Nuair a bhí tú sásta
An cuimhne leat an t-am
Nuair a bhí tú ag gáire

Tá an saol iontach
Má chreideann tú ann
Tug aghaidi ar an
saol is sonas sioraí inár measc

Céard a tharla do na laethanta sin
Céard a tharla do na h-oícheanta sin
An cuimhin leat an t-am
Nuair a bhí tú faol bhrón

An cuimhin leat an t-am
Go sioraí sileadh na ndeor an ormsa nó orainne a bhí an locht

Ag mothú caiite s'ar fán
Cén fáth an t-achrann is sileadh na ndeor
Tá áilleacht sa saol
Má chuardaíonn tú e
Tá gliondar sa saol
Cuardaimís e...



















Traduzione inglese

Do you remember the time when little things made you happy
Do you remember the time when simple things made you smile
Life can be wonderful if you let it be
Life can be simple if you try
What happened to those days?
What happened to those nights?
Do you remember the time when little things made you so sad
Do you remember the time when simple things made you cry
Is it just me, or is it just us
Feeling lost in this world?
Why do we have to hurt each other?
Why do we have to shed tears?
Life can be beautiful if you try
Life can be joyful if we try
Tell me I am not alone
Tell me we are not alone in this world fighting against the wind
Do you remember the time when simple things made you happy
Do you remember the time when simple things made you laugh
You know life can be simple
You know life is simple
Because the best thing in life is yet to come
Because the best is yet to come...


















Traduzione italiana

Ti ricordi il tempo in cui piccole cose ti rendevano felici?
Ti ricordi il tempo in cui le piccole cose di facevano sorridere?
La vita può essere meravigliosa se lasci che lo sia
La vità può essere semplice se ci provi
Cos'è successo a quei giorni?
Cos'è successo a quelle notti?
Ti ricordi il tempo in cui quelle piccole cose ti rendevano triste?
Ti ricordi il tempo in cui quelle piccole cose ti facevano piangere?
È proprio come me, o è proprio come noi
sentendoci persi in questo mondo?
Perchè dobbiamo ferirci ancora?
Perchè dobbiamo versare altre lacrime?
La vita può essere meravigliosa se ci provi
La vita può essere gioiosa se ci proviamo
Dimmi che non sono solo
Dimmi che non siamo soli che combattiamo contro il vento in questo mondo
Ti ricordi il tempo in cui le cose ti rendevano felice?
Ti ricordi il tempo in cui le cose ti facevano ridere?
Sai che la vita può essere semplice
Sai che la vità è semplice
Perchè le cose migliori della vita devono ancora venire
Perchè il meglio deve ancora venire...






lunedì 23 novembre 2009

The wrong hole

Me l’ha fatto vedere un amico passandomi il link qualche giorno fa, ma poi, cercando sul web ho visto che è già parecchio tempo che circola. All’inizio mi sono limitato a farmi un sacco di risate, apprezzando l’inventiva e il gusto per il paradosso e i contrasti di cui questi cinque minuti di video sono pieni. Tuttavia, riguardandolo un altro paio di volte, mi sono accorto che gli si può dare anche una motivazione relativamente seria. Con questo non voglio dire che bisogna fare sofismi e dietrologie su tutto quello che si sente e si ascolta, e magari gli autori del video avevano solo voglia di farsi e di far fare due risate a quelli che l’avrebbero visto. Comunque, una morale gli si può trovare, ed è per questo che ho voluto pubblicare questo video in un post.

“The wrong hole” è la storia di un ragazzo comune, sicuramente non uno di quelli che potrebbero fare un film sui vampiri o su una scuola di musica, che ha un appuntamento con una ragazza bellissima. Ci esce a cena, tornano a casa di lei, e tutto va come previsto. Tutto, tranne una cosa, quella che dà il titolo al video. Così, il ragazzo cerca in tutti i modi di scusarsi, si dispera e cerca di trovare un modo per riparare all’errore, ma lei sembra non volerne sapere. Infine, mentre si trova, solo e malinconico, seduto in spiaggia a fissare il mare, lei torna, e tutto finisce per il meglio.

Volendoci trovare una morale, credo che sia una cosa che capita spesso nei rapporti con una persona. Per uno sbaglio, una distrazione, si può rischiare di rovinare tutto quello che si è cercato di costruire con tanti sacrifici e tanta pazienza. Ma proprio perché si tratta di una piccolezza, bisognerebbe imparare a passarci sopra con più serenità di quanto nella realtà non avvenga, visto che è facile essere pronti a puntare il dito e giudicare, mentre è molto più difficile capire. Anche chi non ha sbagliato può fare il primo passo sulla strada del ricongiungimento, e questo non lo rende più stupido o più debole, anzi. Ci vuole molta più forza a perdonare che ad odiare.


mercoledì 23 settembre 2009

Metti in circolo il tuo amore


Nessuna vergogna, nessun rimpianto a comunicare i propri sentimenti, quello che si prova in particolari momenti, anche se può sembrare banale. Difficile per quanto possa sembrare, in realtà lo è solo nella nostra testa, quando pensiamo di sbagliare ogni cosa che facciamo, di essere giudicati in ogni parola o gesto. Per questo, teniamo le cose in un angolo buio, stando il più attenti possibile che non escano. E invece è meglio quando vengono fuori e cominciano a circolare. Nessuno ha sfere di cristallo per predire il futuro, e il manuale di istruzioni ha poche pagine ed è scritto male, non dice quali procedure usare se ci si trova in difficoltà. Ma non sapere come si fa una cosa non deve diventare un ostacolo a farla. È vero che chi non fa non sbaglia, ma neanche impara. E le cose non sono mai come ce le immaginiamo, altrimenti sarebbe anche una noia. La sorpresa e l’imprevisto rendono interessante vivere, e soprattutto vivere insieme.


