“Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta della fede che tu credi;
e se furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio;
e di questi cotai io sono medesmo.
Per tai difetti, e non per maggior rio
semo perduti, e sol di tanto offensi,
che sanza speme vivemo in desio.”
Inferno, canto IV versi 33-42
martedì 26 febbraio 2008
Un augurio
Oggi è il giorno in cui iniziano i concorsi per l'accesso alle scuole di specializzazione della mia facoltà. Purtroppo io non posso ancora parteciparvi, ma spero che l'anno prossimo in questo periodo sarò anch'io seduto a fare quel compito. Però voglio augurare un grandissimo in bocca al lupo a delle persone che sono certo oggi si faranno onore: Giuseppe, Daniele, Roberta, Cristina C., Alessandra, Marianna, Davide, e a tutti gli altri che conosco e che adesso non mi vengono in mente.
Un pensiero speciale a Maria Antonietta e Cristina L., una per l'affetto che ci lega da ormai dodici anni, l'altra per il sostegno che mi ha dato negli anni di studio. Non importa quanto tempo passa, vi penso sempre.
lunedì 25 febbraio 2008
Disgusto
Riesco a stento a trattenere i conati di vomito mentre le mie dita nervose picchiano sulle lettere della tastiera, intente a dare forma ai pensieri che mi si affollano in mente. Intanto ringrazio l’amica (ormai credo di poterla definire così...) e collega Sara per avermi messo a conoscenza della irragionevole gogna mediatica alla quale sono stati esposti tutti i possessori di blog on line.
In una puntata del programma (mi ripugna definirlo tale, non fosse altro che per il rispetto dovuto a chi fa veri programmi d’informazione) “Porta a porta”, una degli ospiti di Bruno Vespa è la ginecologa e sessuologa medica (?!?) Alessandra Graziottin, la quale, su invito del conduttore, si lancia in una elucubrazione psicologico-sociale sulla presunta necessità per un giovane oggi di avere un blog privato. Ripercorro solo alcuni punti trattati, e rimando chiunque legga a vedere di persona il filmato.
1) Oggi molti giovani e meno giovani esistono in quanto sono visibili su internet; internet è il loro mondo, è la loro piazza, il loro paese [...] e la visibilità oggi è un paradigma di valore più della qualità della persona.
2) Quello che attrae su internet, come su tutti i mezzi visivi, è la possibilità di una attrazione sessuale con un messaggio esplicito o implicito.
3) Questo crea la proliferazione di tutti questi siti di prostituzione virtuale, che inizia virtuale e che poi può andare oltre, autogestiti nel blog personale.
4) Si arriva poi a una esposizione di sé provocatoria, perché in questo provocare si attrae il consenso oggi di un certo tipo di adolescenza che esiste in quanto ha un’identità negativa.
5) C’è tutta una doppia vita segreta che parte dal blog e si esplicita poi per esempio in una sessualità che ha tutta una serie di connotati di promiscuità, di rischio, di prostituzione, di autodistruttività, sulla quale dobbiamo veramente riflettere.
Ho guardato e riguardato il filmato più volte, per cercare di cogliere quale possa essere l’utilità di far passare questo tipo di messaggi, e quali possono essere le motivazioni che stanno alla base di queste affermazioni generaliste e faziose. Vespa dice che il problema fondamentale è che il mondo “adulto” oggi si confronta con la propria incapacità di decifrare il mondo dei giovani. E l’avanguardia del disagio giovanile viene concretizzata nel blog personale su internet, spia di una interiorità violenta e frustrata che inizialmente si esprime in queste forme di comunicazione, per poi sfociare in comportamenti immorali o francamente delittuosi (prostituzione, uso di sostanze stupefacenti, omicidi).
