sabato 16 febbraio 2008

Delirio

Nessuna storia particolare è legata a questo libro, per quel che mi riguarda, se non che l’ho letto subito dopo un altro che, a dispetto di aspettative brillanti, mi aveva molto deluso. È stato quindi un sorta di ‘rinascimento letterario’, per me, leggere il romanzo di Laura Restrepo.

Mi sembra giusto iniziare riprendendo la citazione, che l’autrice stessa fa, di Gore Vidal, che recita: “Saggiamente, Henry James diffidava sempre gli scrittori dal mettere un pazzo come personaggio centrale di una narrazione, adducendo il fatto che non essendo il pazzo moralmente responsabile, non ci sarebbe una storia vera e propria da raccontare”. Laura Restrepo smentisce questo aforisma. Agustina Londoño è impazzita. Figlia bellissima e ribelle di un possidente terriero colombiano, maga hippy con capacità divinatorie, stravagante, sensuale, affascinante, a volte preda di crisi depressive. Questa è Agustina, questa è la donna sposata da Aguilar, comunista, ex professore di letteratura, sulle spalle un divorzio e forse troppi anni, di sicuro molti più di lei. Aguilar torna da un breve viaggio e trova Augustina in una camera d’albergo, in preda al delirio. Cosa è successo? Perché è impazzita? Quando? Un enigma da risolvere, l’enigma della follia, la cui soluzione è fatta di tanti pezzi, né più né meno che un puzzle, ognuno dei quali è nascosto in un cassetto segreto della memoria della donna, in puro stile Salvador Dalì. La memoria di una famiglia apparentemente impeccabile, ma che nasconde nelle sue maglie drammi inenarrabili. Misteri, brutali passioni, segreti, tradimenti, scandali, incesti non consumati ma non per questo meno devastanti, amori e follia sono il tessuto connettivo di questa saga familiare.
Ma il carisma dei personaggi che si muovono in primo piano non è sufficiente a distogliere l’attenzione dalla scenografia. Una Bogotà marcia e putrida fino al midollo, stretta nel pugno della genialità malefica di Pablo Escobar. Una Colombia afosa, straziata, attanagliata dai drammi che da sempre la affliggono: la guerra, il traffico di stupefacenti, la miseria, il maschilismo patriarcale. Drammi solo a stento mitigati dalla più grande e forse unica risorsa di questa terra: la grande capacità di amare della sua gente.

Josè Saramago (non certo l’ultimo arrivato) ha scritto: “Delirio è un’espressione di tutto ciò che la Colombia ha di affascinante, incluso ciò che è terribilmente affascinante. E quando il livello di scrittura arriva dove lo ha portato Laura Restrepo, bisogna togliersi il cappello”. Lungi da me la presunzione di poter aggiungere altro.

venerdì 15 febbraio 2008

In memoria 3 - La porta dell'Inferno

Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’eterno dolore,
per me si va tra la perduta gente,
giustizia mosse il mio alto fattore:
facemi la divina potestate,
la somma sapienza e il primo amore.
Dinanzi a me non fur cose create,
se non eterne, ed io eterna duro.
Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.

Inferno, canto III versi 1-9

giovedì 14 febbraio 2008

Wolf's rain

Wolf's rain sigla apertura - Stray



Spesso sono stati considerati il prodotto di una subcultura rivolta solo ai ragazzini, come se i ragazzini non fossero capaci di comprendere o interpretare eventi come l’amore, la morte, la solitudine. E visto che è di questo, e di molto altro, che trattano gli anime, perché mai dovrebbero interessare solo ai bambini, e perché un adulto a cui piacciono deve essere per forza superficiale, per non dire stupido? Ovviamente, tutte queste sono solo domande retoriche, nessuna di queste affermazioni può essere accettata come vera. Con questo non voglio dire che tutti gli anime hanno lo stesso valore, così come non ce l’hanno tutti i film o tutti i libri indistintamente. Ci sono opere che meritano di essere viste o lette e altre che sarebbe meglio non fossero mai state prodotte.

