giovedì 10 giugno 2010

Il collezionista di sogni

Storia curiosa, quella di questo romanzo a fumetti ad opera di Enrique Breccia, che avevo già avuto modo di apprezzare come disegnatore in “Lovecraft”. Qui, in veste anche di scrittore, propone i primi capitoli dell’opera a un editore spagnolo, che in seguito rescinde il contratto, motivo per cui Breccia lo ripropone ad un autore argentino, che lo lascia assolutamente libero di impostare il racconto come voleva. Da questo ha origine quella minima discrepanza che notiamo nel passaggio dai primi quattro capitoli ai successivi, dove si legge un maggiore legame con la sua patria.

In un luogo al di fuori del tempo e dello spazio, l’unica cosa che mantiene vivi gli spiriti degli uomini è la lotta. E quando ci si rende conto che si può superare la lotta abbracciando la pace, l’umanità viene investita dalla piaga della ‘peste sottile’, una noia mortale che uccide in poco tempo tutti quelli che contagia. I luminari dell’epoca decidono che l’unico modo per combattere la peste è il Sir-ko Roman-ho, in cui uomini e animali si affrontano per il divertimento degli spettatori. Così, viene ingaggiato Nato, un mercenario, che da quel momento sarà chiamato Il collezionista di sogni, incaricato di andare alla ricerca di Mister Hyde, del Lupo mannaro, del Minotauro, e di altri personaggi mitologici da far combattere nel Sir-ko. Comincia così il suo lungo viaggio attraverso i luoghi più disparati della realtà, dall’isola di Creta alla Londra vittoriana, passando per luoghi del tutto al di fuori del tempo e dello spazio, fino all’approdo su un’isola di ristoro che non rappresenta un epilogo ma solo l’inizio di un nuovo viaggio.

Scritta e disegnata in maniera magistrale, quest’opera è a pieno titolo considerata la più personale tra quelle di Enrique Breccia, in quanto l’averla prodotta e pubblicata nel suo paese natale gli ha dato modo di metterci dentro non solo la sua personalissima visione del mondo e della vita, ma soprattutto della storia moderna e contemporanea che ha visto come protagonista il suo paese, l’Argentina. Soprattutto nella parte centrale del racconto, infatti, leggiamo una profonda critica al golpe militare che ha portato al regime che per molti anni ha retto le sorti del paese, e soprattutto alla distruttiva influenza che i vicini Stati Uniti hanno esercitato con la loro politica neo-imperialista, dove la musica rock ha ucciso le melodie delle canzoni popolari argentine e dove pochi privilegiati hanno svenduto le risorse del paese per il loro tornaconto, senza curarsi delle tradizioni e della cultura del loro stesso popolo. Con un profondo senso di rammarico, leggiamo un Breccia turbato anche dalla incapacità politica di quanti, nelle intenzioni o nelle parole, avrebbero dovuto opporsi a questi eventi, e che di fatto non ne sono stati capaci.

Un viaggio onirico verso mondi fantastici e tempi remoti che scopriamo essere profondamente legati alla nostra realtà quotidiana. Un capolavoro del maestro argentino del chiaroscuro e della china, ma anche della parola.

sabato 29 maggio 2010

I ragazzi di Anansi

Comprato come al solito per una delle mie fissazioni (nel mio dialetto si direbbe ‘fisima’), cioè di avere il più possibile di quello che scrive Neil Gaiman, devo dire che questo romanzo ha piacevolmente soddisfatto le aspettative che ripongo sempre nell’autore inglese. Aspettative che, devo essere onesto, qualche volta sono state un po’ deluse, soprattutto con alcune opere a fumetti. I romanzi invece finora mi sono piaciuti tutti (ne ho letti solo tre, ma spero al più presto di avere il tempo per leggere anche gli altri), e se dovessi fare una classifica, direi che questo sorpassa alla curva finale “American Gods”, che mi era piaciuto tanto e di cui ho già parlato in un precedente post. Ancora una volta Gaiman si confronta con il suo amato mondo della mitologia, ma stavolta, con una scelta secondo me molto efficace dal punto di vista narrativo, invece che costruire il solito pantheon con decine di divinità e affini, si concentra su uno solo di questi, rendendo la narrazione più lineare e coinvolgente di quanto non fosse quella di “American Gods”.

