lunedì 5 maggio 2008

In memoria 28 - Pietà per i dannati

S’io fussi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che il dottor l’avria sofferto;
ma perch’io mi sarei bruciato e cotto,
vinse paura la mia buona voglia,
che di lor abbracciar mi facea ghiotto.
Poi cominciai: “Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanto che tardi tutta si dispoglia,
tosto che questo mio signor mi disse
parole per le quali io mi pensai
che, qual voi siete, tal gente venisse.
Di vostra terra sono, e sempre mai
l’ovra di voi e gli onorati nomi
con affezion ritrassi ed ascoltai.
Lascio lo fele, e vo per dolci pomi
promessi a me per lo verace duca;
ma fino al centro pria convien ch’io tomi.”

Inferno, canto XVI versi 46-63

Leggenda di natale

Ieri pomeriggio parlavo con Veronica, forse la persona più cara che ho in questo momento, e ad un certo punto mi diceva che stava cercando un’idea per un post da pubblicare sul suo blog. La scelta è caduta su De Andrè, e allora le ho suggerito una canzone. Mi ha detto di non conoscerla, ma che aveva già in mente di procurarsi l’album che la contiene. Così le ho detto che avrei scritto io un post su questa canzone, per fargliela conoscere. La canzone è “Leggenda di natale”, tratta dall’album “Tutti morimmo a stento”, del 1968.
Qualche anno fa feci un regalo a una persona che credevo importante (in qualche modo lo era, e anche se adesso lo è un po’ meno, siamo in buoni rapporti), e le regalai questo album. Ricordo che nell’interno della copertina le scrissi una dedica, anzi, un piccolo commento. Diceva: “Per vedere il mondo con i loro occhi, invece che coi nostri”. Ancora adesso, tutte le volte che riascolto questo disco, mi tornano in mente quelle parole, e devo dire che ci ho proprio azzeccato. “Tutti morimmo a stento” è una carrellata di sguardi di persone ai margini della realtà, che vedono il mondo con occhi allucinati, devastati da quello che è successo loro, o da quello che è successo intorno a loro, fino al finale, in cui Fabrizio ci ricorda che morire non è un male, il vero male è morire a stento.

“Leggenda di natale” è la seconda canzone dell’album. Se la si ascolta una volta sola, può sembrare come una delle tante altre canzoni poetiche e malinconiche che Fabrizio ci ha regalato nei suoi lunghi anni da artista. Una melodia lenta, una voce cantilenante, un sottofondo appena accennato: tutti gli ingredienti per una bella canzone da riascoltare ogni tanto per sospirare un po’. Poi la ascolti una seconda volta. Poi una terza. Poi una quarta. È difficile fermarti. Perché, parola dopo parola, ti ripeti che non può essere. Ti stai sbagliando, non parla di quello. Una canzone così leggera e delicata non può parlare di violenza. Della peggiore violenza che l’uomo concepisca. Non è possibile. Sembra quasi una ninna nanna e invece parla di uno stupro? Anche io non ci volevo credere, quando l’ho realizzato. E mi sono sorpreso, ancora una volta, di come Fabrizio sia capace di trasmettere qualunque sensazione, qualunque messaggio, qualunque emozione, senza urlare. E tutto ciò che rimane, alla fine della canzone, è una tristezza moltiplicata migliaia di volte, che non puoi fare a meno di desiderare. La tristezza di un fiore appassito a natale.


Leggenda di natale - Fabrizio de Andrè - Tutti morimmo a stento - 1968

Parlavi alla luna, giocavi coi fiori,
avevi l’età che non porta dolori.
E il vento era un mago, la rugiada una dea
nel bosco incantato di ogni tua idea.
Nel bosco incantato di ogni tua idea.

E venne l’inverno che uccide il colore,
e un babbo natale che parlava d’amore.
E d’oro e d’argento splendevano i doni,
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.
Ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.

Coprì le tue spalle d’argento e di lana,
di perle e smeraldi intrecciò una collana.
E mentre, incantata, lo stavi a guardare,
dai piedi ai capelli ti volle baciare.
Dai piedi ai capelli ti volle baciare.

E adesso che gli altri ti chiamano dea,
l’incanto è svanito in ogni tua idea.
Ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia di un fiore appassito a natale.
La storia di un fiore appassito a natale.

domenica 4 maggio 2008

Prima esecuzione

Era lì, sullo scaffale, e mi guardava con la sua copertina nera con il riquadro giallino al centro, e da lontano mi sussurrava: “Comprami... Comprami...”. E io mi maledicevo, perché come al solito, se mi avessero appeso a testa in giù, dalle tasche non mi sarebbe caduto neppure un centesimo, figuriamoci quei dodici euro che mi servivano. Sono uscito dalla libreria con l’aria di chi si sente quasi in colpa per aver mancato di rispetto a una persona che stima, ma non potevo fare altrimenti. Avrebbe dovuto pazientare su quella mensola ancora per ventiquattro ore, quando sarei tornato per prendere il nuovo libro di Domenico Starnone. Di “Labilità” ho già scritto, quindi non è necessario che mi ripeta. Ero sicuro che anche con “Prima esecuzione” avrei provato le stesse sensazioni contrastanti di quella volta, e infatti si è verificato esattamente questo.

