lunedì 31 dicembre 2007

Quei sacri valori tanto, tanto fragili...

Oggi, dopo pranzo, sfoglio il giornale, e leggo, tra le prime pagine, un articolo riguardo l’ultimo angelus di quest’anno del papa, dove si legge che Benedetto XVI ha dedicato questo ultimo sermone al valore della famiglia, ribadendo per l’ennesima, estenuante volta, che la famiglia deve essere “fondata sul matrimonio indissolubile di un uomo e una donna”, e “dalla cui buona salute dipende il bene della persona e della società”. Fino all’ultimo giorno dell’anno, la solfa non cambia. Tutti questi appelli alla sacralità di certe istituzioni, alla loro inviolabilità e indiscutibilità, mi fanno pensare una cosa: non sarà che, nell’incessante difendere questi concetti, ci sia una consapevolezza di fragilità ben più grande di quanto si voglia ammettere? Che motivo ci sarebbe di ribadire ogni giorno che l’unica famiglia possibile è quella cristiana, fatta di un uomo e una donna, e via dicendo, se si è davvero convinti della forza di questa istituzione. E soprattutto, perché spaventa così tanto che altri possano scegliere delle alternative, e che queste siano riconosciute come aventi pari diritti alla famiglia tradizionale? Non sarà che questa famiglia tradizionale, a ben guardare, non è poi molto migliore di quelle, diciamo così, alternative? Finora ho posto solo una lunga serie di interrogativi, ma adesso cercherò di dare delle risposte, le mie risposte, sia chiaro, e non dettami ufficiali. E lungi da me il desiderio di offendere alcuno nella sua sensibilità.

Fin da quando ho avuto una maturità sufficiente a pormi certe domande, ho elaborato un concetto mio personale di spiritualità, che condivido solo con pochissime persone, e che considero la mia religione. Però mi rendo conto che altri potrebbero aver fatto percorsi diversi, perché magari le domande che si sono posti saranno state altre, e perché lo sono state certamente le risposte. Entrambi ci saremo chiesti cosa c’è dopo la morte, oppure se ci sia una volontà superiore che dà significato alla nostra esistenza, e avremo trovato le nostre risposte, ma non credo che le une escludano le altre. Non ho paura che, se un altro individuo dovesse scegliere una religione diversa dalla mia, questo indebolirebbe la forza della mia eventuale fede. Non credo che chiamare un dio con un nome sminuisca il valore di un altro dio chiamato con un altro nome. Così come un credente non dovrebbe venir impensierito dal fatto che qualcuno sia ateo.
E seguendo questa teoria, non credo che due persone che scelgono di sposarsi con rito cattolico vedano sminuito il valore del sacramento che si apprestano ad accogliere solo perché, magari a poche centinaia di metri, altre due persone stanno sottoscrivendo un contratto davanti ad un pubblico ufficiale per acquisire gli stessi diritti e doveri come coppia sposata davanti alla legge. Così come non credo abbia alcun valore un sacramento ricevuto controvoglia, o senza piena coscienza. Sono stato battezzato cinque mesi dopo la mia nascita, e sono certo di non aver espresso nessun parere a riguardo in quel momento, ma da adulto ho fatto le mie scelte, e per me quel rito è come se non fosse stato mai compiuto. Allora mi viene da pensare che chi sguaina le spade in difesa del matrimonio tradizionale lo fa perché ha paura che, se ci fosse un’altra scelta possibile, molti sceglierebbero la seconda possibilità. Allo stesso modo, se è possibile avere una famiglia nel vero senso della parola senza essere sposati, o senza essere di sesso diverso, il rischio è che molti scelgano questa possibilità invece di sottomettersi a regole antiquate. E ciò equivale a dire che la gran parte di quelli che si sposano in chiesa lo fanno per abitudine, perché si fa così, non perché lo sentono veramente, così come i bambini si battezzano non tanto perché si crede nel valore del battesimo, ma perché è tradizione, o perché non si sa mai, meglio non correre rischi.

