domenica 18 novembre 2007

Fahrenheit 451

Qualcuno l’avrà già letto, qualcuno avrà visto il film che ne è stato tratto, qualcuno ne avrà almeno sentito parlare. Quello che più mi rammarica è quando qualcuno mi dice che non ha idea di cosa sia. Proviamo a parlarne.

Le mie smisurate manie di grandezza e di protagonismo (sto scherzando, non sono così folle) in questo momento mi fanno immaginare me stesso su un palco, con un leggio e un microfono davanti, mentre parlo di questo libro ad una platea, che per comodità è composta da cento persone, prese a caso nel mondo.
“Fahrenheit 451 è un romanzo di fantascienza…”, e non ho ancora finito di pronunciare la frase che una buona cinquantina di quei cento che mi stavano a sentire si alza e guadagna l’uscita in tutta fretta. Di sicuro, quei cinquanta sono quelli che si ritengono veri lettori di veri libri, e non possono perdere tempo con la fantascienza. Di quelli che sono rimasti, almeno trenta sono ragazzini in crisi d’astinenza da Star wars, o Star trek, o Star qualcos’altro, disposti a tutto, anche a leggere, pur di avere la loro dose quotidiana di effetti speciali. Gli ultimi venti, infine, sono persone di tutte le età, ma con la mente abbastanza aperta da capire che il grande libro è fuori dal genere.
Uscendo dallo scenario ipotetico, mi amareggia il fatto che capolavori della letteratura vengano inquadrati come libri di serie B, per non dire F o Z, solo perché, in una classificazione rigida e scolastica, devono rientrare nel genere fantascienza. Su questo discorso avrò occasione di tornare altre volte, adesso parliamo di Fahrenheit 451 (scritto da Ray Bradbury, avevo dimenticato di dirlo).

Quei trenta che si aspettavano gli alieni, le astronavi e le spade laser resteranno delusi: non c’è niente di tutto questo. Pubblicato nel 1953, racconta di una supertecnologica ma temporalmente non collocata civiltà del futuro, in cui un regime totalitario fascistoide, a suo dire per mantenere il benessere e la felicità dei sudditi, vieta categoricamente di possedere o leggere libri. Allo scopo di debellare la piaga della cultura, esiste un apposito corpo di vigili del fuoco, che, a differenza dei nostri, tengono fede al loro nome: non spengono gli incendi, ma li appiccano, ai libri e alle case di chi li possiede.
Montag è uno di questi vigili, il 451, come sta scritto sul suo elmetto, e armato del suo eroico tubo al cherosene, compie il suo lavoro con scrupoloso zelo. Non potrebbe mai dubitare della giustezza delle sue azioni, e degli ordini dai quali derivano. Poi qualcosa si spezza in questo incanto. Qualcuno è cosciente dell’orrenda realtà, un depositario della verità, una persona speciale: un folle. Anzi, una folle, che Montag incontra per caso, e che turba profondamente le sue convinzioni. Da distruttore di libri, a poco a poco Montag si trasforma in loro salvatore, conosce persone che nell’ombra si ribellano al regime, elabora un piano per rovesciarlo. Ovviamente, il piano è destinato a fallire, e parte la caccia all’uomo. Montag però, spinto dalla più assoluta disperazione, riesce a fuggire, e assiste impotente, davanti ad uno schermo televisivo, all’assassinio di un innocente, spacciato per lui dal regime. Perché il regime non può perdere, non può fallire, il regime vince sempre. Almeno, così deve sembrare agli occhi di migliaia di spettatori, che assistono quasi lobotomizzati al crudele spettacolo.
Allora Montag non ha più niente? Quell’unico libro che era riuscito a salvare è andato distrutto, e lui si ritrova in un accampamento di barboni, a guardare una fiamma, di cui fino a poco prima era padrone, che adesso benignamente gli concede di scaldarsi. In realtà, qualcosa rimane: tutti quei barboni non sono altro che ex incendiari, che sono riusciti a salvare dei libri e a fuggire. Li hanno nascosti nell’unico luogo sicuro sulla Terra dove nessuno li troverà mai, se loro non vorranno: nelle loro memorie. E anche Montag diventa il depositario di una parte di quel tesoro:

“E quando ci domanderanno cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere: Ricordiamo. Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. E verrà il giorno in cui saremo in grado di ricordare una tale quantità di cose che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi, nella quale sotterrare la guerra”.