Charles Nancy, da tutti chiamato Ciccio Charlie con suo particolare fastidio, è una persona comune. Potremmo dire assolutamente mediocre. Forse l’unica cosa che lo distingue dalla media della popolazione è una forma quasi patologica di timidezza, retaggio di un’infanzia vissuta con un padre che non perdeva occasione per sbeffeggiarlo e fargli fare brutte figure. Però c’è un’altra cosa che rende Ciccio Charlie speciale, anche se lui non lo sa: suo padre non è altri che Anansi, il dio ragno di origine africana, il padrone di tutte le storie. Ma il signor Nancy (quello stesso che avevamo conosciuto in “American Gods”) decide di passare a miglior vita in una frenetica sessione di karaoke in pubblico, lasciando al figlio Charles un’eredità tanto inattesa quanto indesiderata. Tanto per cominciare, si scopre che ha un fratello gemello, Ragno, che di lui è praticamente il riflesso opposto: spavaldo, piacente, sicuro di sé, spericolato. Ciccio Charlie all’inizio è curioso di conoscere questo fratello di cui non sospettava nemmeno l’esistenza, e, aiutato da alcune simpatiche vecchiette, riesce ad entrare in contatto con lui. Cosa che avrà tutta una serie di conseguenze ben poco piacevoli per lui e per la sua normalissima vita.

Che cosa combinerà Ragno al fratello, alla sua fidanzata, al suo lavoro e più in generale alla sua vita, vale la pena di scoprirlo leggendo il romanzo, che, intrecciando gli elementi mitologici con una trama quasi poliziesca, riesce a coinvolgere e a far divertire pur mantenendo un certo livello di drammaticità e trasporto, soprattutto nelle vicissitudini sentimentali con cui il povero Charles sarà costretto a cimentarsi. Il tutto scandito da un espediente che a me piace molto in Neil Gaiman, vale a dire il sottotitolo di ogni capitolo dove una frase assolutamente criptica spiega quello che succederà senza in realtà dire niente, del tipo: “Capitolo nove in cui Ciccio Charlie va ad aprire la porta e Ragno incontra i fenicotteri”. Un accorgimento letterario che Gaiman aveva già usato in altre opere, per esempio “La stagione delle nebbie”, una parte della saga di Sandman, che secondo me incuriosisce e diverte il lettore con una semplice frase che una volta letto il capitolo è quasi scontata ma che tutti, leggendola, si trovano a pensare ‘l’avrei voluta scrivere io una cosa del genere’. In definitiva, se qualcuno non conosce il Gaiman romanziere e volesse fare un primo passo, questo libro è, secondo me, la scelta ideale.

Le storie di Anansi risalgono a quando gli uomini hanno cominciato a raccontarsi le storie. In Africa, dove tutto è cominciato, ancora prima che gli uomini dipingessero sulle pareti delle caverne i leoni e gli orsi, prima che raccontassero le storie delle scimmie, dei leoni e dei bufali. Grandi storie da sogno. Gli uomini hanno sempre avuto questa predisposizione. È così che interpretavano il mondo: tutto ciò che correva o strisciava o penzolava o serpeggiava doveva passare per le storie, tribù diverse di uomini veneravano creature diverse.

lunedì 24 maggio 2010

Cos'è successo al Cavaliere oscuro?