Metti in circolo il tuo amore

Hai cercato di capire
e non hai capito ancora
se di capire si finisce mai.
Hai provato a far capire
con tutta la tua voce
anche solo un pezzo di quello che sei.
Con la rabbia ci si nasce
o ci si diventa
tu che sei un esperto non lo sai.
Perché quello che ti spacca
e ti fa fuori dentro
forse parte proprio da chi sei.

Metti in circolo il tuo amore
come quando dici “perché no?”
Metti in circolo il tuo amore
come quando ammetti “non lo so”
come quando dici “perché no?”

Quante vite non capisci
e quindi non sopporti
perché ti sembra non capiscan te.
Quanti generi di pesci
e di correnti forti
perché 'sto mare sia come vuoi te.

Metti in circolo il tuo amore
come fai con una novità
Metti in circolo il tuo amore
come quando dici si vedrà
come fai con una novità

E ti sei opposto all'onda
ed è li che hai capito
che più ti opponi e più ti tira giù.
E ti senti ad una festa
per cui non hai l'invito
per cui gli inviti adesso falli tu.

Metti in circolo il tuo amore
come quando dici “perché no?”
Metti in circolo il tuo amore
come quando ammetti “non lo so”
come quando dici perché no.

martedì 8 settembre 2009

Un giorno così


A volte capitano. Di solito, quando meno te li aspetti. Quando si attraversano periodi pesanti, in cui ti sembra che le cose vadano sempre male, o comunque non vadano come tu speravi. Quando ti trovi la sera in una stanza a farti domande a cui non riesci a trovare risposte, o peggio ancora quando le risposte le conosci benissimo, ma vorresti che fossero diverse. Quando ti manca quel qualcosa che non vuoi ammettere che ti manca, per orgoglio o per cercare di sfuggire a quella mancanza ignorandola.

Proprio in questi momenti, capitano i giorni speciali, che in fondo di speciale non hanno proprio niente, rispetto a tutti gli altri. In fondo, di spiagge, palloni, villette di campagna e tavoli da ping pong ne hai visti tanti, non c’è niente di nuovo. Ma è proprio questa banalità, queste ‘cose normali’ che, vissute con lo spirito giusto, rendono il giorno speciale. E un giorno così cancella tanti periodi brutti, te li fa scordare, e non solo ti fa sperare nel futuro, ma ti rende anche felice del presente che stai vivendo. Sono le persone che rendono speciali i luoghi e gli oggetti. Quando c’è quella persona che vuoi guardare, guardare diventa la cosa più bella cui riesci a pensare.


Un giorno così – 883

Scorre piano la statale 526,
passa posti che io mai e poi mai
avrei pensato fossero così,
ancora come quando qui
il cinquantino mi portava via dai guai.
Invece di svoltare a scuola
andava giù alla ferrovia,
due minuti di paura,
poi pronti via.

La mia moto scorre piano sulla 526,
attraversa dei profumi che poi
un metro dopo non li senti,
io respiro e mando giù
prima di perderli che non si sa mai.
Da lontano un’altra moto
sta venendo verso me,
alza il braccio, fa un saluto,
che bello è,
mi fa sentire che

basta un giorno così
a cancellare centoventi giorni stronzi e
basta un giorno così
a cacciarmi via tutti gli sbattimenti che
ogni giorni sembran sempre di più,
ogni giorno fan paura di più,
ogni giorno per non adesso, adesso, adesso
che c’è un giorno così.

La mia moto scorre piano piano fino in città,
il sole tra non molto tramonterà,
mi fermo al rosso del semaforo
che mi dà tempo ancora un po’
prima che la moto torni al suo garage.
Il bambino su quell’auto
guarda indietro e vede me,
alza il braccio, fa un saluto,
che bello è,
mi fa sentire che

basta un giorno così
a cancellare centoventi giorni stronzi e
basta un giorno così
a cacciarmi via tutti gli sbattimenti che
ogni giorni sembran sempre di più,
ogni giorno fan paura di più,
ogni giorno per non adesso, adesso, adesso
che c’è un giorno così.