Per chi non lo sapesse, gli anime sono i cosiddetti cartoni animati, termine che a me non piace affatto. Sarebbe meglio chiamarli film d’animazione, quando si tratta dei lungometraggi, e semplicemente anime quando si tratta delle serie.
“Wolf’s rain” è un anime particolare. Condensandolo e stringendolo il più possibile, o semplicemente affidandolo alle mani di altri autori, il soggetto potrebbe essere ridotto ad un’ora, massimo due, mentre in questa opera gli eventi si dilatano in maniera quasi opprimente. I silenzi, più che le parole, sono protagonisti degli episodi, insieme ai paesaggi surreali e metafisici. E tutto questo è funzionale al messaggio che l’intera opera si propone di manifestare, ma di cui parlerò in seguito.

La storia può sembrare semplice, almeno ad una prima occhiata. Kiba è uno degli ormai pochi rappresentanti della razza dei lupi, che, seguendo un’irresistibile odore di fiori, giunge in una città in cui incontra altri della sua stessa razza. Tre in particolare sono i lupi che entreranno a far parte della sua avventura: Hige, un bonaccione che preferisce non rischiare e vivere alla giornata, Tsume, un teppista che si dedica al furto e sfrutta gli umani per i suoi comodi, e Toboe, un cucciolo un po’ ingenuo e indifeso. È strano che tanti lupi, che tutti credono estinti, si siano radunati nello stesso posto. E infatti non è per niente un caso. In questa città di trova Cheza, la fanciulla del fiore, un essere molto particolare, che è sottoposta a studi scientifici di cui è responsabile la dottoressa Cher Degre. Cheza è stata creata dai nobili del casato dei Darcia per i loro scopi, rimasti oscuri a tutti, ma, per un motivo particolare, la fanciulla del fiore e i lupi si attraggono a vicenda. Ma anche l’ultimo dei Darcia è interessato a Cheza, così come i funzionari del governo responsabili degli studi su di lei. Tutto questo costringerà Kiba e il suo gruppo a un continuo inseguimento alla ricerca della fanciulla. Ma perché Cheza è così importante? Nel libro della luna, testo antico che solo pochi eletti hanno potuto leggere, è scritto che la fanciulla del fiore e il sangue di lupo sono la chiave per aprire il Rakuen, un luogo misterioso in cui crescono i fiori della luna, una sorta di eden per la stirpe dei lupi. Kiba è guidato da una voce, nella sua ricerca di Cheza, che gli dice di andare nel Rakuen, ma anche Darcia vuole aprire un suo Rakuen, utilizzando la tecnologia dei nobili e i segreti del libro della luna per riportare in vita il suo amore perduto.

Già questo basterebbe per rendere l’anime molto interessante. Ma non c’è solo questo in Wolf’s rain. Alcuni dettagli sono molto interessanti e innovativi, ad esempio il fatto che i lupi siano in grado di ingannare gli occhi degli uomini assumendo sembianze umane, ma vi sono anche numerosi messaggi più profondi.