Immagino sia la storia che tutti vorrebbero scrivere, ma anche quella che nessuno vorrebbe mai scrivere. Così come chi ama una persona considera un grande onore pronunciarne l’orazione funebre, ma allo stesso tempo non vorrebbe mai farlo perché significherebbe che quella persona è morta, allo stesso modo scrivere l’ultima storia di Batman deve essere un onore e un peso indescrivibili. Però tutto questo presuppone che Batman possa morire, cosa di cui Neil Gaiman non sembra essere così sicuro. Ed è proprio per questo che Batman muore. Un sacco di volte. Bene, adesso che siete tutti veramente confusi, possiamo parlare di “Batman – Cos’è successo al Cavaliere oscuro?”, una storia in cui Gaiman dà prova della sua grande fantasia miscelata ad un profondo e sentito legame con il personaggio e gli autori che nel corso di settant’anni ne hanno raccontato le storie, cimentandosi allo stesso tempo con un contesto che non è propriamente il suo, quello in cui l’autore inglese si sente più a suo agio, vale a dire il fantasy. Se esiste il contrario si fantasy, questo è proprio Gotham city, e se dovessi pensare al contrario di Sogno, credo che lo chiamerei Batman. Ci sono un sacco di eroi, e un sacco di supereroi, però è strano trovare un supereroe che non abbia niente di super, anzi, ce n’è uno soltanto: Batman. In mezzo a un tizio che può far esplodere un pianeta con gli occhi, ad uno che corre alla velocità della luce, uno che legge nel pensiero ed uno che dà forma alla sua volontà, ce n’è uno che lancia strani aggeggi a forma di ali di pipistrello, che per arrampicarsi ha bisogno di una fune, che se gli sparano sanguina. Eppure è il più forte in assoluto. Quando l’hanno accusato di essere peggio dei peggiori criminali, ha risposto che si sbagliavano, che lui era quello che stava tra i peggiori criminali e la città. Quando gli hanno detto che se fosse tornato a Gotham l’avrebbero ucciso, ha sorriso, dicendo che provando ad uccidere lui, non avrebbero potuto uccidere persone innocenti, ed è tornato a casa. La storia di Gaiman è un tributo, sia al personaggio sia agli autori che in tanti anni lo hanno reso tale, al punto che sia lui che il meraviglioso Andy Kubert hanno, nei loro rispettivi ruoli, cercato di immaginare cosa avrebbero fatto gli autori del passato se avessero scritto le frasi e disegnato le tavole della storia.

Batman è morto. E Gotham city viene a rendergli omaggio, nello squallido retro di un sudicio bar dove Joe Chili fa il barista, mentre Alfred sistema la sala e accoglie gli ospiti. Jim Gordon accanto al Joker, Selina Kyle accanto a Due facce, Superman accanto a Ras Al Ghul, tutti a vegliare quel corpo nella bara che cambia ad ogni tavola in omaggio ai suoi disegnatori. Nella stanza c’è uno spirito, lo stesso Batman, che non capisce cosa sta succedendo davanti ai suoi occhi, e un altro spirito, femminile, che cerca di aiutarlo a capire. Ognuno fa la sua orazione, ognuno racconta come è morto Batman, perché è morto Batman. Ma solo il più grande detective del mondo può scoprire la verità dietro quel corpo, dietro quella maschera.

Attraverso le parole di Gaiman, scopriamo una grande verità, per mezzo di un finale meraviglioso e poetico nella sua semplicità. Ci sarà sempre un Superman, perché è bello che ci sia, così come una Lanterna verde, un Flash, una Wonder Woman. Ma ci sarà sempre un Batman perché è necessario, perché solo lui può fare quello che fa, solo lui ha quella forza e quel coraggio che servono a Gotham city. Non fa quello che fa per rendere il mondo un posto migliore, o per ispirare gli altri, lo fa perché è necessario che qualcuno si opponga, a prescindere dal risultato finale. Superman non avrebbe la forza di combattere senza la certezza che le sue azioni renderanno il mondo migliore di com’è adesso. Batman ha la forza di combattere con la certezza che non otterrà alcun risultato sulla lunga distanza. Ha la forza di accettare che i suoi sforzi non ripuliranno le strade dalla criminalità. Ci saranno sempre un Thomas e una Martha Wayne che moriranno in un vicolo buio uccisi da un Joe Chili, lasciando da solo un piccolo Bruce Wayne. Ci sarà sempre un Joker che evaderà da Arkham. Per questo ci sarà sempre un Batman nel cielo di Gotham. Superman cerca di cambiare il mondo. Ci vuole molta più forza per fare del proprio meglio per lasciarlo così com’è. Credere che ci sarà sempre il male è molto più difficile che credere nel bene. Batman è morto. Lunga vita a Batman.

domenica 16 maggio 2010

Lovecraft

Il nome dovrebbe essere già abbastanza evocativo, ma per quanti non lo sapessero, Howard Phillips Lovecraft è senza ombra di dubbio uno dei più grandi scrittori della letteratura horror – fantasy. Forse neanche il suo maestro, Edgar Allan Poe, è riuscito con la sua opera a creare un immaginario narrativo tanto variegato e coinvolgente. Il punto è che, in passato e anche oggi, sono sorti e sorgono non pochi dubbi sul fatto che il suo non fosse un semplice esercizio di fantasia. Sono innumerevoli gli autori che si sono ispirati alle sue storie, e si può dire che tutto il panorama fantascientifico e horror della letteratura contemporanea, con pochissime eccezioni, può considerarsi una propaggine di Lovecraft.