giovedì 27 agosto 2009

L'assenza

Quando quel qualcosa che conosci e che ti rende felice si allontana, ti manca. Ti manca al punto che ogni pensiero libero è per quella persona, ogni volta che guardi un punto indefinito pensi a lei, ogni volta che vai a dormire muovi il braccio nel posto accanto e pensi a quella mano che hai stretto, a quel profumo che hai sentito, a quella pelle che hai baciato. Vederla girarsi verso di te e sorridere ad ogni sguardo, sentirla accompagnare i tuoi gesti con i suoi, sentire quel corpo vicino al tuo ti fa desiderare che il tempo si fermi. E quando il tempo riparte, vale a poco sapere che pochi giorni dopo la rivedrai. Quello che ti manca è il qui e l’adesso. Vorresti guardarla e dirle che c’è un solo posto dove puoi stare, e quel posto è ovunque accanto a lei. Quando non senti più nessun odore, quello è l’odore della solitudine. E aspettare significa camminare con passi lenti, verso quel qualcosa che ormai sai che arriverà, ma proprio per questo ti sembra sempre un po’ troppo lontano. Ma in questa lentezza, in questo alone di tristezza, c’è la possibilità di essere felici. Perché non tutti hanno l’occasione di essere tristi perché la persona che amano è distante, alcuni possono solo essere tristi perché non hanno nessuna persona da amare. Ho provato questa seconda tristezza per molto tempo, e ora ho la fortuna di provare la prima. Per questa tristezza, questa malinconia, questa assenza che mi fai provare, ti ringrazio.






















L’assenza – Fiorella Mannoia

Sarai distante o sarai vicino,
sarai più vecchio o più ragazzino,
sarai contento o proverai dolore,
starai più al freddo o starai più al sole.

Conosco un posto dove puoi tornare,
conosco un cuore dove attraccare.

Se chiamo forte potrai sentire,
se credi agli occhi potrai vedere,
c’è un desiderio da attraversare,
e un magro sogno da decifrare.

Conosco un posto dove puoi tornare,
conosco un cuore dove attraccare.

Conosco un posto dove puoi tornare,
conosco un cuore dove puoi stare.

Piovono petali di girasole
sulla ferocia dell’assenza,
la solitudine non ha odore,
ed il coraggio è un’antica danza.
Tu segui i passi di questo aspettare,
tu segui il senso del tuo cercare.

Conosco un posto dove puoi tornare,
conosco un cuore dove puoi stare.



lunedì 17 agosto 2009

Nient'altro che noi


Chi segue questo blog da un po’ sa bene che non sono nuovo a post mooolto lunghi. Quando un argomento mi piace, ne parlo. Però ci sono cose di cui è troppo difficile parlare, delle sensazioni che le parole difficilmente possono esprimere. In questo periodo della mia vita mi sta capitando proprio questo. Mi trovo a provare sentimenti così belli che difficilmente potrei parlarne. Come si fa a descrivere quello che si prova a stare accanto alla persona che desideri, a guardarla, a stringerla. Queste cose si possono solo provare, non raccontare. E credo che tutti, almeno una volta nella vita, abbiano il diritto di provare quello che sto provando io adesso. Per darvi un’idea di quello che sento, mi affido alle parole della canzone, che già dal titolo esprime un concetto basilare dello stare insieme: non ti serve nient’altro. Quando sei con quella persona, tutto il resto è solo un contorno, un’aggiunta. Piacevole, certo, a volte emozionante. Ma senza tutto il resto non cambierebbe niente in quelle due persone, mentre senza l’altro tutto il resto non conta più niente.



Nient’altro che noi – 883

Potrei stare ore e ore qui ad accarezzare
la tua bocca ed i tuoi zigomi, senza mai parlare,
senza ascoltare altro, nient’altro che il tuo respiro crescere,
senza sentire altro che noi, nient’altro che noi.

Potrei stare fermo immobile, solo con te addosso,
a guardare le tue palpebre chiudersi a ogni passo
della mia mano lenta che scivola sulla tua pelle umida,
senza sentire altro che noi, nient’altro che noi.

Non c’è niente al mondo che valga un secondo
vissuto accanto a te, che valga un gesto tuo, un tuo movimento.
Perché niente al mondo mi ha mai dato tanto
da emozionarmi come quando siamo noi, nient’altro che noi.

Potrei perdermi guardandoti mentre stai dormendo,
col tuo corpo che, muovendosi, sembra stia cercando
anche nel sonno di avvicinarsi a me, quasi fosse impossibile
per te sentire altro che noi, nient’altro che noi.

Non c’è niente al mondo che valga un secondo
vissuto accanto a te, che valga un gesto tuo, un tuo movimento.
Perché niente al mondo mi ha mai dato tanto
da emozionarmi come quando siamo noi, nient’altro che noi.

Non c’è niente al mondo che valga un secondo
vissuto accanto a te, che valga un gesto tuo, un tuo movimento.
Perché niente al mondo mi ha mai dato tanto
da emozionarmi come quando siamo noi, nient’altro che noi.


sabato 11 luglio 2009

"...come il sole ad Est..."


È una storia, sai,
vera più che mai,
solo amici e poi
uno dice un ‘noi’
tutto cambia già.

È una realtà
che spaventa un po’,
una poesia
piena di perché
e di verità.

Ti sorprenderà
come il sole ad Est,
quando sale su
e spalanca il blu
dell’immensità.

Stessa melodia,
nuova armonia,
semplice magia
che ti cambierà,
ti riscalderà.

Quando sembra che
non succeda più,
ti riporta via,
come la marea,
la felicità.