Da bambini, a scuola ci facevano imparare a memoria una frasetta che non sopportavo neanche allora, figurarsi adesso: “La nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri”. Niente di più falso. La frase giusta, secondo me, dovrebbe essere: “La nostra libertà comincia dove comincia quella degli altri e finisce dove finisce quella degli altri”. L’unica cosa che dà valore ad una mia scelta, è sapere che esiste un’altra persona che può fare una scelta diversa. Il valore che ha il dio dei cristiani è legittimato dall’identico valore che ha quello dei musulmani, quello degli induisti, quello degli animisti, quello dei buddisti, e anche dal fatto che alcuni scelgano di non avere nessun dio.

Per questo vorrei dire, in un piccolo saluto personale di fine anno, che non è necessario preoccuparsi tanto degli sguardi degli altri, perché in fondo, il vero valore di quello che facciamo è solo dentro di noi, e nessuno, con nessuna legge, potrà mai togliercelo. Sarebbe molto più utile, ma questo è solo un consiglio, che chi si batte per distruggere le idee e le scelte degli altri (magari recitando sermoni in spagnolo per colpire chi legifera a riguardo), impiegasse le stesse energie per dare vigore alle proprie. In questo modo non ci sarebbe il rischio che il matrimonio, la famiglia, e quant’altro, perdano il loro valore intrinseco.

venerdì 28 dicembre 2007

Labilità

Era inizio estate del 2005, stavo ancora nella casa di Palermo in cui ho passato i primi anni della mia vita universitaria. Immerso fino al collo nello studio (e anche in qualcos’altro, che per educazione non nominerò), scandivo le giornate a forza di capitoli ripassati. Avevo comprato questo libro da poco, e non appena finito di leggere quello precedente, cominciai questo, come lettura serale. In breve, però, erano più le pagine lette per svago, che quelle lette per studio, durante la giornata, e per scacciare il senso di colpa mi dicevo che in fondo non stavo perdendo tempo, che so, uscendo a passeggiare o giocando ai videogiochi. La verità era che questo libro mi aveva stregato, rapito, trascinato in una sorta di dipendenza che mi costringeva a iniziare un nuovo capitolo non appena ne finivo uno.

Non conoscevo Domenico Starnone, e purtroppo non ho avuto occasione di leggere altri suoi libri, fino ad ora, ma proprio ieri sono stato in libreria e ne ho visto uno nuovo, che mi ripropongo di comprare a breve. E forse è proprio perché non lo conoscevo che sono rimasto ancora più affascinato dal suo modo di scrivere. Il protagonista del suo romanzo è uno scrittore che scrive un romanzo di cui è protagonista lui stesso. Già questo basterebbe a capire quanto è abile Starnone. Scrivere una storia che ha come protagonista uno scrittore e l’opera che sta scrivendo è, secondo me, la cosa più difficile con cui si possa cimentare chiunque prenda in mano una penna. Ho letto altri romanzi che hanno come protagonisti degli scrittori, e solo chi padroneggia veramente l’arte dello scrivere è in grado di creare queste opere. Penso, ad esempio, a “La metà oscura” di Stephen King, o a “Lila, Lila” di Martin Suter, di cui spero di parlare, prima o poi. A dire il vero, il reale protagonista del romanzo non è lo scrittore, ma sono i suoi fantasmi. Fantasmi che vengono dal passato, sotto forma di una madre bellissima, di figurine di calciatori, di un padre che continua a morire, di un amico d’infanzia. Fantasmi che entrano da porte di memoria lasciate spalancate proprio da lui, che lo assalgono, lo feriscono, lo privano del sonno. E lo fanno scrivere. Perché lo scrivere condiziona ogni aspetto della vita dello scrittore, dal rapporto con la moglie lontana per lavoro, alle apparizioni in pubblico, agli incontri con l’amante. Tutto quello che è la sua vita è espresso dalle parole, anche quello che chiunque altro non saprebbe concretizzare in suoni o segni. Le parole sono un gioco, aiutano a inserirsi nel racconto bugiardo che ci si fa ogni giorno del mondo. E, arrivato a quella che crede essere la fine della sua carriera, vuole esercitarsi a smettere di parlare, e a smettere di scrivere.
È così. Chi scrive veramente non lo fa perché si impegna a farlo. Piuttosto, l’impegno deve essere nel riuscire a non farlo, perché scrivere è come mangiare, dormire, respirare. Si può trattenere il respiro, ma solo se ci si sofferma a pensare come farlo. E non per troppo tempo, altrimenti si rischia di morire asfissiati. Ma anche respirare, o in questo caso scrivere, conduce alla morte. Una morte strana, diversa, una morte che richiede un coraggio particolare per essere accolta.