Ecco cosa rimane: il sogno, la speranza, e soprattutto, la memoria. Per cui, invece di annaspare incoscienti in un mondo di frenesie e scadenze, forse è il caso che tutti noi, anche solo pochi minuti al giorno, ci fermiamo un attimo a guardare qualcosa, a leggere qualcosa, a imprimerla nella nostra memoria, e se qualcuno ci chiede cosa stiamo facendo, risponderemo: Ricordiamo.

Arrowsmith - Il fascino della divisa

Guerra. Ci coinvolge tutti, siamo noi uomini, animali o piante. Tutto ciò che tocca viene segnato, distrutto o trasformato in quanto di peggio ci possa essere.
La storia che Kurt Busiek e Carlos Pacheco ci narrano è una storia vecchia come la vita sulla Terra, ma non manca di spunti originali e di quel tocco di fantasy che la rende interessante. Siamo nel 1915, la Prima Guerra Mondiale è nel pieno del suo svolgimento nella vecchia Europa, ma non manca di far parlare di sé anche nel nuovo continente. È però una guerra diversa da quella di cui tutti abbiamo letto nei libri di storia. In questa guerra, al fianco degli uomini, combattono esseri magici, folletti, draghi, troll, nani, zombie, vampiri e altri ancora. E anche gli uomini fanno uso delle arti magiche, da una parte e dall’altra. Arti che nelle mani dei generali e dei soldati si trasformano in armi di distruzione, non molto diverse da quelle che le attuali tecnologie hanno messo (purtroppo) a nostra disposizione in tempi recenti.

L’animo delle persone però, sia che vivano nel nostro mondo o in uno permeato dalla magia, rimane sempre lo stesso. Sogni, desideri, illusioni, paure, sono tutti presenti allo stesso modo, sia che teniamo in mano un fucile che una balestra con dardi infuocati. È soprattutto la storia di questi sentimenti quella che ci viene raccontata dagli autori, attraverso il personaggio del giovane Fletcher Arrowsmith, un ragazzo di campagna, nato e cresciuto nel Connecticut, dove le giornate trascorrono tutte uguali, tra una battuta di pesca sul lago vicino casa e un carico di materiale da scaricare nell’officina del padre fabbro. A turbare questa monotonia e a risvegliare i sogni nella mente del ragazzo arriva un gruppo di soldati appartenente ai C.A.O., i Corpi Aerei d’Oltremare, un sorta di aviazione in cui non sono gli aerei a portare in cielo gli uomini, ma dei piccoli draghi magici. Per Fletcher è praticamente impossibile resistere al fascino della divisa di quelli che per lui sono eroi, volontari che vanno a combattere oltreoceano, in Gallia, contro le forze nemiche prussiane. E a nulla valgono le lamentele e i rimproveri del padre, diffidente verso la magia di cui questi soldati si servono e della guerra in genere. Dopo aver parlato con Rocky, il troll che lavora con il padre, scappato dalla sua terra devastata dalla guerra, e dopo avergli dato del codardo, il giovane Fletcher scappa di casa una notte, per andare ad arruolarsi, intenzionato a fare qualcosa che sente di dover fare, perché qualcuno deve farlo, perché è giusto combattere chi minaccia la libertà degli altri popoli, e perché deve essere bellissimo volare nei cieli. L’addestramento è duro, ma Fletcher mostra subito di avere talento e una naturale predisposizione per il volo, tanto da guadagnarsi la stima dei suoi istruttori, e le invidie di alcuni compagni di addestramento. A sostenerlo c’è però il suo migliore amico, Jonathan, che era scappato di casa anche lui quella notte, perché volevano cambiare il mondo insieme, e la sua ragazza, Grace, contagiata anche lei dalla voglia di aiutare gli altri. Purtroppo però il sostegno dell’amico è il primo a venire meno, e la sua morte il primo giorno di battaglia in Europa è il primo muro contro cui i suoi sogni vanno a sbattere. Con la ragazza lontana, anche lei volontaria come guidatrice di ambulanze al fronte, Fletcher sembra essere più morto che vivo, combatte nelle battaglie con grande determinazione, ma poi non festeggia le vittorie con i compagni, non esce dalla caserma, non gioca a carte, non fa nulla per allentare la tensione che lo opprime. Festeggiare gli sembra ingiusto nei confronti dell’amico morto, e si sente responsabile per averlo in qualche modo convinto a seguirlo in quello che voleva fare. Una chiacchierata sotto la pioggia con il suo comandante riesce a tirarlo fuori da questa apatia, e a risvegliare in lui il desiderio di vivere normalmente.
Su una cosa Fletcher non ha alcun dubbio: quello che stanno facendo è giusto, lui e i suoi compagni sono dalla parte del bene, e a dimostrarlo sono le azioni tremende che i nemici attuano. Massacrano civili con magie oscure, stringono patti con i demoni per accrescere il loro potere, sguinzagliano ogni genere di creatura contro di loro, profanano i morti facendone dei soldati che anche se deboli sono molti e pericolosi. Si ripete quindi l’eterno dilemma del Bene e del Male. Il Male può utilizzare qualunque mezzo per perseguire i suoi scopi, mentre il Bene è vincolato da principi morali, dal rispetto per gli altri individui, anche se sono nemici, e anche se non mostrano gli stessi scrupoli.