Ti riporta via,
come la marea,
la felicità.

mercoledì 8 luglio 2009

Nico Robin!


Non posso certo definirlo inaspettato. Conoscendola, sapevo che avrebbe portato qualcosa ad ognuno di noi, tornando dal viaggio. Il modo giusto di definirlo è sorprendente. Nel senso che mi ha davvero sorpreso che si sia ricordata che è uno dei personaggi che preferisco di un certo fumetto, di cui avevamo parlato. Forse, le parole arrivano più in fondo di quanto si pensi. Non avevo dubbi che mi avrebbe regalato qualcosa. Qualunque cosa fosse stato, mi avrebbe fatto piacere. Che mi abbia regalato questo, mi ha reso felice, e tutto quello che posso dire, per questa felicità, è grazie.

giovedì 25 giugno 2009

Gli sguardi degli altri

Apparire è da sempre stata una componente fondamentale dell’essere. Nella letteratura prima, e in tutte le arti da essa derivate poi, come il teatro, il cinema e tante altre, il concetto del soggetto osservato è sempre stato un tema centrale. Basti pensare a quanto antico sia il manufatto che noi chiamiamo maschera. Nelle civiltà precolombiane, nelle tribù africane, nell’antico Egitto, la maschera ha sempre fatto parte della ritualità. Un oggetto che come unico scopo aveva quello di coprire ciò che realmente è per rivelare quello che deve essere mostrato. Venendo a giorni più vicini ai nostri, non si può non pensare a Pirandello, che della dissociazione tra soggetto osservante e soggetto osservato ha fatto uno dei suoi capisaldi. Da “Così è (se vi pare)” a “Uno, nessuno, centomila”, gran parte della sua opera è scandita dal concetto di fondo che non siamo ciò che siamo ma ciò che gli altri vedono di noi.

In questo post volevo soffermarmi sul fatto che, in tempi più recenti, un regista giapponese ha creato un’opera che non ha nulla da invidiare a quelle del drammaturgo agrigentino. Hideaki Anno nel suo “Neon Genesis Evangelion” ci ha messo dentro tutta la molteplicità e complessità dell’essere umano, e questo aspetto è uno dei motivi più importanti di tutta l’opera. Ma bastano i pochi minuti conclusivi per comprendere il messaggio grandioso che il regista ha trasmesso. L’angoscia di un ragazzo che incarna l’intero concetto di essere umano va in scena sul palcoscenico della realtà, ma una realtà che lui stesso ha plasmato a immagine e somiglianza del suo animo. Sono proprio le voci delle persone che gli stanno intorno ad aprire delle brecce in questa realtà, che una volta raggiunta la consapevolezza, si infrange e sgretola come vetro sotto i colpi di un martello. E sul sottofondo di “The heady feeling of freedom”, il ragazzo capisce che a renderci ciò che siamo non sono le opinioni degli altri, come noi non rendiamo reali quelli che guardiamo. Solo la manifestazione del proprio animo può trasformare la realtà in verità. Se non siamo abituati a piacere al nostro prossimo, ci convinciamo di essere odiati, e finiamo per odiarci. Per questo “non bisogna preoccuparsi più di tanto degli sguardi degli altri”. E finalmente, una madre mai conosciuta rivela che l’unico modo di amare è amarci. Dobbiamo credere in noi e negli altri. Senza questi sentimenti, non è possibile stare insieme. “Le persone che odiano se stesse non sono capaci di amare né di credere nel loro prossimo”.


lunedì 22 giugno 2009

Marmalade boy

Non sono mai stato un grande appassionato di shojo manga. Ne conosco pochi, ne ho letti ancora meno. Per chi non lo sapesse, gli shojo manga sono quelli di argomento sentimentale, riguardano prevalentemente storie d’amore tra adolescenti giapponesi. Il numero di queste opere prodotte in Giappone è enorme, e anche in Italia, dove arriva solo una piccola parte delle opere giapponesi, le storie di questo tipo di contano a decine. Eppure ogni tanto ci vogliono. Ci sono momenti in cui è necessario leggere emozioni positive, storie in cui sai che i momenti brutti passano e si risolvono, storie in cui tutti i personaggi, alla fine, trovano la felicità. Per alcuni saranno storie banali, scontate, prevedibili. Forse è vero. Però in alcuni casi la prevedibilità di queste storie può dare una sensazione di speranza. Senza la pretesa di essere opere essenziali, di spiegare con immagini e parole il senso dell’esistenza umana, riescono a rilassare. Riescono a dare un lieto fine anche quando non ne vedi uno nel mondo reale. È per questo che ho riletto, in questi giorni, l’opera forse più conosciuta di Wataru Yoshizumi. Una storia che, come molti, avevo conosciuto nella sua trasposizione animata. Erano gli anni tra le medie e il liceo, quando si comincia a guardare al mondo con occhi un po’ diversi. Quello che non c’era stato prima e non aveva dato nessun segno di necessità, ad un tratto comincia a mancarti, e quando succede, questo senso di mancanza difficilmente va via, anche dopo molti anni. Si cresce, si impara, ci si innamora, ci si lascia, si ha paura, si è cercati, si è rifiutati. Quando si trova una persona, quella sensazione si fa da parte, anche lei spera di non dover più tornare a svolgere il suo compito. Quella sensazione che ti costringe a dire le parole “mi manca”. Quella sensazione che ti fa provare il desiderio di piangere anche se non riesci più a farlo da anni. Ma a questa sensazione bisogna anche essere grati, perché è lei che ti impedisce di rinunciare, è lei che ti impedisce di abituarti, consapevole che l’abitudine è una malattia da cui non si guarisce. Preferisce farsi odiare per quello che ti fa provare, piuttosto che lasciarti da solo in un posto da cui difficilmente potresti venir fuori. È in momenti così che fumetti come questo rivelano tutta la loro ragion d’essere. Non saranno opere fondamentali della letteratura disegnata, ma vi assicuro che leggerli in una giornata di sole, seduti in una terrazza da cui si vede il mare e si sente solo il vento che fa muovere le foglie, è capace di dare sensazioni che nessun’altra lettura può dare. Sensazioni che ti fanno pensare “un giorno, prima o poi, succederà”.