“Prima esecuzione” è forse la sublimazione di quello che “Labilità” rappresentava già molto bene. Lì c’era uno scrittore come personaggio, che vedeva la sua vita presente invasa da fantasmi del passato. Potremmo immaginare che quel personaggio fosse l’alter ego dello scrittore, ma solo lui può saperlo. In questo nuovo libro, invece, tutto ciò è dichiarato. Domenico Stasi è la trasposizione letteraria di Domenico Starnone (l’allitterazione fonetica ne è solo un elemento), al punto che alcune vicende accadute all’autore nella sua vita reale diventano spunto per le vicende del personaggio. Ma c’è di più. Starnone è lui stesso personaggio di alcuni capitoli del libro, così come lo è il libro stesso. In alcune parti, infatti, le vicende dei personaggi sono intercalate dalle riflessioni realistiche dell’autore riguardo il periodo di produzione del romanzo, il suo studio delle varie parti, a che cosa sono dovute certe immagini, i suoi dubbi sull’inserimento di una certa vicenda in un certo punto. “Prima esecuzione” è quindi personaggio di se stesso, così come Domenico Starnone è personaggio del libro che sta scrivendo. Lui stesso cerca una strada dentro il suo scrivere, che si rivela portatrice di nuove esperienze, le quali a loro volta risuonano secondo una melodia costante da sempre: quella di inventare storie sentendosi allo stesso tempo da queste inventato.

Come avrete visto, non ho speso neanche una parola per parlare della trama, della vicenda in sé, non perché sia poco interessante o marginale, anzi è molto coinvolgente, ma quello che veramente spiazza il lettore è leggere a un certo punto che tutto sta cambiando sotto le proprie mani, che il libro che si sta leggendo si trasforma in qualcosa di diverso. È come se, mentre si è immersi in una vasca piena d’acqua, si tirasse fuori la testa e ci si rendesse conto che la stessa vasca galleggia in mezzo al mare, e questo mare con la vasca dentro non è altro che il sogno di uno scrittore che con la sua fantasia lo sta creando, goccia dopo goccia.

Tornai in strada, raggiunsi la fermata dell’autobus. Fuori c’era, per sommi capi, l’azzurro del cielo, il verde degli alberi, il rosso del semaforo, il blu dei calzini nella scarpa nera, un nugolo di moscerini, l’oscillare delle bandiere stinte su cui si legge pace, il gatto che balza oltre la cancellata, i passanti frettolosi o svagati, la vegetazione dei giardini che si protende oltre i muri e rischia di strapparti un occhio, le auto, gli autobus, un aereo luccicante, le pale degli elicotteri come nei giorni in cui si protesta, si grida, ci si azzuffa. Mi piaceva ogni cosa del mondo, quando si mostrava per sommi capi.

In memoria 27 - L'eredità di Brunetto

“Di più direi; ma il venir e il sermone
più lungo esser non può, però ch’io veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.
Gente vien, con la qual esser non deggio:
sieti raccomandato il mio ‘Tesoro’,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio.”
Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quegli che vince, non colui che perde.

Inferno, canto XV versi 115-124

venerdì 2 maggio 2008

La vita fa paura!

Il dottor Kelso è un personaggio straordinario. E sicuramente quello con il ruolo più difficile. È il cattivo della situazione, all’apparenza, l’odioso primario che pensa solo ai soldi, che vede i pazienti esclusivamente come polizze assicurative, che disprezza tutti gli altri medici che non considera nemmeno colleghi, e via dicendo. Ma non è facile fare tutto questo.
Ovviamente, avrete capito che ancora una volta sto parlando di Scrubs. L’altra sera ho rivisto questo episodio, “Il mio nostalgico capo”, e mi è venuto subito il desiderio di farci un post. Ci è voluto un po’ per isolare gli spezzoni che mi interessavano e montarli, ma ne è valsa la pena.
Come dicevo, quello che il dottor Kelso ricopre nelle vicende dell’ospedale Sacro cuore è forse il ruolo più difficile. È facile essere come JD, l’assistente pasticcione, a volte insicuro e un po’ scemo, ma comunque buono e preparato. È facile essere Turk, il chirurgo spavaldo e con un gran cuore. E anche i ruoli di Elliot, Carla, il dottor Cox e degli altri personaggi minori, per quanto possano essere complessi e sfaccettati, sono poco impegnativi dal punto di vista della dinamica delle storie. Per Kelso è diverso. A volte è davvero una persona orribile, cinica e spietata. Altre volte riveste il ruolo del grande padre, che protegge e custodisce la sua creatura, l’ospedale. Altre ancora fa al parte del cattivo perché è il suo dovere, il suo compito, e non vuole evitarlo fuggendo o trovando scappatoie per schivare questa responsabilità. Si assume il peso del suo ruolo, e lo svolge fino in fondo, anche quando deve attirarsi addosso gli sguardi d’odio di tutti perché ha licenziato due infermiere per motivi di budget.
Nell’episodio cui mi riferisco, suo è il compito di far prendere una decisione giusta ad una paziente, e in maniera trasversale anche a Turk, che ha problemi nel suo matrimonio con Carla. La lezione morale che impartisce è magistrale, migliore di quella che qualunque professore possa mai dare in un’aula universitaria piena di studenti. E non voglio spendere altre parole per sottolineare o enfatizzare questo messaggio, è tutto detto alla perfezione in quelle poche battute, e nel commento fuori campo della voce di JD alla fine della storia. Il vero problema è riuscire a fare i conti con questo messaggio, riuscire ad accettarlo nel mondo reale, quando è facile dire che questo è solo un telefilm in cui è semplice lanciare messaggi ma che poi nella vita vera tutto sembra crollarti addosso e non riesci a sostenerlo. Le difficoltà sono tante, per lunghi periodi non si vede la luce, e le tentazioni di prendere strade più confortevoli ma sbagliate sono molte. Allora, forse ricordare quelle parole del dottor Kelso potrà aiutarci nel fare le scelte giuste, nel lottare per quello che vale veramente, nel saper affrontare le delusioni e i fallimenti. Nell’imparare a vivere quando “La vita fa paura!”.