Uno a uno, Fletcher vede cadere tutti i suoi compagni, gli amici, il bullo grande e grosso che lo tormentava durante l’addestramento, i comandanti. Nessuno sfugge alla distruzione della guerra, e il ragazzo sa che prima o poi potrebbe capitare a lui. Man mano che la guerra continua, si assottigliano sempre di più le sue certezze, i suoi punti fermi si allontanano. Solo la stima e il rispetto del suo comandante lo sostengono. Fino a quando il suo gruppo non deve partire per una missione segreta. Hanno una nuova arma, messa a punto dai maghi ricercatori che perfezionano sempre più le tecnologie per la guerra, e devono distruggere la fabbrica di armi dei nemici, in una città vicina. Ma ovviamente nessuno sa che cosa sia la nuova arma che gli è stata data. Quando sganciano i primi contenitori rimangono sgomenti: delle creature spaventose, non molto diverse da quelle utilizzate dai nemici, distruggono in pochi minuti l’intera città, straziando tutta la popolazione, le donne, i bambini. Nessuno si salva, e anche il ragazzo è in pericolo, e viene salvato dal comandante. Solo loro due faranno ritorno. Nel campo in cui viene curato ritrova Grace e Rocky, che si è deciso a combattere anche lui in memoria della sua famiglia distrutta dalla guerra tempo prima. Fletcher a questo punto è totalmente distrutto. Distrutto dal senso di colpa per aver spinto tante persone a far parte di quell’orrore, Grace, nei campi a guidare le ambulanze e a raccogliere corpi smembrati, Rocky, giudicato da lui un codardo perché non aveva reagito alla morte dei suoi familiari, Jonathan, che lo aveva seguito per condividere insieme un sogno, un sogno che si era trasformato in un incubo ad occhi aperti, e dal quale non è possibile svegliarsi. E distrutto dal vedersi crollare davanti agli occhi tutte le sue certezze. Era convinto che la sua fosse la parte giusta, che anche se i loro maghi avessero avuto a disposizione le magie oscure dei nemici non le avrebbero mai usate, che nessun innocente avrebbe mai perso la vita per mano sua. E invece tutto questo è accaduto, e Fletcher si rende conto che in una guerra non c’è mai una parte giusta, che non c’è un buono e un cattivo, che non ci sono colpevoli e innocenti, che tutti loro cono colpevoli. Le azioni eroiche non possono cancellare le atrocità di cui tutti loro si sono macchiati combattendo. E per quanto credano di combattere per la libertà, non ci può essere libertà se la gente muore.