Io ho solo venticinque anni, forse non sono adulto, forse non sono più tanto giovane, e spero che il mio tentativo di dare una risposta alla prima domanda non sia interpretato come presunzione. Perché gli adulti non comprendono i giovani? Secondo me è semplicemente perché gli adulti sono adulti e i giovani sono giovani. Non c’era internet quando i ragazzi si lasciavano crescere i capelli e ascoltavano la musica rock per puro desiderio di ribellione. Quando non c’erano i blog c’erano le sale da biliardo, i club sportivi, gli oratori. Erano tutti luoghi in cui i ragazzi condividevano delle esperienze, si scambiavano opinioni, discutevano, litigavano, si odiavano e si amavano. E i genitori di allora non li conoscevano bene tanto quanto non ci conoscono bene i nostri genitori di oggi. Ed giusto anche questo, in una certa misura. Un genitore deve fare il genitore, non l’amico o il compagno di scuola. Ci devono essere le incomprensioni, i litigi, le punizioni, e tutto quello che contribuisce alla formazione di una persona. Ma c’è di più. Molto spesso manca la reale volontà di conoscere i propri figli, e questa non conoscenza è solo il pretesto buono per lamentarsi con gli amici o i colleghi alle cene di lavoro, perché avere dei figli “difficili” e riuscire a tirarli su è motivo di orgoglio. Tempo fa mi capitò di assistere ad un incontro tra un sociologo contemporaneo (di cui non ricordo il nome) e un gruppo di studenti delle superiori, ed alla domanda di uno di questi sul perché i figli hanno spesso un atteggiamento conflittuale con i genitori, rispose: “I genitori commettono un gravissimo errore: quello di preoccuparsi per i figli. Se fanno tardi la sera, se vanno in discoteca, se non prendono buoni voti a scuola. Dovrebbero una buona volta smettere di preoccuparsi per i figli e imparare ad occuparsi dei figli”.
Prostituzione virtuale che poi può andare oltre? Questa stronza che viene pagata per sedere su quella poltrona e parlare dell’interiorità di una persona come se stesse parlando di cucina non è il miglior esempio di prostituta? E mi vengono a dire che guardare leggere un libro e voler condividere le emozioni che si sono provate con altre persone che grazie a internet, non importa quanto siano lontane, possono entrare in contatto con chi scrive, è prostituzione? E allora che cosa sono i giornalisti che si vendono ai politici per fare propaganda ai loro pseudo-messaggi? Che cosa sono i direttori di rete che danno enormi spazi di trasmissione ad alcuni mentre altri sono relegati in nicchie senza nessuna possibilità di ascolto? Che cosa è Bruno vespa quando per mesi ci martella con i suoi libri pubblicizzati in tutte le reti RAI? A nessuno è venuto in mente che i migliori esempi di puttane erano proprio in quello studio? Personalmente, è stata la prima cosa che ho pensato quando ho visto il filmato. Ma io sono di parte, visto che ho un blog personale, che aggiorno nel tempo libero tra un omicidio, i servizietti ad un cliente e una spada (per chi non lo sapesse, in gergo vuol dire iniezione di eroina). Per questo, la cosa migliore è guardare il filmato e farsi le proprie opinioni. Magari, dopo fate un salto a firmare la petizione contro la presenza in RAI di Bruno Vespa.
Ah, dimenticavo, un ultimo, piccolo appunto: carissima “dottoressa” Graziottin, la parola “autodistruttività” non esiste nel dizionario della lingua italiana aggiornato al 2007, farebbe meglio a frequentare qualche corso serale di grammatica, ma nelle more le suggerisco due sinonimi che può utilizzare: “autodistruzione” e “autolesionismo”, dove il primo rappresenta un elemento di degrado personale a livello interiore, mentre il secondo prevede una componente fisica del danno inferto alla propria persona.
In una puntata del programma (mi ripugna definirlo tale, non fosse altro che per il rispetto dovuto a chi fa veri programmi d’informazione) “Porta a porta”, una degli ospiti di Bruno Vespa è la ginecologa e sessuologa medica (?!?) Alessandra Graziottin, la quale, su invito del conduttore, si lancia in una elucubrazione psicologico-sociale sulla presunta necessità per un giovane oggi di avere un blog privato. Ripercorro solo alcuni punti trattati, e rimando chiunque legga a vedere di persona il filmato.
1) Oggi molti giovani e meno giovani esistono in quanto sono visibili su internet; internet è il loro mondo, è la loro piazza, il loro paese [...] e la visibilità oggi è un paradigma di valore più della qualità della persona.
2) Quello che attrae su internet, come su tutti i mezzi visivi, è la possibilità di una attrazione sessuale con un messaggio esplicito o implicito.
3) Questo crea la proliferazione di tutti questi siti di prostituzione virtuale, che inizia virtuale e che poi può andare oltre, autogestiti nel blog personale.
4) Si arriva poi a una esposizione di sé provocatoria, perché in questo provocare si attrae il consenso oggi di un certo tipo di adolescenza che esiste in quanto ha un’identità negativa.
5) C’è tutta una doppia vita segreta che parte dal blog e si esplicita poi per esempio in una sessualità che ha tutta una serie di connotati di promiscuità, di rischio, di prostituzione, di autodistruttività, sulla quale dobbiamo veramente riflettere.