Non stupisce quindi che sia diventato lui stesso il protagonista di una storia, nella fattispecie di questa bella e particolare graphic novel ad opera di Hans Rodionoff ed Enrique Breccia. Il primo in realtà è autore di una sceneggiatura cinematografica, essendo questa la sua vera occupazione nella vita, e il suo testo è stato adattato per il fumetto da Keith Giffen, pilastro della DC Comics. Di Enrique Breccia non conoscevo nulla, se non il nome, ma ho piacevolmente scoperto il suo stile artistico molto particolare.

La storia è una vera e propria biografia di Lovecraft, dall’infanzia agli ultimi anni della sua vita, e bisogna dire che, sia nella storia che nella vita, il confine tra realtà e fantasia si assottiglia al punto che i due mondi finiscono per confondersi. Fin dalle prime pagine facciamo la conoscenza del piccolo Howard e dello strano mondo che lo circonda nel suo ambiente familiare. Una madre che lo veste e lo trucca come una bambina, un padre internato in manicomio, dove morirà dopo pochi anni, un nonno che gli fa trascorrere le serate raccontandogli storie terrificanti. Già questo basterebbe a turbare la psiche di un bambino che tutto può dirsi fuorché forte e sicuro di sé e del mondo. Ma a questo punto entra in scena l’elemento fantastico, rappresentato da un misterioso libro, il Necronomicon, appartenuto al padre e forse responsabile della sua follia. Il piccolo Howard non resiste alla tentazione di leggerlo, e da quel momento la realtà davanti ai suoi occhi si trasforma. Apparentemente senza alcuna ragione, il suo mondo comincia ad essere tormentato da spaventose creature che lo cercano spasmodicamente, portandolo molto vicino ad un baratro di follia. Howard è però una persona intelligente, e sfrutta queste sue visioni come protagonisti delle storie che scrive. In realtà, nel suo scrivere si limita a riportare fedelmente quello che vede in quelli che lui stesso definisce viaggi nel sonno. E in effetti le sue opere ricevono un discreto apprezzamento da parte del pubblico e dell’editoria. Poi, durante una delle sue visioni ad occhi aperti, conosce Sonia, di cui si innamora e con la quale comincia a concepire un progetto di vita che non prevede quel mondo immaginario e terrificante che ha scandito fino ad allora la sua esistenza. Ma ben presto si renderà conto che non è così facile, che quelle che lui crede siano creature senza ragione hanno in realtà uno scopo ben preciso, legato al Necronomicon, il libro con cui tutto è cominciato e con cui tutto deve finire. Solo attraverso un ultimo viaggio in quel mondo fantastico, Howard e Sonia riusciranno finalmente a scongiurare il pericolo per la loro realtà e a ritornare al loro mondo. Anche se questo costringerà Lovecraft a continuare nella sua opera, che da adesso avrà un compito fondamentale: impedire che il varco si riapra e mantenere sigillata quella realtà.

Storia interessante su un uomo altrettanto interessante, uno scrittore la cui vita è stata certamente ai limiti della surrealtà tanto quanto le storie che ha scritto, al punto che sulla sua figura si sono fatte molte ipotesi, tra le quali quella che lui fosse veramente convinto dell’esistenza delle creature e dei luoghi di cui scriveva, e che quelli considerati viaggi con la fantasia fossero in realtà deliri di uno schizofrenico che ha perso il contatto con la realtà. Di sicuro c’è che la sua opera è stata fonte di ispirazione per moltissimi autori, non solo di romanzi horror e fantasy, ma anche di fumetti. Ad esempio, è interessante che il luogo popolato dalle sue creature si chiami Arkham, e che proprio in quella città vi sia un manicomio, corrispettivo di quello in cui venne internato e dove poi troverà la morte il padre. Il parallelismo con il famigerato Arkham asylum, il manicomio di Gotham city dove trovano spesso ospitalità i criminali con cui si scontra Batman, è fin troppo facile da fare.