Troppi morti da entrambe le parti, morti per ciò in cui credevano. Morti facendo cose che mai avrebbero creduto possibili, prima. E quelli che pensiamo comandino, non comandano davvero. È la guerra che comanda. Noi combattiamo, e gli innocenti muoiono. Ma se smettiamo, muoiono altri innocenti. E la cosa peggiore è che anche i Prussiano direbbero la stessa cosa. Anche loro fanno quello che devono. Resistono. Rispondono agli attacchi. L’unica cosa che possiamo fare è tirare avanti. Cercare di contenere l’incendio finché non si spegne. Sperando che rimanga qualcosa, dopo.

Tecnicamente il lavoro è molto ben fatto, e i disegni pastosi e lineari di Pacheco si armonizzano molto bene con la trama scorrevole e di facile lettura di Busiek. L’essenzialità e l’impatto sono le caratteristiche di quest’opera, volontariamente ricercati per dare più risalto al significato profondo del grande tema che ci sta dietro. L’unica cosa che forse si può trovare come difetto è quella di aver lasciato poco spazio all’approfondimento dell’elemento fantasy, che risulta solo un abbellimento piuttosto che un vero contenuto. Personalmente non mi sarebbe dispiaciuto vedere il punto di vista di una delle creature utilizzate come armi nella guerra. In fondo, anche se Rochy, l’amico di Fletcher, è un troll di roccia, il suo personaggio di fatto è un comune essere umano, e rappresenta solamente il concetto del profugo di guerra costretto ad abbandonare la sua terra. E anche i maghi, pur avendo un ruolo fondamentale nelle vicende, non vengono caratterizzati più dell’essenziale, e sembrano ricordare le figure dei vecchi generali seduti ai tavoli che ragionano con il cinismo e la freddezza che deve avere chi prende decisioni che coinvolgeranno le vite di molti esseri umani, da una parte e dall’altra.La storia che ci narrano Busiek e Pacheco potrebbe sembrare banale e già raccontata, e forse in alcune parti lo è, ma sono convinto che, oggi più che in altri tempi, non basta mai ripetere quali orrori porti la guerra. Fortunatamente molti di noi non vi sono mai stati coinvolti direttamente, ma basta parlare con i nostri nonni, e guardarli negli occhi mentre ci raccontano le loro storie, per vedere come quegli orrori sono ancora impressi dentro di loro, e come niente potrà mai cancellarli. Alla frase “Sto cercando un grande guerriero”, il maestro Yoda ribatté “Grande guerrirero? Guerra non fa nessuno grande”. Niente di più vero, oggi come tanto tempo fa, in un mondo fantastico così come in uno reale come il nostro. Che poi, chi l’ha detto che quello reale è il nostro? Magari da qualche parte c’è davvero un soldato che vola con il suo draghetto sulla spalla, e un autore di fumetti sta scrivendo una storia che parla di un soldato con una strana arma di ferro che spara piccoli oggetti metallici. Di una cosa possiamo essere sicuri: sia il soldato che vola nel cieli che quello con il fucile in mano si porteranno dentro le stesse angosce, le stesse paure, e lo stesso destino: imprimere agli altri lo stesso marchio d’odio che portano. Il giorno in cui saremo in grado di cambiare questo destino, il mondo sarà un posto migliore. E forse l’opera di alcuni artisti ci può guidare in questo senso.

Le Rragioni della forma


Doveroso, oltre che piacevole, e per me particolarmente importante, mi sembra l’omaggio ad un libro che potrei definire di nicchia. Non è un bestseller, non è di un autore famoso, non è narrativo. Parlando superficialmente, si potrebbe dire che “Le Rragioni della forma” è un libro di architettura, e che Filippo Raimondo è l‘architetto che l’ha scritto. In fondo, Monet è quello che ha dipinto il quadro con il sole, e il quadro con il sole è quello dipinto da Monet. Forse il paragone è un po’ eccessivo, ma mi serve a far notare come parlare in questi termini si può considerare non solo riduttivo, ma anche ingiusto, e forse pure offensivo.