Frammento dall'episodio 1 - La città degli ululati



Il tema conduttore delle vicende di tutti i personaggi è la ricerca ossessiva di un qualcosa che continua a sfuggire. Per Kiba e Cheza è il Rakuen dove lei deve condurlo, così come per i suoi compagni, anche se ognuno è guidato da sentimenti diversi. Tsume, il più orgoglioso ed egoista, riscopre il senso del branco di cui si era quasi dimenticato vivendo con gli umani. Per Toboe è importante ritrovare gli affetti perduti e crescere come individuo, dimostrando che non è solo un inutile moccioso. Hige nasconde un passato oscuro, e il collare che porta e il suo modo di fare menefreghista ne sono un sintomo. Ma anche tutti gli altri sono alla ricerca spasmodica di qualcosa: Darcia che vuole un Rakuen dove far rivivere il suo amore, il cacciatore Quent Yaiden che cerca i lupi per vendicarsi del massacro della sua famiglia, l’agente Hubb Lebowski che riscopre i suoi sentimenti per Cher e vuole riconquistarla, Cher che cerca una risposta agli enigmi rappresentati da Cheza. Alla fine, ognuno troverà le sue risposte, e poco importa che queste saranno diverse da quelle che si pensava all’inizio. In fondo, tutto l’anime è una lunga, emozionante poesia che dimostra che il vero senso del viaggio è viaggiare, che non importa quello che si trova alla fine della corsa, ma importa quello che si prova mentre si corre. Il vero Rakuen, quello che anche tutti noi ci affanniamo a cercare nelle nostre vite, non è quello che troverà Kiba alla fine del suo viaggio, perché il Rakuen gli è sempre stato accanto, anzi è sempre stato dentro di lui e dentro i suoi compagni. Un Rakuen che cresce e matura un passo alla volta al ritmo di quelle orme lasciate sul terreno.

Per concludere, un cenno meritano gli splendidi paesaggi rappresentati dai creatori dell’anime (lo studio BONES, per la precisione). Sia quelli naturali che quelli metropolitani, tutti stordiscono con la loro immensità immobile. Lande desolate si alternano a profili di grattacieli, distese innevate a cunicoli fognari, il tutto immerso in quel silenzio opprimente di cui parlavo all’inizio, che serve a far risaltare i pensieri ossessivi e le riflessioni intimistiche che si alternano nella mente dei personaggi.

In definitiva, Wolf’s rain è uno di quegli anime ‘adulti’, che non servono solo a piazzare i bambini davanti alla televisione per farli stare buoni. È una di quelle opere che vanno gustate, metabolizzate e poi riviste, meglio ancora soffermandosi a contemplare alcuni frammenti, alcuni fotogrammi particolari e molto intensi. Un consiglio: bisogna guardarne almeno quattro – sei episodi di seguito, proprio per quell’incedere incredibilmente lento con cui si svolgono le vicende, che renderebbe tutto troppo poco coinvolgente se spalmato in un tempo troppo lungo.


Wolf's rain sigla chiusura - Gravity

domenica 10 febbraio 2008

Il test del supereroe

Su invito dell’amico Filippo Messina, ho fatto una capatina sul sito di questo grazioso giochetto on line, che per gli appassionati di fumetti può essere divertente. In fondo, credo che chiunque di noi che abbia sfogliato le pagine dei comics, si sia immaginato nei panni di questo o quel supereroe, magari rivivendone le avventure passo passo. Dalle risposte che ho dato, risulta che io mi rappresenti al meglio in Batman (You are Batman. You are dark, love gadgets and have vowed to help the innocent not suffer the pain you have endured), e in effetti il cavaliere oscuro è forse il mio personaggio dei fumetti preferito. Sono sempre stato molto affascinato dai personaggi con un lato oscuro preponderante, fin da piccolo (mia madre ogni tanto racconta che quando da piccolo giocavo con i Transformers o con i Masters facevo vincere sempre i cattivi...), e devo dire che anche il lato tecnologico del personaggio mi attirava, tanto che spesso con la fantasia progettavo strani aggeggi con cui giocare, tipo rampe di lancio costruite col meccano per far saltare le macchinine. Al contrario, la forza bruta e l’apparente purezza d’animo di personaggi come Superman non mi hanno mai interessato. In questo, posso dire che il test è abbastanza attendibile. Inoltre, al secondo posto della classifica c’è la splendida Supergirl, il che per me è molto lusinghiero, visto che negli ultimi anni ne ho apprezzato molto le storie.
Chi si appassiona al mondo dei fumetti americani, quindi, non può non andare a scoprire quale supereroe si agita dentro di lui, e mi raccomando: sincerità!
http://www.thesuperherotest.com