“Hai finito il libro?”.
“Di fatto, sì”.
“Sei contento?”.
“No. Ma sono arrivato a una conclusione”.
“Quale?”.
“Ho fallito”.
“Che ne sai?”.
“Ho sbagliato strada”.
“In che senso?”.
“Ho pensato che scrivere fosse la continuazione piacevole dei giochi dell’infanzia”.
“E invece?”.
“Scrivere è vivere fino a morire di scrittura ed io, in tutti questi anni, non ho mai avuto il coraggio necessario”.
“Mai?”.
“Solo una volta, a dieci anni. Ma provai tanto dolore, che non sono andato più per quella strada”.

Dal vangelo secondo Fabrizio

Se ne potrebbe parlare per ore e ore senza essere minimamente ripetitivi, eppure, quando si ascoltano certe cose, il più grande desiderio è quello di stare zitti e di apprezzare il valore del silenzio, in cui risuonano ancora le parole della canzone. Una voce roca, calda e profonda, appassionata nella sua tranquillità, nella sua calma.

È il periodo di natale, forse a qualcuno non sembrerà il momento giusto per parlare di queste cose, perché siamo tutti più buoni, le canzoncine si diffondono per le strade, le vetrine sono illuminate, tutti giocano a tombola, e altre stronzate del genere. Mi scuserete se non sono d’accordo con tutto questo. Non do valore religioso a questi giorni, ma ho il massimo rispetto per chi lo fa. Quello che un po’ mi infastidisce è che spesso il natale diventa la scusa per evitare certi discorsi, per non fare qualcosa che in un altro momento si farebbe. Ma soprattutto, non condivido il fatto che per forza bisogna essere felici e contenti come in una favola. Questo atteggiamento superficiale non mi è mai piaciuto, perché le cose brutte succedono anche nel periodo di natale, e ognuno ha il diritto di essere incazzato quanto vuole, ha il diritto di tenere il muso lungo anche al cenone, ha il diritto di voler stare chiuso in casa a riguardare vecchi film in dvd che conosce a memoria. Perché, al di là di tutte le ipocrisie, delle maschere di felicità che ci cuciamo addosso, in fondo tutti quanti non siamo altro che uomini, fatti di emozioni positive e negative insieme. Siamo rabbia e allegria, gioia e violenza, passione e invidia, odio e amore, impastati insieme con lacrime e sangue. Solo questo, nient’altro che uomini.

E proprio di questo parla quello che ho voluto chiamare “il vangelo secondo Fabrizio”. Mi riferisco a “La buona novella” di Fabrizio De Andrè, disco storico, uscito per la prima volta nel 1970, e che da allora ha fatto pensare e innamorare migliaia di fan, e ancora oggi, e poco meno di quarant’anni di distanza, è una delle opere più moderne e intense che io abbia mai ascoltato. Ogni canzone andrebbe studiata e analizzata per ore e ore, e forse sembrerò fanatico, ma non credo che farebbero brutta figura tra i testi di studio in un liceo. Ne ho volute isolare due, cui sono particolarmente legato, e che forse più di altre dimostrano come quella natura umana che molti si ostinano a negare è l’unica cosa che concede dignità e significato alla nostra esistenza.

Via della croce
Poterti smembrare coi denti e le mani,
sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,
di morire in croce puoi essere grato
a un brav’uomo di nome Pilato.
Ben più della morte che oggi ti vuole,
t’uccide il veleno di queste parole:
le voci dei padri di quei neonati,
da Erode, per te, trucidati.
Nel lugubre scherno degli abiti nuovi
Misurano a gocce il dolore che provi:
trent’anni hanno atteso, col fegato in mano,
i rantoli d’un ciarlatano.