Qualche nota biografica. Filippo Raimondo nasce a Cefalù nel 1953, come dice il risvolto della copertina. Quello che non dice è che Filippo nasce al numero 23 di piazza duomo, in una casa cui si accede attraverso un cortile interno acciottolato, da cui parte una scala che conduce ad un portone col batacchio. Non dice che a soli quattro anni Filippo subisce una grave perdita, che per rispetto a lui e a tutti coloro che l’hanno vissuta non approfondirò. Non dice che Filippo, finito il liceo (siamo nei primissimi anni settanta), esprime il desiderio di studiare architettura a Roma, e che sua madre gli risponde “Vai, figlio mio, non posso imprigionarti qui con me”.

Parte perché la provincia gli sta stretta, perché ha bisogno di vedere il mondo, di parlare con chi l’ha visto, e soprattutto, di posizionare sul mondo i suoi giocattoli. Come un bambino curioso e intelligente che gioca con le costruzioni, così Filippo gioca con le forme dell’architettura, armonizzandole, fondendole, facendole collidere, facendole esplodere, per poi mischiare i frammenti e ricominciare. E mentre il cuore batte in Sicilia, dove ci sono sua madre e il ramo materno della sua famiglia, il cervello schizza lontano: l’Italia non basta (Roma, Milano, Venezia, Perugia, Pescara…), l’Europa è lì a due passi (Colonia, Vienna, Francoforte, Helsinki…), ed è un’ottima rampa di lancio per il resto del mondo (Tokio, New York, Il Cairo…).

Tutto questo, e qualcosa d’altro, è contenuto ne “Le Rragioni della forma”. Non ho sbagliato a scrivere, né la prima né la seconda né la terza volta. Quella doppia R non fa altro che sottolineare la sua sicilianità, il suo essere irrimediabilmente legato a questa terra, la nostra terra, e ne sono prova i primi capitoli del libro, in cui chi legge può ripercorrere, passo dopo passo, il suo processo di crescita mentale e professionale, dalle 'sciare' del Fannaco, tra cui giocava da bambino, alle processioni religiose dei paesi dell’entroterra. Poi, ecco che spunta, come un 'funciu', quel capitolo astratto, bizzarro, quasi surreale, che chi scrive di tecnica raramente è capace di realizzare. Ne “Il cerchio interrotto” si manifesta tutta la brillantezza, tutto l’ingegno e tutta la cultura di Filippo, un capitolo in cui elabora una teoria (o quantomeno ne getta le basi) che ha l’ambizione di dare un senso universale alle cose dell’arte.

Ma la cosa che più mi ha stupito nel leggere questo libro è la seguente. Leggendo il solo testo, si ha la sensazione di avere a che fare con qualcosa che, pur affondando profondamente le sue unghie nella carne della realtà e della materialità, conserva tuttavia un alone di mistero, una sensazione di etereo distacco dal quotidiano lavoro materiale di chi si siede ad un tavolo e disegna linee. Guardando le sole immagini che accompagnano gli scritti, invece, si viene investiti, quasi con violenza, dalla materia, dalla brutale crudeltà di ore e ore di lavoro, non sempre coronate dal raggiungimento di un risultato gratificante e remunerativo, che Filippo ha dovuto sopportare in ventisette anni di vita professionale. E poi, ecco il tocco di magia: scritto in piccolo, alla fine di ogni capitolo, un po’ in disparte, quasi fosse un sussurro che vuole precisare appena quello che l’imponente voce ha scandito finora con forza, ecco che si legge: “Riflessioni a margine del progetto tale”, oppure “Riflessioni sulla contemporaneità fatte in occasione del progetto talaltro”. Ed ecco che capisci tutto. Capisci come le mani non sanno far nulla senza la testa, e come una testa senza mani non produrrà mai niente. Capisci che la costruzione materiale non potrebbe avvenire senza un percorso mentale, filologico e filosofico, e come delle semplici speculazioni astratte non avrebbero molto più valore di deliri allucinatori senza la capacità di concretizzarli materialmente. Filippo Raimondo c’è riuscito, e a mio modesto parere meriterebbe un giusto riconoscimento di pubblico. Non lo dico tanto perché è mio cugino, quanto perché è il mio architetto, perché so quanto vale e perché so che dà un senso al suo lavoro.