Un commento particolare lo meritano i disegni, che definire così è riduttivo, di Enrique Breccia. Ogni tavola è un quadro ad acquerello, con la forza e l’intensità di certe sfumature che coinvolgono e rappresentano alla perfezione i deliri e le visioni del protagonista. Anche solo per questi, varrebbe la pena di leggere questa graphic novel.

martedì 27 aprile 2010

L'ombra del vento

Non credo sia sbagliato definirlo il capolavoro di Carlos Ruiz Zafon, perché dei tre libri che ho letto di questo autore (i tre che ha scritto da quando ha lasciato la scrittura per l’infanzia) è certamente il migliore. Non che “Il gioco dell’angelo” e “Marina” non abbiano motivi interessanti, ma certamente queste due ultime storie non raggiungono il livello di coinvolgimento del lettore di cui è capace “L’ombra del vento”.

A Barcellona, in un giorno qualsiasi degli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, un padre cammina tenendo per mano il figlio che sta per condurre in un luogo che pochi conoscono, lo stesso luogo dove, molti anni prima, suo padre aveva condotto lui. L’uomo è David Sempere, modesto libraio di quartiere, il figlio è il piccolo Daniel, e il luogo è il Cimitero dei libri dimenticati, dove si custodiscono le opere di letteratura che nessuno più ricorda o conosce, che costituiscono quel tesoro dell’umanità di cui quasi nessuno conosce l’esistenza e men che meno il valore. Qui, Daniel entra in possesso di un libro, “L’ombra del vento”, che è l’ultima opera del suo autore, Julian Carax. Dopo averlo letto in maniera quasi compulsiva, Daniel decide che vuole conoscere meglio quell’autore e leggere gli altri suoi romanzi. Inizia così un’avventura che durerà molti anni, che lo porterà più volte a un passo dalla morte, che lo farà incontrare con persone e personaggi del tutto fuori del comune, in una parola che cambierà per sempre la sua vita.

Al di là della trama avvincente e delle situazioni e atmosfere da racconto giallo, la grande forza di questo romanzo sta nei suoi personaggi. Zafon crea una lunga teoria di protagonisti, comprimari e comparse, che farebbero invidia a una compagnia teatrale per la loro diversità e particolarità. Dal saltimbanco vittima delle violenze della guerra, alla bellissima e irraggiungibile erede di una ricca famiglia, passando per prostitute, orologiai e affittacamere, ogni personaggio che si incontra nella storia ricopre il suo ruolo alla perfezione, senza sbagliare o tentennare su nessuna battuta del copione. Copione tutt’altro che consueto e banale, dato che, leggendo questo romanzo, ci rendiamo conto che in realtà ne stiamo leggendo due, i quali a loro volta si sovrappongono al punto da non rendere per nulla facile capire dove finisce la storia di Julian e inizia quella di Daniel. Nel suo addentrarsi in una Barcellona sempre cupa e misteriosa, il ragazzo scopre delle strane affinità tra gli eventi della sua vita e quelli della vita di Julian Carax, vita che cerca di ricostruire un pezzo alla volta isolando la verità tra mucchi di menzogne e incertezze, come se ricomponesse un puzzle di cui non conosce neanche l’immagine finale. Così, pagina dopo pagina, scopriamo che non è tanto importante sapere dove finisce Julian e dove comincia Daniel, perché, in un modo o nell’altro, la storia è sempre la stessa: la profonda, prorompente e spesso pericolosa passione per la vita.

“Insomma, le ha risposto picche.”
“A Fermin Romero de Torres non risponde picche nemmeno san Rocco. Il fatto è che gli uomini, per tornare a Freud e mi perdoni la metafora, si scaldano come lampadine: bollenti in un attimo, fredde un istante dopo. Le donne, invece, ed è una verità scientifica, si scaldano come un ferro da stiro, mi capisce? A poco a poco, a fuoco lento, come una buona escudella, la zuppa di carne con cavolo e ceci. Ma una volta che si sono scaldate, non le ferma più nessuno. Come gli altiforni della Biscaglia.”