venerdì 8 febbraio 2008

A spasso con il camice

Lazlo bane "Superman" - Sigla apertura "Scrubs"
Da qualche anno abbiamo assistito ad un continuo affollarsi di serial televisivi che parlano di medici. Badate bene, ho detto di medici, non di medicina. La precisazione mi è necessaria, visto che da pochi anni a questa parte, sui sentieri della medicina vera ho cominciato a muovere i primi, esitanti, passi. Ed è intuibile anche a chi non è dell’ambiente che quello di cui si parla in quei telefilm è solo uno spettacolo teatrale, non la realtà, per quanto tutto o quasi abbia un’attinenza con la scienza medica ufficiale. Ma non sono i tecnicismi quelli che mi interessano in questo momento. In fondo, non c’è il rischio che qualcuno prenda decisioni mediche solo guardando un telefilm. Volevo invece parlare di quegli argomenti che non sono strettamente accademici, ma che incessantemente entrano a far parte del lavoro di chi si trova a contatto con persone che stanno male. Mi riferisco all’etica, alle riflessioni personali, ai sentimenti che si provano, ai rapporti con i colleghi e con i superiori. Non avendo molto tempo per lo svago, non ho seguito tutte le serie che sono state proposte in televisione in Italia, conoscendole solo di nome. Quelle che ho seguito costantemente sono “Dr. House – Medical division”, “Grey’s anatomy” e “Scrubs – Medici ai primi ferri”. Il primo ruota tutto intorno alla figura di un medico geniale ma assolutamente eccessivo in ogni suo comportamento, impegnato a risolvere casi impossibili. Il secondo si incentra più sui rapporti interpersonali tra i protagonisti, che comunque si ritrovano a contatto con situazioni di ambito medico. L’ultimo, che nasce come parodia comica dell’attività ospedaliera, ha come protagonisti dei giovani medici alle prime armi, o meglio ai primi ferri, come dice il titolo stesso. Ed è proprio di Scrubs che vorrei parlare, perché, dal mio punto di vista, è la serie che più di tutte le altre parla di medicina.

Non voglio fare un racconto sterile della trama dei vari episodi, perché sarei noioso e perché ogni episodio va visto con i propri occhi, non letto nel resoconto di qualcun altro. Mi soffermerò su alcuni momenti particolari, senza indicare in quale episodio avvengono, per poi fare qualche riflessione.
Il primo che mi viene in mente è quello in cui il dottor Cox, uno strutturato di medicina, ha un battibecco con Turk, un assistente di chirurgia. Turk sostiene di essere un mago della chirurgia, e Cox gli propone una scommessa: “Venti dollari che [se operi il paziente] lo uccidi”. Turk accetta e vince la scommessa. Cox paga, ma gli fa notare un cosa cui il giovane non aveva pensato: “Ti rendi conto che trovi normale fare una scommessa sulla vita o la morte di un paziente?”. Questa cosa mette in crisi Turk, che si rende conto di non aver considerato la responsabilità di quello che fa. Un minimo errore può fare la differenza tra la vita e la morte di una persona. Ma alla fine, Cox gli dà un altro insegnamento, facendogli vedere una cosa: “Vedi il dottor Wen? Sta dicendo ai familiari che qualcosa è andato male durante l’intervento e il paziente è morto. Poi uscirà e tornerà a fare il suo lavoro. Pensi che qualcun altro in quella stanza tornerà a lavorare, oggi? Ecco il senso del nostro distacco, delle nostre battute. Non le facciamo perché è divertente, ma per tirare avanti… e anche perché è divertente… ma soprattutto per tirare avanti”.
Questa non è una frase da telefilm. Magari qualcuno, sentendomi dire queste cose, storcerà il naso, ma è la verità: tutti noi, anche io, prendiamo in giro i pazienti, facciamo battute, oppure li spersonalizziamo chiamandoli solo come malattie. Non lo facciamo davanti a loro, ovvio, perché sarebbe offensivo, ma lo facciamo tra di noi. Perché se quelli che stanno nei letti smettono di essere malattie e diventano cuccioli indifesi da salvare e coccolare, non sarà possibile affrontare gli innumerevoli fallimenti che ci troveremo davanti nel lavoro. Per semplificare, direi che il 20% dei nostri pazienti guarisce, il 10% muore in tempi brevi, e per il restante 70% ci limitiamo a mettere delle pezze su una tela che va strappandosi sempre più. E quest’ultima è la cosa più difficile con cui confrontarsi: sapere che il nostro lavoro nella maggioranza dei casi è destinato a fallire, presto o tardi.