domenica 24 maggio 2009

Blu

Quando andavo al liceo, stavo sempre a Cefalù, tutto l’anno. Arrivati a questo periodo dell’anno, sentivo il richiamo, e non potevo non seguirlo. Mi chiamava come un amico che per molti mesi hai sentito soltanto per telefono e che improvvisamente ti fa sapere che è in città. La scuola stava finendo, interrogazioni finite, qualche compito ogni tanto, ma per il resto è già aria di vacanza. Così andavo a mare. Durante l’inverno, molto spesso, uscivo in terrazza, non mi importava del freddo e del vento, e lo guardavo muoversi contro la riva e gli scogli. Spesso, prendevo il motorino e scendevo sotto casa, sulla spiaggia, quando era agitato, mi sedevo su uno scoglio, e lo ascoltavo. E anche in estate, mi capitava di andarci la notte, o la mattina all’alba, quando non c’era nessuno. Vedevo le lampare dei pescatori, o qualche piccola barca che scivolava rumorosa con una canna a poppa lasciando una scia bianca. E ascoltavo. Quasi ogni giorno, prendevo maschera e pinne e andavo in giro per gli scogli sommersi, per ore, da solo. Mi riempivo le orecchie di acqua, scendevo giù a testa bassa, guardavo tra gli anfratti in cerca di qualche riccio, poi risalivo seguendo le bolle che uscivano dalla mia bocca, guardavo in alto, respiravo. E ascoltavo. In alcuni momenti, buttavo fuori tutta l’aria, e mi lasciavo andare verso il fondo, per quei pochi secondi che riuscivo a resistere prima che il mio corpo si ribellasse alla mancanza di ossigeno e mi costringesse a riemergere, a tirare il fiato. Era pericoloso, lo so, soprattutto se sei solo, ma anche meraviglioso. Sentirsi trascinato dal rumore del silenzio. Ogni tanto guardo la mia spalla sinistra, il palmo della mano destra e il ginocchio, e sorrido. Cicatrici rimediate tra gli scogli, quando mi dicevano che ero pazzo ad andare lì in mezzo, con il mare mosso, per rimediare qualcosa che non era neanche necessario. Solo per il piacere di essere lì dentro, tra quel rumore, quella schiuma, per avere la possibilità di lasciarmi scaraventare via dalle onde, cercando, con tutta l’abilità che avevo acquisito negli anni, di limitare i danni. Una volta ero con degli amici, camminavo senza fare attenzione, sono scivolato e mi sono aperto uno squarcio di quattro centimetri nella pianta del piede. Volevano portarmi all’ospedale, farmi mettere i punti. Ho risposto che era colpa mia, che non c’entrava niente lo scoglio scivoloso, e che bastava tenerlo un bel po’ in acqua per disinfettare. Ogni tanto la sento, che mi fa il solletico sotto il piede. È bello avere questi ricordi. C’è una sorta di strana incongruenza nella forma del mare. A volte si muove lento e calmo, quasi dormisse, altre volte si incazza come una furia. Alcuni lo prendono per cattivo, i più non ci fanno neanche caso. Pochi sanno che sta parlando. Come una persona. A volte sussurra, ha segreti che solo alcuni hanno il diritto di ascoltare. Altre volte grida, vuole farsi sentire da tutti ad ogni costo. Se sei uno che lo guarda da fuori, ti sembrerà sempre in contrasto con te. Arrabbiato quando tu sei calmo, tranquillo quando sei nervoso. Se ci vivi dentro, invece, quella incongruenza si assottiglia, svanisce. È lui che interpreta i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti. Oggi, mentre ero in acqua, lo sentivo che cercava di rasserenarmi, calmarmi, aiutarmi. Sentivo quel leggero scroscio sui sassi della battigia, e capivo che voleva dirmi “Non ti preoccupare, passerà. Io lo so, sono migliaia di anni che vedo passare, ogni cosa. A volte devi opporti, altre lasciarti andare. Nessuno può dirti quando uno e quando l’altro. Nemmeno io. Passerà”. L’università ci aveva un po’ allontanati, almeno fisicamente. I tre mesi erano diventati due settimane, l’anno scorso. Ma lui ha aspettato. Nient’altro al mondo ha pazienza come il mare. E oggi, in un momento in cui non avrei mai immaginato, sono tornato.