Ho guardato e riguardato il filmato più volte, per cercare di cogliere quale possa essere l’utilità di far passare questo tipo di messaggi, e quali possono essere le motivazioni che stanno alla base di queste affermazioni generaliste e faziose. Vespa dice che il problema fondamentale è che il mondo “adulto” oggi si confronta con la propria incapacità di decifrare il mondo dei giovani. E l’avanguardia del disagio giovanile viene concretizzata nel blog personale su internet, spia di una interiorità violenta e frustrata che inizialmente si esprime in queste forme di comunicazione, per poi sfociare in comportamenti immorali o francamente delittuosi (prostituzione, uso di sostanze stupefacenti, omicidi).
Io ho solo venticinque anni, forse non sono adulto, forse non sono più tanto giovane, e spero che il mio tentativo di dare una risposta alla prima domanda non sia interpretato come presunzione. Perché gli adulti non comprendono i giovani? Secondo me è semplicemente perché gli adulti sono adulti e i giovani sono giovani. Non c’era internet quando i ragazzi si lasciavano crescere i capelli e ascoltavano la musica rock per puro desiderio di ribellione. Quando non c’erano i blog c’erano le sale da biliardo, i club sportivi, gli oratori. Erano tutti luoghi in cui i ragazzi condividevano delle esperienze, si scambiavano opinioni, discutevano, litigavano, si odiavano e si amavano. E i genitori di allora non li conoscevano bene tanto quanto non ci conoscono bene i nostri genitori di oggi. Ed giusto anche questo, in una certa misura. Un genitore deve fare il genitore, non l’amico o il compagno di scuola. Ci devono essere le incomprensioni, i litigi, le punizioni, e tutto quello che contribuisce alla formazione di una persona. Ma c’è di più. Molto spesso manca la reale volontà di conoscere i propri figli, e questa non conoscenza è solo il pretesto buono per lamentarsi con gli amici o i colleghi alle cene di lavoro, perché avere dei figli “difficili” e riuscire a tirarli su è motivo di orgoglio. Tempo fa mi capitò di assistere ad un incontro tra un sociologo contemporaneo (di cui non ricordo il nome) e un gruppo di studenti delle superiori, ed alla domanda di uno di questi sul perché i figli hanno spesso un atteggiamento conflittuale con i genitori, rispose: “I genitori commettono un gravissimo errore: quello di preoccuparsi per i figli. Se fanno tardi la sera, se vanno in discoteca, se non prendono buoni voti a scuola. Dovrebbero una buona volta smettere di preoccuparsi per i figli e imparare ad occuparsi dei figli”.
Prostituzione virtuale che poi può andare oltre? Questa stronza che viene pagata per sedere su quella poltrona e parlare dell’interiorità di una persona come se stesse parlando di cucina non è il miglior esempio di prostituta? E mi vengono a dire che guardare leggere un libro e voler condividere le emozioni che si sono provate con altre persone che grazie a internet, non importa quanto siano lontane, possono entrare in contatto con chi scrive, è prostituzione? E allora che cosa sono i giornalisti che si vendono ai politici per fare propaganda ai loro pseudo-messaggi? Che cosa sono i direttori di rete che danno enormi spazi di trasmissione ad alcuni mentre altri sono relegati in nicchie senza nessuna possibilità di ascolto? Che cosa è Bruno vespa quando per mesi ci martella con i suoi libri pubblicizzati in tutte le reti RAI? A nessuno è venuto in mente che i migliori esempi di puttane erano proprio in quello studio? Personalmente, è stata la prima cosa che ho pensato quando ho visto il filmato. Ma io sono di parte, visto che ho un blog personale, che aggiorno nel tempo libero tra un omicidio, i servizietti ad un cliente e una spada (per chi non lo sapesse, in gergo vuol dire iniezione di eroina). Per questo, la cosa migliore è guardare il filmato e farsi le proprie opinioni. Magari, dopo fate un salto a firmare la petizione contro la presenza in RAI di Bruno Vespa.
Ah, dimenticavo, un ultimo, piccolo appunto: carissima “dottoressa” Graziottin, la parola “autodistruttività” non esiste nel dizionario della lingua italiana aggiornato al 2007, farebbe meglio a frequentare qualche corso serale di grammatica, ma nelle more le suggerisco due sinonimi che può utilizzare: “autodistruzione” e “autolesionismo”, dove il primo rappresenta un elemento di degrado personale a livello interiore, mentre il secondo prevede una componente fisica del danno inferto alla propria persona.
domenica 24 febbraio 2008
In memoria 5 - Caronte
Ed ecco verso di noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo!
I’ vegno per menarvi all’altra riva
nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo.
E tu che se’ costì anima viva,
partiti da cotesti che son morti!”
Ma poi ch’ei vide ch’io non mi partiva
disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare;
più lieve legno convien che ti porti.”