Collegato a questo, mi viene in mente un altro frammento, in cui il dottor Kelso, il primario, si lamenta che molti dottori non dedicano le dovute attenzioni ai pazienti terminali, mentre il dottor Cox sostiene che bisogna dedicarsi solo a quelli in cui c’è una possibilità concreta di intervento. La sua giustificazione potrebbe essere condivisa, perché dice che ottenere qualche vittoria serve a sopportare il peso di tutte le altre sconfitte. In una situazione del genere mi sono trovato personalmente, e ne ho discusso con una collega più grande. Il caso riguardava un paziente tossicodipendente che a poche ore dal ricovero aveva sviluppato un’insufficienza multiorgano per la quale sul serio non c’era praticamente nulla da fare. La collega era dell’opinione di Cox, cioè che non valeva la pena insistere, visto che sapevamo tutti che il risultato non sarebbe cambiato. Io invece credo che non sia così accettabile questa conclusione. Indubbiamente, ottenere dei risultati positivi è importante per fare bene il proprio lavoro, ma smettere di fare qualcosa perché tanto non cambia il finale non fa parte del mio modo d’agire. Credo che dobbiamo combattere tutte le battaglie, anche quelle che sappiamo essere perse in partenza, con la consapevolezza che spesso perderemo. È anche e soprattutto da questa consapevolezza, e non solo dalle vittorie, che si ottiene la forza per affrontare le numerose sconfitte. Inoltre, secondo me, fino a che c’è una minima possibilità, bisogna continuare, anche quando questo significa sprecare risorse inutilmente, perché è pericoloso pensare che arrivati a un certo punto non vale più la pena andare avanti. Se si ragiona così, vengono a mancare gli stimoli per fare ogni giorno quel passo in più che può fare la differenza, e forse ragiono così perché ho solo venticinque anni, ma per me fare quel passo in più è importante.
Potrei continuare all’infinito, e non è mia intenzione, anche perché credo che ritornerò a parlare di questa serie. L’ultimo frammento di cui faccio cenno riguarda Elliot, assistente di medicina come JD, il protagonista principale. Lei si trova alle prese con una situazione molto difficile, e JD le consiglia di prendere tempo e aspettare, seguendo la regola del ‘chi vivrà, vedrà’ come fa lui. Invece lei rischia, e purtroppo il paziente muore. Periodicamente, in ospedale si tiene un incontro in cui si analizzano i casi più complessi, e stavolta tocca al caso di Elliot. Il primario espone il caso, e conclude con un elogio per la dottoressa: senza tentare, il paziente non avrebbe avuto nessuna possibilità, mentre con la sua decisione difficile, lei gli ha dato una speranza. Questo è anche il mio pensiero, anche se capisco quelli che non vogliono correre rischi. Forse tengono alla salute dei pazienti, ma in buona parte tengono più alla loro, il che è comprensibile. Rischiare significa esporsi a responsabilità molto grandi, anche perché, se si parla chiaro con i familiari fin da subito, dicendo che non c’è molto da fare, difficilmente questi potranno lamentarsi in seguito, mentre lo fanno sempre quando si rischia e non si ottiene lo stesso niente. Purtroppo però, questo porta sempre più a selezionare i casi facili da quelli difficili, dando la colpa, in questi ultimi, ai precedenti colleghi che avrebbero potuto fare qualcosa, mentre adesso non si può più. Non mi piace questo modo di fare. Io considero ogni risultato negativo come un mio fallimento personale, non come qualcosa che non potevo evitare in alcun modo. Così, spero di avere lo stimolo a migliorare, invece che scaricare responsabilità su altri.

mercoledì 6 febbraio 2008

In memoria 2 - Viaggio all'Inferno

Lo giorno se n’andava, e l’aer bruno
toglieva gli animai che sono in terra
delle fatiche lor, ed io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì della pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.
O Muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.