Si muovono curve, le vedove in testa,
per loro non è un pomeriggio di festa;
si serran le vesti sugli occhi e sul cuore
ma filtra dai veli il dolore:
fedeli umiliate da un credo inumano
che le volle schiave già prima di Abramo,
con riconoscenza ora soffron la pena
di chi perdonò Maddalena,
di chi con un gesto soltanto fraterno
una nuova indulgenza insegnò al padreterno,
e guardano in alto, trafitti dal sole,
gli spasimi d’un redentore.

Confusi alla folla ti seguono muti,
sgomenti, al pensiero che tu li saluti:
“A redimere il mondo”, gli serve pensare,
“il tuo sangue può certo bastare”.
La semineranno per mare e per terra
tra boschi e città la tua buona novella,
ma questo domani, con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.
Nessuno di loro ti grida un addio
per esser scoperto cugino di Dio:
gli apostoli han chiuso le gole alla voce,
fratello che sanguini in croce.

Han volti distesi, già inclini al perdono,
ormai che han veduto il tuo sangue di uomo
fregiarti le membra di rivoli viola,
incapace di nuocere ancora.
Il potere, vestito d’umana sembianza,
ormai ti considera morto abbastanza
e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni
degli umili, degli straccioni.
Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,
non sono venuti a esibire un dolore
che alla via della croce ha proibito l’ingresso
a chi ti ama come se stesso.

Son pallidi, al volto scavati al torace,
non hanno la faccia di chi si compiace
dei gesti che ormai ti propone il dolore,
eppure hanno un poto d’onore.
Non hanno negli occhi scintille di pena,
non sono stupiti a vederti la schiena
piagata dal legno che a stento trascini,
eppure ti stanno vicini.
Perdonali se non ti lasciano solo,
se sanno morire sulla croce anche loro,
a piangerli sotto non han che le madri,
in fondo, son solo due ladri.


Tre madri

Madre di Tito
“Tito non sei figlio di Dio,
ma c’è chi muore nel dirti addio”.

Madre di Dimaco
“Dimaco ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre”.

Le due madri
“Con troppe lacrime piangi, Maria,
solo l’immagine di un’agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno.
Lascia noi piangere, un po’ più forte,
chi non risorgerà più dalla morte”.

Madre di Gesù
“Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.
Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama ‘nostro Signore’,
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di paradiso.
Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.
Non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio”.


Una raccomandazione: adesso che avete letto il testo, correte in un qualsiasi negozio di dischi e comprate l'album (oppure ricorrete ad altri mezzi che non sto a dire...), poi ascoltate le canzoni, e mentre lo fate, magari sul lettore del PC, tornate sopra, e ricominciate a leggere.

lunedì 24 dicembre 2007

Animal man

Non posso certo parlare, senza annoiare, di tutto quello che è stato scritto di questo supereroe. Non mi è possibile neanche, per mia incapacità forse, parlare compiutamente delle storie scritte dal solo Grant Morrison, alle quali comunque mi riferirò. Voglio invece soffermarmi a parlare di un aspetto che è preponderante nel primo ciclo delle storie scritte da Morrison per Buddy Baker, alias l’Uomo animale (traducendo letteralmente). Non perché questo aspetto sia il solo degno di nota della serie, forse neanche il più interessante e certamente non il più innovativo. Ma di certo è quello che più colpisce un lettore poco avvezzo al mondo dei fumetti, e che è costretto a rendersi conto che non ha a che fare solo con dei ‘tizi in costume’.
Per chi scrive, a qualunque livello, schierarsi, prendere una parte, deve essere a mio parere non solo un diritto, ma anche un obbligo. Ne ho abbastanza di perbenisti che conducono talk show senza dire mai come la pensano realmente. Anche chi deve esprimere un giudizio può avere un’opinione, perché se è una persona onesta e intelligente la sua opinione non inficerà il valore del giudizio. E, anche se dovessi avere un unico, disperato lettore, mi sento in dovere verso questo di essere chiaro nei miei punti di vista. Perché dico tutto questo? Perché quello di cui voglio parlare, e di cui parla Morrison, è un tema molto dibattuto.

Non ho familiarità, anzi ho una vera antipatia, per il termine ‘crociata’, ma purtroppo devo usarlo per parlare di crociata animalista. Questo è il grosso punto focale su cui si snodano le prime storie dell’autore scozzese per Animal man. Non voglio neanche accennare agli spunti, sottotrame e indizi seminati in mezzo a queste storie, e importanti per tutto quello che verrà dopo. Parliamo solo di questo.