venerdì 15 maggio 2009

Nuvole



Ho appena riletto (e rivisto...) un mio vecchio post ispirato a una scena di “Scrubs”. Il post si intitola, riprendendo una frase dello spezzone inserito come video, “La vita fa paura!”. E non è un caso che mi sia tornato in mente proprio adesso. Oggi, anche a me la vita fa paura. Paura di fare e paura di non fare, paura di aspettare e paura di correre troppo. Paura di parlare e paura di stare zitto. Paura. “Solo gli sciocchi non temono nulla”, è un’altra frase che mi torna in mente, pescata da non so quale cassetto della memoria. Ma se voglio veramente dare un significato a quello che scrivo su queste pagine, mi rendo conto che devo essere io il primo a seguire quei consigli, quei piccoli insegnamenti che dispenso con tanta disinvoltura in momenti tranquilli della vita, e con cui adesso capisco che è pesante fare i conti. Però stranamente sono ancora abbastanza illuso da riuscire a vedere uno spiraglio di luce tra le nuvole che mi circondano in questo momento, assillandomi con dubbi che mi hanno privato nelle ultime notti anche di quelle poche ore di sonno che da anni fatico a racimolare. E anche il vedere questo piccolo bagliore mi fa paura. Paura che sia solo un’illusione momentanea, e che scomparirà presto. Perché il dubbio, nella sua cattiveria, è anche generoso: ti offre la possibilità di sperare. La certezza, invece, è spietata, non lascia scampo. Il dubbio è diventato realtà, e se va bene sarà la realtà che hai sperato, ma se va male soffrirai. Ancora una volta gioco la mia pericolosa partita a scacchi con il mio nemico di sempre, l’incapacità di farmi apprezzare. Dovrei usare un altro verbo (o forse molti altri), ma preferisco non farlo. È già abbastanza dura così. Per adesso, l’unica scelta che sono disposto a fare è attaccarmi a quel sottile filo di speranza, a quella pallida luce che deve trovare la forza di squarciare le tenebre, se non vuole finire inghiottita nel nulla. E non sarà facile. Ma forse, questa è una cosa positiva. Perché in fondo voglio dare ragione al dottor Kelso: “Nella vita le cose che contano non si ottengono mai con facilità”. Questa è una cosa che conta. Almeno per me. Forse l’unica cosa che conta. Voglio che lo sia. E per concludere non posso fare a meno di riportare un’altra citazione che mi è appena tornata in mente, stavolta da un luogo che ricordo dove si trovi: “Non può piovere per sempre”.

venerdì 1 maggio 2009

"We are fools to make war..."

Un amico mi ha passato l’intera discografia dei Dire Straits e, mentre riordinavo i files e li raggruppavo nelle cartelle, ho deciso di riascoltare l’album che me li fece conoscere ed apprezzare. Era il “The very best of Sultans of swing”, e insieme a canzoni come quella che dà il titolo all’album, a “Lady writer”, a “Romeo and Juliet”, c’era anche “Brothers in arms”. Ricordo che la prima volta che la ascoltai ne fui talmente colpito che andai letteralmente a studiarmi il testo (per quanto io mastichi un po’ di inglese non è facile capire tutto di una canzone). In particolare, mi aveva colpito proprio il verso che ho scelto come titolo di questo post, uno dei pochi che avevo capito già al primo ascolto. La parola “fools” è stata quella che mi si è conficcata nella testa peggio di una lama di coltello. Stupidi. “Siamo stupidi a fare la guerra ai nostri fratelli in armi”. Non mi sento di tradurre altro. La musica non conosce lingua, è una lingua a parte, e le parole sono musica in questa canzone. Per questo voglio invitare tutti quelli che passano di qui ad ascoltarla con molta attenzione. Smettete di fare quello che state facendo per appena quattro minuti e cinquantacinque secondi della vostra vita e lasciate che questa melodia vi susciti qualcosa dentro. E vorrei tanto che ad ascoltarla ci fossero anche i nostri signori della guerra, di cui non voglio scrivere i nomi per non sporcare questa seppur misera pagina con un elenco fin troppo lungo per essere tollerabile. Perché credo che, se parliamo di guerra, tutti noi sei miliardi e rotti di persone che sconsideratamente ci ostiniamo ad abitare questo pianeta possiamo definirci semplicemente “fools”.


Dire Straits – Brothers in arms – 1985

These mists covered mountains
are a home now for me
but my home is the lowlands
and always will be
some day you’ll return to
your valleys and your farms
and you’ll no longer burn to be brothers in arms.

Through these fields of destruction
baptismus of fire
I’ve watched all your suffering
as the battles raged higher
and though they did hurt me so bad
in the fear and alarm
you did not desert me my brothers in arms.

There’s so many different worlds
so many different suns
and we have just one world
but we live in different ones.