E il duca a lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare.”
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier della livida palude,
che intorno agli occhi avea di fiamme rote.
Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che inteser le parole cruse.
Bestemmiavano Iddio e i lor parenti,
l’umana spezie, il luogo, il tempo e il seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, alla riva malvagia
che attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
Inferno, canto III versi 82-111
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo!
I’ vegno per menarvi all’altra riva
nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo.
E tu che se’ costì anima viva,
partiti da cotesti che son morti!”
Ma poi ch’ei vide ch’io non mi partiva
disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare;
più lieve legno convien che ti porti.”
E il duca a lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare.”
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier della livida palude,
che intorno agli occhi avea di fiamme rote.
Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che inteser le parole cruse.
Bestemmiavano Iddio e i lor parenti,
l’umana spezie, il luogo, il tempo e il seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, alla riva malvagia
che attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
Inferno, canto III versi 82-111
giovedì 21 febbraio 2008
Mistero celeste
Ho letto parecchio di Neil Gaiman, anche cose che non hanno ricevuto moltissima pubblicità. Ad essere sincero, dopo il capolavoro della saga di Sandman, poco altro si riesce ad apprezzare con lo stesso entusiasmo. È come quando si raggiunge una vetta: vuoi o non vuoi, il resto sarà sempre discesa, non c’è un posto più alto in cui arrivare. Più o meno la stessa cosa ha scritto Harlan Ellison in quella introduzione a “La stagione delle nebbie” di cui riporterò un passo nel post dedicato a quel volume. Per questo, quando ho comprato “Mr. Punch”, “The books of magic”, “La crociata dei bambini”, l’ho fatto più per collezionismo che per reale curiosità: volevo avere anche le altre opere di Gaiman, ma sapevo che non potevano essere come Sandman. La stessa cosa è successa con “Mistero celeste”. Lo vidi nel mucchio degli arrivi settimanali della fumetteria che frequento, un’unica copia, e lo misi subito tra le cose che ho da parte, per comprarlo e portarlo a casa quella sera stessa, solo per inserirlo nella libreria insieme alle altre ‘cose’ di Gaiman (un po’ quello che succede con le opere di Moore o Morrison), riproponendomi di leggerlo senza troppa premura. Mi sono dovuto ricredere.Prima ancora della Terra, del Sole, dell’intero universo, c’era la città d’argento, il luogo in cui Dio affidava agli angeli la sua volontà perché portassero avanti il suo progetto di creazione. Perché Dio ha un piano, ha tutto sotto controllo, ha previsto tutto. O forse no? Accade qualcosa, qualcosa di sbagliato, qualcosa che va contro le regole, qualcosa che va punito. Per questo, viene chiamato l’angelo della vendetta, il braccio armato di Dio, e viene incaricato di scoprire chi è il responsabile dell’assassinio di un altro angelo, e di punirlo adeguatamente. Tra gli interpellati c’è anche Lucifero, il primo tra gli angeli, il braccio destro di Dio. Lucifero, che a volte indugia a camminare al di fuori della città, nella zona oscura, dove voci menzognere gli sussurrano le ingiustizie di cui Dio si ammanta ogni giorno. Ma Lucifero le ignora, anche se vuole conoscerle. L’angelo della vendetta scopre il colpevole, e gli impartisce la punizione divina, distruggendolo davanti agli occhi di Lucifero. Ma quell’angelo aveva assassinato il suo simile per amore, perché non poteva più sopportare di non essere corrisposto come era stato un tempo. Secondo Lucifero, questo doveva bastare come attenuante. Ma la volontà di Dio non conosce attenuanti, la sua vendetta non ammette appelli. Resta una sola cosa da fare.
Con una storia mirabilmente intessuta, Gaiman ci spiega come tutto va ricondotto alla volontà del creatore, come il suo disegno rimanga imperscrutabile anche agli occhi delle sue più dirette emanazioni. È la volontà di Dio che fa in modo che Lucifero sia presente all’esecuzione, così come è stata la volontà di Dio che gli ha ordinato di addestrare gli angeli per la guerra. E per la guerra serve un nemico, serve qualcuno che dubiti, qualcuno che si ribelli. Chi meglio del primo tra gli angeli, del portatore della luce divina, potrebbe ricoprire questo ruolo? Un ruolo fondamentale per le sorti dell’intero creato, perché l’unica cosa che dà valore a un’idea è l’esistenza di qualcuno che la contesti, ciò che rende vera la volontà di Dio è il fatto che Lucifero abbia creduto alle parole delle voci nell’oscurità, e messo di fronte alla dimostrazione che Dio non è un essere misericordioso ma spietato, sceglie di opporsi alla sua volontà, sceglie di essere libero. A questo punto non importa quale sia l’esito finale della guerra, l’unica cosa importante era che venisse combattuta, che i due si fronteggiassero, in modo che il vincitore sarebbe stato il vero Dio, e l’altro la concretizzazione del male.