sabato 17 novembre 2007

Presentazione

Sì, lo ammetto, il titolo non è una mia invenzione. Forse non si può pensare a un inizio peggiore di una scopiazzatura, qualunque sia la cosa che ci si appresta a presentare. Tuttavia non mi pento di questa scelta, e spero nelle prossime righe di riuscire a spiegare il perché.

Prima di ogni cosa, quando si parla a qualcuno sarebbe educato presentarsi, e ho già tardato un po’ nel farlo, ma ho preferito un incipit un po’ più d’effetto. Ritengo che quando si scrive la prima cosa da fare sia catturare l’attenzione, coinvolgere chi sta dall’altro lato della pagina, o dello schermo, in quelli che sono i propri pensieri nel momento in cui vengono fissati sul supporto che li conserverà. Ed è probabile che dopo questa prime centotrenta parole io abbia già fallito in questo intento, comunque…
Salve a tutti, benvenuti, e qualunque sia stata la strada che vi ha condotto qui, vi ringrazio per esservi soffermati a leggere queste parole. Per i miei dati personali, rimando al profilo qui accanto, perché mi preme parlare di quello che leggerete su queste pagine se avrete la sfortuna di capitarci ancora.

“Cose preziose” è il titolo di un libro, o meglio, la traduzione italiana dell’originale “Needful things” di Stephen King. Non parlerò qui di questo libro, spero di farlo in seguito, ma ne ho usato il titolo perché quando lo lessi mi piacque molto, ne rimasi affascinato, colpito e un po’ inquietato, e nelle stramberie della mia mente ho sempre desiderato avere qualcosa di mio che si chiamasse così (in realtà avevo pensato che, una volta raggiunta l’età della pensione, avrei aperto una piccola libreria di paese, e l’avrei chiamata “Cose preziose”, ma ho optato per un più ‘realistico’, e più rapidamente realizzabile, blog).

Cose preziose parlerà di quelle cose che io ritengo essere ‘preziose’. Non sto soltanto esibendomi in futili giochi di parole, ma vorrei sottolineare un concetto: viviamo in un mondo pieno di spazzatura, che ci viene riversata addosso da un curioso elettrodomestico chiamato televisione. Già nel nome si manifesta uno dei più grandi orrori del nostro mondo: la perdita della cultura, parlata e scritta. Quella scatola che negli ultimi decenni ha invaso le nostre case, infatti, dovrebbe chiamarsi “televisore”, non “televisione”. Quest’ultima, più esattamente, è la trasmissione che l’oggetto si limita a fornirci. Basta solo questo esempio per dimostrare come tutti noi, me compreso, stiamo scivolando lungo una pericolosa china che è quella della perdita della cultura. Storpiamo parole di uso comune, utilizziamo frasi sgrammaticate, e ci irritiamo quando qualcuno ci corregge, cavalcando l’onda dei programmi contenitore e dei varietà, in cui tutto si mostra, tranne che cultura, in cui la parola magica per raggiungere il successo è “cioè”, che si sente ripetere come un intercalare martellante, quasi che debba per forza scandire la sequenza di parole di una frase per darne il ritmo, per conferirle significato: “Cioè perché io veramente vorrei che tu cioè facessi quello che mi aspetto, cioè hai capito quello che voglio dire?”. Eccovi un esempio di quello che sento uscire da quegli altoparlanti in un normale primo pomeriggio della mia vita, quando sono appena rientrato a casa dal lavoro (farei meglio a dire università, ma chi mi conosce sa cosa voglio dire, gli altri forse lo capiranno presto).
Perché tutto questo preambolo? Perché vorrei riportare l’attenzione su quegli oggetti preziosi che sempre meno vedo nelle case delle persone che frequento, o in mano alla gente sui treni su cui viaggio: i libri. Ecco le cose preziose di cui vorrei parlare: condividere con voi le sensazioni, le emozioni che provo quando leggo un libro, quello che mi lascia quando lo finisco e lo ripongo al suo posto, nella libreria, quello che dico a qualcuno quando consiglio di leggerlo. Il contatto della carta sui polpastrelli, il profumo della colla da rilegatura che si può scoprire solo infilando il naso tra le pagine di un libro nuovo, e quello del tempo che trascorre tra le pagine di un libro vecchio, il gusto di alcune parole che si imprime sulle labbra quando, dopo aver letto una frase, la si rilegge sottovoce, mormorandola, per assaporarla davvero appieno.