Nelle prime storie, Buddy Baker, riavuti i suoi poteri, riprende a piccoli passi la sua carriera di supereroe. In cosa consistono questi poteri? Buddy può interfacciarsi con tutto quello che costituisce il regno animale, dal più piccolo batterio ai grandi mammiferi oceanici, assumendone ogni capacità. E di queste capacità fa anche parte un modo di sentire particolare, a tutti gli effetti ‘animalesco’. Ecco quindi che Buddy comincia a immedesimarsi negli animali macellati per l’industria della carne, o in quelli cacciati di frodo per il commercio delle pelli o dei loro derivati. Comincia a sentire cosa si prova quando un habitat naturale viene devastato per scopi di lucro puramente umani. E non gli sta per niente bene, al punto di buttare tutta la carne che trova nel frigo di casa, con grande disappunto della moglie, e di ergersi a difensore dei diritti degli animali. Questi i dati di fatto. Da questo punto in poi fa tutto parte delle mie opinioni personali.

Non c’è dubbio che le barbarie commesse contro gli animali siano a volte tanto orribili da non poterle nominare. Ma gli estremismi non mi sono mai piaciuti, né in un senso né nell’altro. Diventare vegetariani ad oltranza, rifiutare cibo che contenga anche solo l’odore della carne, come il brodo, mi sembra una scelta che non mi permetto di giudicare, ma che non può essere innalzata a titolo di legge, né imposta ad altri controvoglia. Non mi sentirò mai in colpa se provo piacere a mangiare un filone di pane col salame al mattino appena sveglio. Non condivido in alcun modo la violenza gratuita sugli animali, o anche solo il loro sfruttamento (di cui tra poco farò un paio di esempi che di solito passano inosservati), ma non ci vedo niente di male a cibarmene. Non condivido chi va a caccia solo per il gusto di uccidere, sarebbe più corretto se anche il coniglio avesse un fucile, ma non ci vedo niente di male a cacciare un coniglio e cucinarlo per natale con le patate al forno. Quelli a cui mi riferivo prima sono, ad esempio, i circhi con animali, tenuti in gabbia e a volte maltrattati, e questo lo sappiamo tutti. Ma non sopporto neanche chi mi dice che un buon motivo per avere un cane è portarlo al parco per rimorchiare ragazze. In definitiva, niente da eccepire alle campagne contro l’abbandono o le torture, ma non posso ammettere regole oltranziste che violino la mia libertà. E non mi sentirò mai un criminale o un assassino perché non sono vegetariano.


Un ultimo argomento mi preme sottolineare, perché, in quanto futuro medico, ho qualche volta ricevuto attacchi in questo senso. La scienza ha bisogno di progressi, non tanto per gli scienziati, quanto per tutti quelli che oggi si indignano o si incazzano quando si sentono dire che non c’è soluzione a certe situazioni drammatiche. Ammetto che in passato si sono perpetrate crudeltà inaudite sugli animali, travestite da ‘ricerche scientifiche’, però non possiamo ignorare che ogni piccolo progresso nella scienza medica passa attraverso gli esperimenti sugli animali. Altrimenti ci restano solo due possibilità. La prima è rinunciare a qualunque progresso, e accettare che si continuerà a morire di cancro, AIDS, Parkinson, Alzheimer, ecc., e se questa soluzione fosse stata adottata nel 1928, Alexander Fleming non avrebbe mai scoperto la penicillina. La seconda è ammettere l’utilizzo di cavie umane. In passato si è fatto anche questo, e vorrei ricordare a tutti quelli che dicono che la vita di un ratto e quella di un bambino con la corea di Huntington hanno lo stesso valore, che un ragionamento del tutto sovrapponibile a questo lo faceva circa settanta anni fa un certo dottor Mengele. Per chi non lo conoscesse, provi a fare una ricerca su internet, magari sotto la voce “Nazismo e medicina”.