domenica 18 aprile 2010

Heavy rain

Non sono passati poi tantissimi anni da quando tenevamo in mano una scatoletta grigia con una crocetta a sinistra e due tasti rotondi a destra, e facevamo saltare Super Mario da una piattaforma all’altra all’instancabile salvataggio della principessa. Ogni volta si cominciava dall’inizio e per finire il gioco ci volevano ore passate davanti alla televisione, senza potersi fermare, con le costanti lamentele e i rimproveri dei genitori. Dai miei ricordi ero piuttosto piccolo, ma neanche tantissimo, direi che stiamo parlando di circa venti anni fa, e in questo lasso di tempo siamo arrivati ad avere esperienze di gioco davvero rivoluzionarie. Partiamo dagli hardware. È innegabile che ormai abbiamo a disposizione dei veri e propri supercomputer dedicati solo al gioco. Quella scatoletta con un paio di tasti è diventata un pad anatomico con quattordici tasti di controllo e due levette analogiche per il movimento continuo del personaggio e della visuale in tutte le direzioni del piano. L’impostazione informatica consente inoltre il salvataggio in diversi punti del gioco, tanto che non esiste più il concetto del ‘facciamo una partita’. Una singola avventura può durare complessivamente anche decine di ore di gioco, comodamente scandibili in più riprese. E ovviamente sono cambiati i giochi, anche se sotto questo aspetto ci sono delle considerazioni da fare. Tanto per cominciare, per quanto grande sia il numero di titoli che le diverse case di produzione sfornano sul mercato, possiamo tutti raggrupparli in non più di una decina di generi. In fondo, quello che si fa in un gioco è più o meno sempre lo stesso: picchiare, sparare, correre, volare, saltare, raccogliere... Possono essere più o meno curati gli elementi narrativi, i richiami ad opere storiche o mitologiche o letterarie, il numero di personaggi, protagonisti o comprimari, può variare di molto e possono essere molto diverse le modalità di azione (a turni, in tempo reale, più esplorazione e ricerca, più combattimento, ecc...), ma in definitiva abbiamo sempre a che fare con una storia, uno o più personaggi con un obiettivo da raggiungere, e l’abilità del giocatore sta nel raggiungerlo nel modo più brillante possibile. Tutto questo fino a “Heavy rain”.

Tutti noi esseri teledipendenti (chi più chi meno) siamo piuttosto saturi di film e telefilm thriller barra gialli barra noir, ma per quanto coinvolgente possa essere la trama, è sempre qualcosa che sta succedendo sullo schermo e che ci limitiamo a guardare. Con “Heavy rain” questo concetto non vale più. Abbiamo letteralmente a disposizione un film interattivo, in cui le nostre scelte e le azioni che faremo compiere ai protagonisti cambieranno il corso degli eventi. Purtroppo, quando si parla di qualcosa di questo tipo, è difficile farlo senza svelare particolari interessanti e misteriosi, che generano la suspance durante la storia, ma cercherò di farlo lo stesso.

Ethan Mars è il padre felice di una famiglia felice, che trascorre la sua vita felice tra lavoro e passatempi vari. La storia inizia in un giorno felice del compleanno del suo figlio felice, Jason, quando cominciando a prendere confidenza con i controlli, apparecchiamo la tavola, giochiamo con i bambini e andiamo a fare una passeggiata. Tutto molto felice, insomma. Ma la giornata è destinata a trasformarsi in tragedia, perché Jason muore in un incidente senza che suo padre riesca a salvarlo. Inizia così il dramma interattivo, e i titoli di testa (come dicevo, è un vero e proprio film) con le immagini di una città in cui sembra piovere sempre ci accompagnano due anni dopo quell’evento, in cui un Ethan sull’orlo, anzi, ben oltre l’orlo della depressione si colpevolizza di non aver saputo salvare il figlio e cerca di tenere insieme i pezzi di una vita distrutta, separato dalla moglie e con l’altro figlio con il quale non riesce ad instaurare alcun tipo di rapporto. Proprio in quel periodo, l’assassino dell’origami ricomincia a colpire. Questo è un serial killer che uccide bambini affogandoli nell’acqua piovana e facendoli ritrovare in zone dimesse con un piccolo origami in mano e un’orchidea sul petto. Scott shelby, il secondo protagonista, è un investigatore privato assunto dalle famiglie delle vittime per indagare su questo killer, che comincia a raccogliere informazioni sui bambini, e scopre che i loro padri avevano ricevuto una misteriosa lettera quando i figli erano scomparsi. La stessa lettera che Ethan Mars riceve quando suo figlio Shaun scompare. Intanto, il cadavere di un altro bambino vittima dell’assassino dell’origami viene ritrovato vicino ad una ferrovia, motivo per cui entra in scena il nostro terzo protagonista, Norman Jayden, un investigatore dell’FBI scelto apposta per indagare su questi omicidi con un rivoluzionario sistema scientifico chiamato ARI. Il quarto personaggio è Madison Paige, che incontra per caso (almeno così sembra) Ethan, ferito e sconvolto, in uno squallido motel di quartiere, e cerca di aiutarlo. A poco a poco scopriamo che Ethan soffre di improvvisi black out, e sembra manifestare alcuni sintomi di schizofrenia, per cui lui stesso è convinto che sia l’altra parte di sé ad aver rapito Shaun e ad aver mandato quella lettera che contiene degli indizi, ottenibili solo dopo il superamento di alcune prove, con i quali potrà scoprire dove è tenuto prigioniero il bambino. Infatti, l’assassino non affoga direttamente le sue vittime, ma le rinchiude in un pozzo o qualcosa di simile e aspetta che si riempia di acqua piovana. Più piove, più presto il bambino muore. Da qui la ‘pioggia pesante’ del titolo, pioggia che scandisce tutta la storia con il suo cadere incessante.