Now the sun’s gone to hell
and the moon’s rising high
let me bid you farewell
every man has to die.
But it’s written in the starlight
and every line on your palm
we are fools to make war
on our brothers in arms.


domenica 15 febbraio 2009

Inverno

Sono stato a casa per tutto il fine settimana, dalle cinque e mezza di venerdì pomeriggio alle tre e mezza di domenica pomeriggio. L’unica piccola pausa è stata quella finestra di due ore e qualcosa il sabato pomeriggio per andare al cinema. Sono rimasto a casa perché è inverno. È la mia stagione preferita, e questi due giorni e poco più non sono stati affatto male. Certo, potevano essere meglio, ma in fondo anche peggio. L’ideale sarebbe stato che non ci fosse nessuno a casa per tutto il tempo, però per fortuna il sabato sera è stato così, e stamattina il televisore ha avuto la meravigliosa idea di rompersi, così ho potuto trascorrere la mattinata libero dal fastidioso rumore che ne esce fuori ogni volta che i miei genitori sono in casa. L’inverno è fatto di suoni, e in questi due giorni c’è stata la pioggia scrosciante sulla terrazza, il ticchettare delle gocce sulle mattonelle, il frastuono del torrente che scorre vicino casa mia e che è quasi sempre in secca, tranne negli ormai fin troppo rari giorni di pioggia invernali. L’inverno è fatto di colori, e in questi due giorni ci sono state tutte le possibili sfumature di rosso delle fiamme della stufa a legna accesa dalla tarda mattinata fino a notte fonda. L’inverno è fatto di silenzio e lettura, e con l’uscita a cena inaspettata e la rottura del televisore, in questi due giorni ho avuto il silenzio e la serenità che ci vogliono per leggere tre libri di fila. In questo modo, l’inverno diventa fatto di ricordi. Ricordi di quando ero piccolo, nell’altra casa in cui ho trascorso i primi quattordici anni della mia vita, con la campagna, l’erba bagnata, il camino acceso, il tappeto e io che ci giocavo sopra con i lego e poi, più grandicello, che leggevo accanto al fuoco. Ricordi di un freddo che si infilava nelle ossa, che ti faceva sentire vivo perché se sentivi freddo eri vivo, che ti faceva capire quanto era bello il calore di un fuoco. Ricordi di qualcosa di meraviglioso e magico che poteva spuntare fuori dalla notte solcata dai lampi, attraverso le ombre che i rami degli alberi proiettavano nel giardino. Ricordi di vetri appannati, di legna bagnata che schiumava e soffiava a contatto col fuoco, di giornate passate a segare i tronchi più piccoli, a spaccare quelli grossi con l’accetta, ad attaccare le fascine di rametti per accendere. Ricordi del magazzino della legna che per me era una sorta di antro oscuro in cui si nascondevano misteri e paure, soprattutto quando di giorno ti eri scordato di fare rifornimento e dovevi andarci che già era buio perché la legna dentro scarseggiava e ogni suono diventava qualcos’altro nella tua immaginazione. Ricordi. A quei tempi, la vita era facile. È giusto che oggi non lo sia, ma il pensiero non può che tingersi di malinconia quando va a quei giorni. Quella stessa malinconia che trasuda dalle note di questa canzone. Ma una malinconia che porta speranza, una speranza che vale per tutti, per quelli che aspettano una nuova primavera, che desiderano veder sbocciare i fiori, che aspettano il vento caldo dell’estate, e per quelli che sperano che torni la neve a coprire tutto col suo manto bianco, perché sotto la neve tutto diventa uguale, è come stare sotto il mare: lì non ci sono gioie e dolori, aspettative e delusioni. La neve, come il mare, consola tutti. Per tutto il resto, non ci resta che sperare nel futuro. Un’amica ha appena pubblicato una citazione sull’avere il coraggio di fare un passo oltre i confini. L’ho pubblicata anch’io, un po’ di tempo fa. È facile picchiare le dita sulle lettere di una tastiera, ma troppe volte non è altrettanto facile fare quello che scriviamo. Quando l’inverno te lo porti dentro devi imparare a convivere col freddo. Altrimenti, la neve, invece che una coperta, potrebbe diventare una tomba.

Inverno

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti,
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani,
vedrai la neve se ne andrà domani,
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

Anche la luce sembra morire
nell’ombra incerta di un divenire,
dove anche l’alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.

Ma tu che vai, ma tu rimani,
anche la neve morirà domani,
l’amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.

La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve.
L’inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli da un’alba antica.

Ma tu che stai, perché rimani,
un altro inverno tornerà domani,
cadrà altra neve a consolare i campi,
cadrà altra neve sui camposanti.

domenica 11 gennaio 2009

Sembra di sentirlo ancora dire al mercante di liquore...



Proprio così. Anzi, non sembra: lo sento ancora. Vi sembrerà strano, detto da un ateo convinto, ma io credo nella vita eterna e nel paradiso. Un paradiso particolare, creato da ognuno di noi e popolato da tutti quelli che per noi non moriranno mai. Nel mio paradiso, Fabrizio de Andrè ha un posto d’onore, e con lui ci sono tutte le sue creature. Una corte di persone, non solo personaggi, in cui nessuno ha una sedia più alta di un altro. Gesù è seduto e chiacchiera con una prostituta, Babbo Natale violenta una ragazza, Carlo Martello scambia due parole con un becchino, e centinaia di altri, tutti insieme e tutti, inesorabilmente, unici.