Cose preziose

Eccolo qui, finalmente, il libro che dà il titolo a queste pagine virtuali. Da me citato ovviamente senza alcuna autorizzazione, in puro stile da pirata della rete (non sarà un caso se si dice ‘navigare’), ma con il profondo affetto che mi lega a questo libro. Era inverno, quando ancora in inverno faceva freddo, e io conoscevo già Stephen King, avendone letto altri romanzi, di cui un giorno spero di parlare. Mi colpì subito, impilato per terra insieme ad altri, come era nello stile del vecchio proprietario dell’unica libreria di Cefalù, quel buon Lorenzo Misuraca che tanto rimpiange chiunque nel mio paese abbia la passione per la lettura. Mi dispiace dirlo, ma dalla sua scomparsa quella libreria è diventata inavvicinabile. Ci saranno sì e no un centinaio di libri, metà dei quali sono best-sellers a mio avviso di poco valore e l’altra metà volumi illustrati e fotografici. Chiedere alla commessa un’informazione significa ottenere una sterile lettura di dati ricercati al computer. Ricordo quando, ancora ragazzino ma già appassionato di tutto quello che era ‘carta scritta’, mi trattenevo un’ora o più a parlare con il signor Misuraca, che consigliava libri, aiutava a sceglierli tirandoli fuori dalle pile che affollavano il suo negozio, li recensiva in estemporanea. È buffo, ma non si dovrebbe essere nostalgici a venticinque anni, vero? I ‘grandi’ pensano che noi abbiamo visto troppo poco e da troppo poco tempo per avere nostalgia di qualcosa.

In “Cose preziose” Stephen King dice addio alla sua Castle Rock, immaginaria cittadina del Maine dove aveva già ambientato le vicende di altri romanzi precedenti. E lo fa alla grande, imbastendo una mistura di atmosfere demoniache e sentimentali, tragiche e grottesche.
Sulla vetrina di un negozio del paese un bel giorno compare un cartello con scritto

APERTURA IMMINENTE!
COSE PREZIOSE
UN NEGOZIO COME NON SI ERA MAI VISTO
“Non crederete ai vostri occhi!”

Chiunque lo veda non può fare a meno di chiedersi che cosa potrà mai vendere un negozio che si chiama così. E, quasi attirati da un malefico magnetismo che cattura l’attenzione di chiunque ci passi accanto, tutti i cittadini finiscono per capitarci dentro, e finiscono per vedere qualcosa che desiderano da sempre. Qualcosa che devono avere a qualunque costo. E Leland Gaunt, il misterioso e inquietante negoziante, sembra cucire su misura per ognuno di loro un prezzo irresistibile per l’oggetto desiderato. A patto che l’acquirente accetti di fargli un piccolo favore… E ognuno esce del tutto soddisfatto, e ignaro del vero prezzo che ha pagato per un oggetto che ha valore solo ai suoi occhi. Toccherà allo sceriffo Alan Pangborn far fronte alla pazzia che dilagherà in città, mentre il signor Gaunt, con un ghigno sornione, si gode lo spettacolo di burattini che ha messo su.

L’horror mi ha sempre affascinato molto, ho letto con trepidazione e avidità i grandi classici come “Frankenstein”, “Dracula”, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signo Hyde”, nonché alcuni racconti di Edgar Allan Poe e H. P. Lovecraft. Ero parecchio scettico sull’horror moderno, credevo che non avrebbe mai avuto il fascino dei grandi temi dell’orrore già narrati nei classici. Mi sono dovuto ricredere leggendo i romanzi di King. Un orrore particolare, il suo, intimista, psicologico, direi quasi empatico, piuttosto che materiale e fisico come era quello cui ci aveva abituato il cinema degli ultimi anni. Un orrore che quasi sempre si annida nella mente dei protagonisti piuttosto che in strani esperimenti o truci omicidi. Un orrore che tiene incollati al libro, una pagina dopo l’altra, non importa quante centinaia queste siano, passeranno comunque in un lampo.
Avrò occasione di riparlarne, forse a proposito di altri romanzi di King, che ho una gran voglia di condividere con i pochi sventurati che leggono queste pagine. Per adesso, buona lettura a tutti.

giovedì 20 dicembre 2007

Domande profonde e il teatro della mente

Questo post si inserisce nel filone di quelli riguardanti storie, secondo me imperdibili, che fanno parte di opere troppo complesse e vaste per essere analizzate nella loro interezza. Così come era stato per “Rito di primavera” tratto da “La saga di Swamp thing”, anche stavolta scomodo Alan Moore, senz’altro il più versatile, audace e poetico tra gli autori di fumetti viventi.