giovedì 1 maggio 2008

In memoria 26 - L'invettiva di Brunetto

Ed egli a me: “Se tu segui tua stella,
non puoi fallire al glorioso porto,
se ben m’accorsi nella vita bella;
e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei all’opera conforto.
Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion che tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gente avara, invidiosa e superba:
da’ lor costumi fa che tu ti forbi.
La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesime e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancor nel lor letame,
per cui riviva la sementa santa
di quei Roman che vi rimaser, quando
fu fatto il nido di malizia tanta.”

Inferno, canto XV versi 55-78

One Piece

I fumetti raccontano storie. E le storie hanno tante funzioni. Una è quella di intrattenere, di far passare il tempo. Poi c’è quella di divertire. Molto spesso, le storie trasmettono un messaggio. E poi, a seconda di chi è la persona che le legge, hanno il potere di far sognare. Nella mia libreria ci sono circa duemilatrecento albi a fumetti, la maggior parte dei quali compongono delle serie. Ce ne sono di tutti i tipi: americani, italiani e giapponesi; comici, romantici, avventurosi, fantascientifici e horror. Alcuni portano messaggi seri e profondi, altri sono spensierati e allegri. Tutti mi lasciano dentro qualcosa ogni volta che li leggo. Un po’ come fanno i libri. Perché tutto questo preambolo? Perché stavolta non parlerò di una storia, di una serie o di un messaggio in particolare. Voglio sfruttare questa prima ristampa di “One Piece” per ricordare qualcosa. Dirò soltanto che One Piece è la storia di un sogno, anzi di più sogni, uno per ognuno dei protagonisti. C’è chi vuole diventare il re dei pirati, chi lo spadaccino migliore del mondo, chi vuole trovare il coraggio, chi vuole disegnare la mappa del mondo, chi vuole trovare il cuore del mare dove vivono delle specie uniche di pesci, chi vuole diventare un grande medico. Sogni. Come quelli di tutti noi. Forse potrà sembrare un fumetto di poco valore, non fa altro che raccontare le peripezie di un gruppo di personaggi che vanno in giro per il mondo in cerca di avventure, affrontando nemici pittoreschi e dandosele di santa ragione dicendo battute stupide. Sfogliandolo con superficialità è così. D’altronde, non stiamo certo parlando di “Maus”, o di “Persepolis”, o di “V for Vendetta”. Nessun messaggio politico, sociale o morale emana dalle pagine disegnate da Eiichiro Oda. Però qualcosa mi colpisce quando lo sfoglio. Mi sembra di tornare a sognare. Ritrovo per qualche momento la mia infanzia, quando il mondo era un luogo da esplorare, quando le giornate trascorrevano tirando frecce contro gli alberi, o scavando buche nel terreno, o costruendo baracche di tavole. E ad un tratto, quegli alberi erano eserciti di nemici, quelle buche erano misteriose città sotterranee, quelle baracche erano rifugi segreti in cui custodire tesori. Poi accade qualcosa, si cresce, ed è giusto farlo, è un nostro dovere. Le sfide diventano laurearsi, un’indipendenza, per alcuni la famiglia. Il mondo smette di essere quel luogo misterioso e inesplorato che si vedeva dalla finestra di casa, le mattine d’estate, quando ci si alzava per correre fuori a dare calci ad un vecchio pallone. Adesso, tutto ciò che vuoi vedere lo trovi su internet, o mal che vada, in un’agenzia di viaggi. Per questo, trovare qualcosa che ci faccia tornare a quei tempi non è una cosa da sottovalutare. Anche quelle storie grottesche e un po’ stupide, se riescono a farci di nuovo sognare, sono cose preziose.