Ma non sarà solo questo. Altre cose preziose mi circondano: i fumetti. Un buon cinquanta percento di quello che troverete qui riguarderà la nona arte, che condivide dei libri tutto quello di cui ho appena parlato, e vi aggiunge le sensazioni visive suscitate, evocate, scolpite sulla retina dalle immagini.
Qualche intrusione a me molto gradita la faranno film, spettacoli, musica, eventi culturali, ai quali parteciperò o avrò partecipato in passato e che vorrò condividere con voi. Infine, qualche essere diabolico, o un arcano sortilegio, potrebbe convincermi a fare una cosa che non ho mai fatto prima: pubblicare (nel senso di far leggere a qualcuno che non sia io stesso) quell’ammasso di parole che ho scritto negli ultimi anni, e che si manifesta in qualche romanzo, qualche racconto, qualche poesia e qualche altra cosa. A questo proposito, urge una precisazione.

Norman Mailer, grande romanziere americano scomparso sette giorni fa alla veneranda età di ottantaquattro anni, in una intervista di qualche anno fa, alla domanda “Lei come si giudica tra gli scrittori americani?”, rispose: “Se mi considero il migliore, oppure no? Non so cosa rispondere. In fondo non mi interessa molto saperlo, poiché non è importante pensare di esserlo. Ci saranno venti scrittori nel nostro paese, ognuno convinto di essere il migliore tra quelli viventi. Io sono uno di quei venti. D’altra parte non sono amico di nessuno di loro perché sono dei bastardi…”. Cinismo e misantropia a parte, una cosa condivido di queste parole: ben pochi di quelli che scrivono possono fregiarsi del titolo di scrittori, e certamente nessuno di quelli che hanno scritto uno o due libri che hanno venduto subito migliaia di copie (ogni riferimento a Federico Moccia è puramente casuale). Un romanzo è come un matrimonio: sai che vale veramente quando festeggi i cinquant’anni, non prima. Se un libro viene letto ancora cinquant’anni dopo che è stato scritto, forse è un buon libro. Tutto quello che viene prima sono solo opinioni. Perciò, non essendo un vanaglorioso, non mi sentirete mai riferirmi a me stesso con il titolo di scrittore. Così come quando qualcuno mi vedeva tempo fa con la chitarra in mano, e mi chiedeva se suonavo, io rispondevo “Non suono, la uso”, allo stesso modo posso dire che non sono uno scrittore, sono uno che scrive. Fino ad ora mi sono sempre rifiutato di condividere con chiunque quello che ho scritto, ma chissà che in un futuro prossimo non troviate in questa sede qualcosa che porta la mia firma e che non sia solo una recensione o un commento a cose scritte da altri.
Bene, a questo punto credo di aver dato uno sfogo materiale sufficiente alla mia logorrea mentale, quindi non mi resta che salutare tutti quelli che non hanno chiuso la pagina prima di arrivare qui e hanno continuato a leggere, dandovi appuntamento al più presto, quando comincerò a inserire su questo mio neonato blog dei post che parlino di qualcosa di più concreto, invece che continuare a sproloquiare. E per chi volesse interagire in qualche modo, spazio aperto a critiche, commenti, insulti, parolacce e quant’altro vogliate inviarmi.