Chi è Fabrizio de Andrè? L’hanno definito in molti modi, poeta, cantautore, anarchico, sognatore. L’hanno schedato, censurato, sequestrato. L’hanno cercato, applaudito, amato. Eppure credo che nessuno sappia veramente chi è. Io meno di chiunque altro. Posso dire quello che è per me. Ero piccolo, davvero molto piccolo, quando cominciai a sentire le sue canzoni. Negli anni si sono aggiunti consapevolezza e interesse, ma la passione, l’attrazione, è rimasta quella di quel bambino che ascoltava rapito le sue creature parlare con la sua voce. Forse il modo migliore in cui posso definirlo è cercatore. Per tutta la vita, non ha fatto altro che cercare. Ma cosa? Cercava la solidarietà nell’ipocrisia della società? Cercava l’amore nel degrado e nel disprezzo umano? Cercava l’umano nella divinità? Cercava il rispetto nell’emarginazione? Sì, sicuramente c’era tutto questo. Ma non solo questo. Fabrizio cercava la vita nella vita. Cercava l’uomo nell’uomo. Cercava il sogno nel sogno. Cercava la natura nella natura. E li ha trovati tutti. Avrebbe potuto tenerseli per sé, invece ce li ha regalati.

Conosco tutte le sue canzoni a memoria, e costantemente mi risuonano nelle orecchie frasi come “Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?”, o “Mi spiega che penso e bevimmo ‘occafé”. Non c’è altro modo di ricordare Fabrizio, se non con le parole delle sue creature. Per questo mi è piaciuta molto l’idea di Sergio Algozzino, fumettista palermitano, che per commemorarne la morte fa parlare i suoi personaggi in una storia senza troppe pretese. Non vuole spiegarci il mondo o la vita, ci ricorda soltanto l’inutilità del parlarsi addosso. Ci fa capire che spesso il silenzio è il miglior tributo, la migliore orazione. Un silenzio in cui risuonano le sue melodie, e dove ognuno di noi può ricordarlo come vuole. L’11 gennaio 1999 è solo un numero su una pagina del calendario, così come lo è quello di oggi, 11 gennaio 2009. Nessuno conta i giorni di un’amicizia, o di un amore. L’11 gennaio di dieci anni fa non è successo niente, non è finito proprio niente. Fabrizio è vivo insieme a noi. Ed è stato proprio lui a insegnarmi che “l’inferno esiste solo per chi ne ha paura”.

mercoledì 19 novembre 2008

"...che anche il dolore servirà."

Mi è capitato per caso di vedere una parte di un film che avevo già visto al cinema qualche tempo fa. Ero a casa di un’amica, e lei stava guardando questo film, così mi sono fermato un po’, e nella sequenza che ho rivisto c’era questa canzone come colonna sonora. Mi ha fatto pensare. O meglio, ripensare. A una certa persona. Una persona che ha lasciato un segno dentro me, anche se la sua apparizione è stata breve, dal punto di vista sentimentale, e quello che mi è rimasto è proprio la malinconia. Malinconia per gesti, parole ed emozioni che avevo solo immaginato, che non si sono mai realizzati. Io sono di quelli che pensano che è sempre meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati. La malinconia è proprio quello che rimane quando un sogno si sgretola con la luce del giorno. La maggior parte delle volte bastano gli amici, il lavoro, gli svaghi, una corsa in bici, per passare oltre. In altri momenti, però, i pensieri ritornano. E il fatto che l’anima sappia che anche il dolore servirà, come dice la canzone, non rende il tutto meno doloroso.
Malinconia – Luca Carboni

La malinconia ha le onde come il mare,
ti fa andare e poi tornare,
ti culla dolcemente.
La malinconia si balla come un lento,
la puoi stringere in silenzio,
e sentire tutto dentro.
E sentirsi vicini e anche lontani,
e viaggiare stando fermi,
e vivere altre vite.
E sentirsi in volo dentro agli aeroplani,
sulle navi illuminate,
sui treni che vedi passare.
Alla luce calda e rossa di un tramonto,
di un giorno ferito che non vuol morire mai.

Sembra quasi la felicità,
sembra quasi l’anima che va,
il sogno che si mischia alla realtà.
Puoi scambiarla per tristezza ma
è solo l’anima che sa
che anche il dolore servirà.

E si ferma un attimo a consolare il pianto
del mondo ferito che non vuol morire mai.

E perdersi tra le dune del deserto,
tra le onde in mare aperto,
anche dentro a questa città.
E sentire che tutto si può perdonare,
che tutto è sempre uguale,
cioè che tutto può cambiare.
E stare in silenzio ad ascoltare,
e sentire che può esser dolce
un giorno anche morire.
Nella luce calda e rossa di un tramonto,
di un giorno ferito che non vuol morire mai.

Sembra quasi la felicità,
sembra quasi l’anima che va,
il sogno che si mischia alla realtà.
Puoi scambiarla per tristezza ma
è solo l’anima che sa
che anche il dolore passerà.

E si ferma un attimo a consolare il pianto
di un amore ferito che non vuol morire mai.