Non so quanto questo possa risultare difforme dalla dottrina ufficiale, ma di sicuro è convincente. A pensarci un attimo, la conclusione è quasi banale: se Dio è un essere onnipotente e onnisciente per definizione, allora chi se non lui stesso può aver creato il male? Non è quindi il male che si oppone a Dio, ma lui stesso che, per legittimarsi, crea la sua antitesi. Sarà veramente così? Ad ognuno la libertà di scegliersi ciò in cui credere.
Sarebbero tanti gli accorgimenti letterari e stilistici da sottolineare nel racconto di Neil Gaiman, adattato a fumetti da P. Craig Russell, ma credo che il modo migliore per coglierli appieno sia quello di leggerlo. Senza premura, senza altro per la testa. In fondo, non gli dispiacerà aspettare qualche altro giorno sullo scaffale della libreria, basta che, quando verrà letto, venga letto veramente.
martedì 19 febbraio 2008
Ricostruzioni
Non è facile scrivere un romanzo psicologico. Il grosso rischio che si corre è quello di annoiare, perdendosi in tecnicismi privi di passione, o in divagazioni troppo poco concrete per essere seguite. E d’altra parte, avendo a che fare con qualcosa di così impalpabile come quel complesso di esperienze emozionali che tutti noi chiamiamo mente, non è possibile neanche essere troppo concreti, o si cade nell’errore opposto, quello di banalizzare aspetti di cui non tutti sappiamo parlare ma che di certo in qualche modo tutti percepiamo come nostri.Josephine Hart riesce a percorrere questa strettoia tra i due aspetti con la destrezza di un funambolo che volteggia avanti e indietro sulla sua fune sospesa nel vuoto, facendo trattenere il fiato ai suoi spettatori. Spettatori del dramma familiare narrato in “Ricostruzioni” siamo noi lettori. Tre sono i protagonisti. Jack, quarant’anni, borghese benestante, psicanalista di successo, divorziato. Kate, sua sorella minore, modella venerata da tutti come una dea, alle porte del secondo matrimonio. Malamore, la casa della loro infanzia, in Irlanda. Come le capita ogni volta che nella sua vita si avvicina un evento importante, Kate entra in crisi, una crisi che porta il marchio inquietante di una tragedia avvenuta a Malamore negli anni dell’infanzia, che ha coinvolto anche il fratello. Jack, che vive il suo divorzio come un fallimento ed è ossessionato dal rimorso, non può non fare a meno di correre in soccorso della sorella, come ha fatto ogni volta, durante la sua vita , in quei ripetitivi momenti di crisi.
La ricostruzione del titolo è sia fisica che psicologica e storica. Quella fisica è legata ai lavori per il restauro della tenuta di Malamore, e segue passo passo la ricostruzione interiore dell’uomo che, uno ad uno, rimette insieme i frammenti di quell’infanzia, e si costringe a varcare, ancora una volta, quella sottile soglia che separa il legame di sangue di due fratelli da un’unione, una condivisione ben più materiale, concreta e sensuale. Nel contesto di tutto ciò si inseriscono, prima confusi e sfumati, poi sempre più nitidi e devastanti, i ricordi dei genitori, immagini rubate da bambini inconsapevoli del significato di quello che stavano spiando.
Con un periodare scarno, freddo, minimalista, Josephine Hart ci conduce all’interno dell’ossessione e della tragedia, e attraverso un’analisi molto toccante dell’inconscio, delinea il profilo di due vite desolate, tragiche e al tempo stesso seducenti.
domenica 17 febbraio 2008
In memoria 4 - Gli Ignavi
Ed egli a me: “Questo misero modo
tengon l’anime triste di coloro
che visser sanza infamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
degli angeli che non furono ribelli,
nel fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
[...]
Fama di loro il mondo esser non lassa,
misericordia e giustizia li sdegna;
non ragioniam di lor, ma guarda e passa!”
Inferno, canto III versi 34-39 e 49-51
tengon l’anime triste di coloro
che visser sanza infamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
degli angeli che non furono ribelli,
nel fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
[...]
Fama di loro il mondo esser non lassa,
misericordia e giustizia li sdegna;
non ragioniam di lor, ma guarda e passa!”
Inferno, canto III versi 34-39 e 49-51
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