La storia di cui parlo è tratta dal secondo volume della saga di “Promethea”, opera difficile anche solo da inquadrare come genere. Esoterismo, fantasy, eroismo e tanti altri aspetti si intrecciano infatti in queste pagine, stracolme delle psichedeliche trovate stilistiche e concettuali di cui Moore ha fatto il suo marchio di fabbrica.
La storia in questione si inserisce nel punto in cui Promethea, giovane eroina che da poco ha scoperto i suoi poteri, comincia ad addentrarsi nel mondo della magia, e dopo aver studiato sui testi ed aver frequentato un potente mago, si rende conto che è giunto il momento di conoscere la magia dal di dentro. Per far questo, interroga i serpenti che si intrecciano sul suo caduceo, l’arma che porta a mo’ di simbolo. Dalle parole di questi si dipana una filastrocca tutta in rima che spiegherà alla ragazza il vero significato della magia, attraverso un viaggio nella sua mente. Protagonisti di questo viaggio sono in realtà i ventidue arcani maggiori dei tarocchi, che uno alla volta si mostreranno all’eroina, e al lettore, spiegati nel loro significato traslato dai due serpentelli. Attraverso questi, Alan Moore ci spiega l’intera essenza dell’universo e di tutto ciò che esiste, del tempo e della storia, dell’evoluzione dell’uomo, e del ruolo della magia in questi eventi.

In tutto questo, scanditi dall’incessante succedersi dei versi della filastrocca, si inseriscono quegli accorgimenti stilistici di cui parlavo prima. In questi, protagonista assoluto è J. H. Williams III, il disegnatore della saga, che riesce a stabilire un rapporto simbiotico tra i suoi disegni e la sceneggiatura e i dialoghi di Moore. Tutte le tavole della storia sono in realtà un unico lunghissimo disegno che si svolge in senso orizzontale, o meglio ancora circolare. Accostando i margini delle pagine, infatti, si vede come il disegno di una continui in quello dell’altra senza la minima interruzione, e l’ultima tavola si raccorda perfettamente alla prima, in un anello infinito che porta al ripetersi degli eventi, così come la storia, che narrando gli eventi dall’origine dell’universo alla sua fine, può ricominciare ed essere riletta, in un ciclo di eterno ritorno molto caro ad Alan Moore. Anche in altre storie vi sono accorgimenti di questo tipo, come l’utilizzo dell’anello di Moebius, simbolo stesso dell’infinito e dell’unico, su cui per adesso non mi soffermo.

In definitiva, una storia davvero splendida, che solo una mente poliedrica come quella di Alan Moore poteva concepire, e solo una mano vellutata come quella di J. H. Williams III poteva realizzare. Non ho i mezzi per riportare le tavole complete, ma ne trascrivo la parte iniziale della storia, sperando di stimolare la curiosità di chi leggerà queste righe.

[Promethea]:
Va bene, la situazione è questa: sento il bisogno di fare un lungo viaggio per trovare una persona. Un viaggio nella magia. Ho letto un sacco di libri. Capisco le idee intellettualmente, ma non le sento davvero. Devo vedere altro ancora. E anche se mi sento stupida, Bill ha detto che dovevo chiedere a voi. Allora, cosa mi dite?

[Gigino]:
Io sono Gigino. Lui è Gigetto.
Identici siamo sol nell’aspetto

[Gigetto]:
Lui dice “Sì”, io “No” invece sbotto.
Lui sta di sopra, io invece di sotto.

[Gigino]:
Lui è l’immenso, io invece il minuto…

[Gigetto]:
Di’, come possiamo donarti aiuto?

[Promethea]:
Ho… Ho bisogno di capire la magia e credo di essere arrivata a un punto in cui non basta studiare dai libri. Devo capirla dall’interno. Ah…mi ricordate chi è l’uno e chi è l’altro?