Inferno, canto II versi 1-9

domenica 3 febbraio 2008

Blame!

Tutti o quasi pensano si legga ‘Bleim’, che in inglese significa colpa. In realtà, nelle intenzioni dell’autore, il titolo si legge proprio ‘Blam’, come il suono di uno sparo. Criptico fin dal titolo, Tsutomu Nihei prosegue in un crescendo di enigmi, che credo nessuno, a parte lui stesso, sia riuscito a dipanare completamente.
Blame! parla di Killi, misterioso agente in missione nei livelli a rischio, alla ricerca della rete dei geni terminali. Se non avete capito niente di questa frase, non è perché siete stupidi. Potrebbe essere perché io non so scrivere, ma forse il motivo è un altro. In questo manga non ci viene spiegato niente. Non sappiamo chi sia Killi, né da dove venga. Non sappiamo se agisce da solo o se fa parte di una organizzazione di qualche tipo. Non sappiamo dove si svolga la vicenda, se sia una città, una colonia, una stazione spaziale, un insediamento sotterraneo. Non sappiamo se siamo sulla Terra o su un altro pianeta. Non sappiamo cosa sia la rete dei geni terminali. Insomma, non sappiamo proprio niente. Lo stesso sottotitolo è significativo in tal senso: “Maybe on earth. Maybe in the future”, cioè “Potrebbe essere sulla Terra. Potrebbe essere nel futuro”.

Quando prima ho scritto “Blame! parla di Killi” ecc., temo di aver sbagliato verbo. Sarebbe stato più giusto scrivere “Blame! tace di Killi”. È infatti una peculiarità di Nuhei quella di realizzare fumetti con dialoghi ridotti al minimo e forse anche meno. Non ci sono didascalie, nessun pensiero viene comunicato in caratteri alfabetici. I personaggi si esprimono tra loro con frasi stringatissime, e spesso solo a gesti. Tutto questo sarebbe già sufficiente a creare disagio in chi legge, ma se ci aggiungiamo paesaggi desolati, edifici in rovina, strade tortuose che si snodano a perdita d’occhio nascondendo chissà quali pericoli, angoli bui che celano insidie micidiali, e misteriosi esseri biomeccanici programmati per uccidere qualunque forma di vita, ecco che quello che era un semplice disagio diventa pura angoscia. Sfogliando quelle pagine fitte di retini grigi, non si può non sentire il proprio cuore accelerare di colpo nel vedere una lancia trapassare improvvisamente un corpo, o un bambino che si trasforma in una macchina assassina. E quel silenzio micidiale che opprime e colpisce senza dare tregua è forse la cosa più angosciante di tutta l’opera.
Inutile dire che si potrebbero impiegare giorni interi a guardare le splendide tavole di Nihei, che in questo manga mette a frutto i suoi studi di architettura realizzando costruzioni straordinarie e ben oltre il limite delle utopie strutturali che già altri architetti in passato hanno teorizzato.
A conclusione vorrei citare anche un’altra opera dello stesso autore, realizzata per un personaggio con una sua storia alle spalle, vale a dire Wolverine. Tutto quello che si vede in Blame! può essere ritrovato in questa storia, che non a caso si intitola “Snikt!”. Così come Blame è il suono dello sparo della pistola di Killi, Snikt è il suono che fanno gli artigli di Wolverine quando li estrae. Si conferma quindi la tendenza onomatopeica nei titoli delle opere, in relazione alle armi usate dai protagonisti. Peccato non aver visto quasi nient’altro, qui in Italia, di questo giovane mangaka giapponese. Un vero peccato.