La storia è molto ben strutturata, coinvolgente, senza punti morti e abbastanza variegata nell’alternare i vari personaggi per mantenere alta la tensione. Il coinvolgimento emotivo è notevole, come pure la pesantezza psicologica nell’agire nei panni di Ethan, padre angosciato non solo dalla possibilità della imminente morte del suo secondo figlio a due soli anni di distanza da quella del primo, ma soprattutto dal costante dubbio di esserne lui stesso la causa, e che tutto questo macabro gioco a ritrovare Shaun sia solo un modo che la parte malata di sé ha escogitato per punirsi della morte di Jason. Tuttavia, quello che davvero affascina è la possibilità di interagire letteralmente con la storia, facendo in modo, ad esempio, che Ethan sopravviva o muoia nella storia, che venga arrestato o che scappi dalla polizia, che riesca o meno a salvare il figlio. E questo vale per tutti i protagonisti, in modo che per ognuno ci siano circa quattro – cinque modi diversi di concludere la storia, in un intreccio del tutto imprevedibile. Se ogni volta che avete visto un eroe accusato ingiustamente sfuggire alla cattura della polizia vi siete infastiditi del fatto che tutto vada sempre nello stesso modo, con “Heavy rain” potrete sfogare il vostro desiderio di protagonismo facendogli fare tutto quello che volete. “Heavy rain” apre la strada (speriamo) ad un nuovo concetto di gioco, in cui il protagonista diventa davvero il giocatore, e in cui la vera sfida non è arrivare alla fine ma fare la scelta giusta. Un po’ come nella vita vera.

venerdì 9 aprile 2010

Crisi di identità

Uomini e donne. Nient’altro che questo. E non è cosa da poco. Uomini e donne che volano, che diventano fuoco o acqua, che corrono, che si allungano, che rimpiccioliscono. Uomini e donne che vestono con strani costumi, che portano sul petto strani simboli. Uomini e donne di carta. Ma vivi. Se c’è una prova che questi non sono semplici personaggi, ma persone a tutti gli effetti, la possiamo trovare nelle pagine di questo volume. So che vi sembrerà un’esagerazione, discorsi di questo tipo lo sembrano sempre. Come quando si dice che sono reali i personaggi delle tragedie di Shakespeare, o delle canzoni di De Andrè, o dei film di Fellini. Qualcuno dirà che alla fine è tutta una finzione, che la vita vera è quella di fuori, dove ci sono mutui e bollette da pagare, cartellini da timbrare, figli da accompagnare a scuola, dove non ci sono aerei a forma di pipistrello, né donne con i capelli in fiamme, né uomini che volano con addosso una tutina blu e un mantello rosso sulle spalle. Eppure io continuo a dire che sono vivi. Quei fumetti gridano, ridono, lottano, piangono. Quei fumetti muoiono. Ne sono convinto da molto tempo, ma ne ho avuto la conferma quando mi sono sentito veramente triste per la morte di Sue Dibny, angosciato per il dolore di suo marito Ralph, incazzato come i suoi amici che non riescono a trovare il responsabile.