[Gigetto]:
Io sono Gigetto. Lui è Gigino.
Il secondo è bianco, il primo corvino.

[Gigino]:
Della magia ti daremo il precetto.
Io sono Gigino. Lui è Gigetto.
Penetrar la magia, almeno in parvenza,
è come entrare nell’intelligenza…
quel celebre show di grande richiamo,
il teatro di ciò che noi conosciamo.
Pensieri in maschera fan lì residenza
sul palcoscenico della conoscenza.

[Gigetto]:
Travestiti da acrobati o da buffoni,
fan salti mortali, evoluzioni!
Qui si lancian parole, roteano idee.
Il mondo scompaia…entrar si dee!

[Gigino]:
Ciò che è all’esterno ora più non esiste.
Dentro son brividi a cui non si resiste.

[Gigetto]:
Scosta il tendone e vedrai iridescente
il circo magico della tua mente.

Cosa resta della lingua

Mentre scrivo queste righe è il 4 dicembre 2007, e pochi minuti fa ho ascoltato il TG1, mentre pranzavo. La voglia di comunicarvi questi miei pensieri viene da due servizi che ho visto proprio in questa edizione del telegiornale. Uno riguardava il tributo ad Enzo Biagi, ad un mese dalla morte. Nel servizio veniva mostrato uno stralcio di una sua intervista in cui diceva che il grande merito della televisione italiana è stato quello di unificare i vari dialetti e di distribuire in maniera capillare sul territorio la lingua italiana. L’altro servizio riguardava la classifica stilata da non ricordo più quale ente statistico sulla preparazione degli studenti delle scuole superiori. In questa classifica, le scuole italiane, e i loro studenti, risultano se ricordo bene trentasettesimi su cinquantasei paesi analizzati, dietro Repubblica Ceca, Lituania, Spagna e altre, per non parlare dei paesi del nord Europa, che occupano i primi posti della classifica. Questi dati mi hanno spinto a chiedermi che cosa resta della lingua italiana e della cultura in generale nel nostro paese. Mi ritornano in mente servizi giornalistici in cui si leggono cifre agghiaccianti: poco più del dieci percento degli italiani legge almeno un libro all’anno. Se consideriamo che siamo più o meno sessanta milioni, e togliendo i bambini sotto i dieci anni (che non è verosimile far rientrare nella categoria di possibili lettori), si può calcolare che sono meno di cinque milioni, in tutta Italia, quelli che sanno cosa sia leggere un libro. Stranamente, mi viene di fare il confronto con certi dati auditel, e mi rendo conto che invece sono ben il ventiquattro percento degli ascoltatori quelli che seguono il programma a mio avviso più volgare e degradante del palinsesto televisivo, che va in onda nella prima fascia pomeridiana sulla principale rete commerciale.

Ricordo che al liceo la mia insegnante di italiano una volta espresse una opinione identica a quella di Biagi, rammaricandosi del fallimento della scuola come mezzo di diffusione della cultura, e cedendo questo titolo alla televisione. Ma questo discorso può valere anche oggi? La televisione è ancora un potente mezzo di trasmissione della cultura, o trasmette soltanto subcultura o peggio ancora franca ignoranza? Forse rischio di sembrare catastrofico, ma credo che stiamo andando incontro ad un fenomeno opposto a quello che avvenne nell’Italia del secondo dopoguerra. Credo si potrebbe chiamare analfabetizzazione: la cultura sta tornando ad essere un fenomeno elitario, un valore ad appannaggio esclusivo di coloro che, per passione, per appartenenza sociale o forse solo per fortuna, vengono a contatto con manifestazioni culturali di ogni tipo. Non dico che tutti dovremmo essere critici d’arte, esperti di musica classica, depositari di profonde conoscenze scientifiche o chissà che altro. Ma quantomeno sapere scrivere e pronunciare due frasi in italiano grammaticalmente corretto, conoscere per sommi capi i grandi eventi storici, avere un’infarinatura del panorama letterario nazionale e internazionale, credo siano tutte cose che dovremmo possedere.

Ma serve davvero dirle, queste cose? In effetti, pensando alle figure meschine che fanno i nostri rappresentanti in campo internazionale, l’unica cosa intelligente da fare sembra essere quella di stare zitti.