Mentre Elongated man, al secolo Ralph Dibny, è impegnato in una ronda notturna, qualcuno si introduce nella sua casa, dove sua moglie Sue sta organizzando una festa a sorpresa per il compleanno del marito. Nonostante i disperati tentativi di chiedere aiuto, Sue viene uccisa e poi in parte ustionata, presumibilmente per coprire alcune tracce. Dopo il funerale, tutta la comunità dei supereroi dà fondo alle proprie risorse per trovare il responsabile, ma sembra che il misterioso assassino non abbia lasciato alcuna traccia. Mentre le ricerche procedono, e vengono trovati e interrogati noti criminali che potrebbero avere avuto notizie del fatto, ma senza nessun risultato, altri familiari di supereroi ricevono minacce. Jean Loring, la ex moglie di Atom, viene impiccata alla porta del suo appartamento, e si salva per miracolo. Jack Drake, il padre di Robin, non è così fortunato, e nonostante qualcuno gli abbia mandato una pistola per difendersi, l’arma di Capitan boomerang lo trafigge in pieno petto, non prima che l’uomo sia riuscito a ferirlo a morte sparandogli. Ma è possibile che sia stato proprio il vecchio Boomerang a commettere gli altri crimini? Improbabile, anzi, praticamente impossibile, soprattutto quando il Dottor Midnight, eseguendo l’autopsia di Sue, trova delle strane tracce nel suo cervello, tracce che sembrano condurre ad un solo nome.

Ma non è certo l’intreccio investigativo, per quanto ben tessuto, coinvolgente e ricco di partecipanti, il punto di forza di questa storia. Anche perché l’omicidio di Sue è certamente il punto centrale della narrazione, ma è anche il punto di partenza per lo scatenarsi di una serie di rivelazioni riguardanti vicende fino ad ora taciute avvenute tra le fila della JLA. In particolare, della decisione da parte di alcuni membri della Lega di sottoporre al lavaggio del cervello il Dottor Light e nientemeno che Batman, quando quest’ultimo scopre cosa stanno facendo i suoi compagni. Evento, questo, che avrà tremende ripercussioni in tutti gli eventi DC che seguiranno, primo tra tutti il Progetto OMAC e tutto ciò che da questo deriverà in “Crisi infinita”. Un altro elemento narrativo di grande forza è il fatto che la morte di Sue Dibny ci dà l’occasione di ripercorre i vari lutti che i supereroi DC hanno dovuto affrontare negli anni. Persone che hanno perso genitori, figli, mariti, fratelli. E anche e soprattutto dà l’occasione a tutti gli altri di rendersi conto quanto preziosi siano i legami familiari che hanno con i loro cari, quanto siano importanti quei brevi momenti trascorsi in loro compagnia, tra una missione e l’altra. Ed ecco che stranamente Superman va nella fattoria del Kansas tutti i giorni, in quella settimana di eventi, Robin trova una scusa per non uscire di ronda con Batman un paio di notti, e Roy Palmer riscopre il forte legame con la sua ex moglie. Per cui, verso la fine della storia, cominciamo a intravedere la risposta a quella domanda che ha tormentato tutti nel corso di questo evento, una domanda alla quale neanche il più grande detective del mondo è riuscito a trovare una risposta, e cioè: chi ci ha guadagnato dalla morte di Sue Dibny? E la risposta è: tutti gli altri.

Scritto da Brad Meltzer e disegnato da Rags Morales, “Crisi di identità” è una profonda riflessione sul senso della vita e della morte, sulla sofferenza e la rinuncia, sul valore degli affetti e delle perdite. E sulla vera, reale, natura della maschera. Se con quello che ho detto finora non sono riuscito a trasmettervi il desiderio di leggere questa storia, avete solo un’ultima speranza: andare in fumetteria, aprire il volume e guardare la pagina 182. se anche questo non sortisce alcun effetto, vuol dire che non c’è niente da fare: non meritate di leggere “Crisi di identità”.

- Ancora non ci sei arrivato? Ripensa alla tua stessa vita, Wally... a tutto quello che hai fatto per proteggere il tuo segreto. Non è per te che indossi la maschera. Ma per tua moglie, i tuoi genitori... e un giorno, chissà... per i tuoi figli. In giro là fuori ci sono autentiche belve, ragazzo. E noi non possiamo essere sempre con i nostri cari. Non possiamo proteggerli sempre. Ma la maschera sì.