venerdì 22 aprile 2011

Prima di morire addio

Saper cambiare è importante, soprattutto per chi, per dono, ha il talento di narrare. Così, fare la conoscenza di nuovi personaggi è sempre un’esperienza piacevole per chi legge le opere di un autore a cui è appassionato. Inoltre, in questo modo acquista qualità anche il lavoro precedente, che si capisce essere riuscito non solo per la presenza di quel tale personaggio ma per la caratterizzazione che l’autore ne dà. Con questo suo ultimo romanzo, Fred Vargas rientra appieno in questi concetti. È infatti vero che “Prima di morire addio” introduce un nuovo personaggio, Richard Valence, anche lui un poliziotto, anche lui protagonista di gialli, e un altro bizzarro trio, i tre Imperatori Tiberio, Nerone e Claude. Ma è anche vero che, al di là dei facili parallelismi con le sue opere precedenti (Adamsberg per il primo, i tre Evangelisti per i secondi), abbiamo di fronte un mondo completamente diverso. Quello ce si riconosce prepotentemente nello stile della scrittrice è lo stile lineare e l’attenta e coinvolgente caratterizzazione dei personaggi. Viviamo ancora una volta una attenta e penetrante descrizione degli stati d’animo, un continuo mutamento di interessi e passioni, un accostarsi di personalità contraddittorie che, le une accanto alle altre, formano un mosaico forse poco armonico ma certamente vivace e accattivante.

Il palcoscenico si sposta, in questa avventura, dalla Francia all’Italia, nel contesto di una Roma baluardo della cultura classica, con tutti i suoi tesori e le sue ambiguità. Protagonista tanto quanto i personaggi, la città si dimostra capace di essere teatro di eventi oscuri e misteriosi, e soprattutto mette in luce una delle più grandi anomalie che il nostro paese contiene: la presenza, dentro la città, di uno stato estero. Stato di cui vediamo solo una piccolissima propaggine nel mondo, la biblioteca Vaticana, ma che è sufficiente a mettere in luce alcuni aspetti di questo luogo misterioso e pieno di contraddizioni. In questo scenario si trova a muoversi, all’inizio contro la sua volontà, Richard Valence, investigatore francese inviato nella città eterna per indagare, anzi meglio ancora per insabbiare tutto ciò che scoprirà su uno strano omicidio. L’editore ed esperto di opere d’arte Henri Valhubert, giunto a Roma per indagare sul ritrovamento di un inedito schizzo di Michelangelo, viene trovato morto nel bel mezzo di una festa notturna a piazza Farnese. Arma del delitto, un poetico decotto di cicuta, lasciato cadere nel suo bicchiere da uno dei presenti. Partecipano alla festa anche il figlio di Valhubert, Claude, e i suoi due amici Tiberio e Nerone, che insieme a lui costituiscono il trio degli Imperatori. Su pressione del fratello del morto, nonché ministro francese, il caso va insabbiato per evitare scanali deleteri. Così, Valence si trova immerso nell’afa estiva di Roma, cercando delle risposte agli interrogativi che la storia pone. In questa sua ricerca, dovrà fare i conti con una lunga teoria di personaggi variegati e spesso ben oltre il confine dell’ordinarietà, a cominciare dalla moglie di Valhubert, Laura, passando per i due ragazzi compagni di studi del figlio, arrivando persino ad un vescovo che li tiene sotto la sua ala protettrice. Facendo i conti con l’insofferenza per gli ordini ricevuti da un lato, e il desiderio di mettere tutto a nudo dall’altro, Valence dovrà dare fondo alle sue risorse fisiche e mentali per districare la matassa e trovare il colpevole, confrontandosi non solo con l’ostilità e la reticenza dell’ambiente romano, ma anche con le stranezze di un mondo fatto solo ad uso e consumo di chi ci vive dentro e ben poco accessibile per ci viene da fuori.

Una buona prova, quella della Vargas, che si cimenta dopo un po’ di tempo con nuovi personaggi. Se ci sarà un seguito alle avventure di Richard Valence e dei tre Imperatori sarò ben felice di leggere.

Richard Valence nutriva una certa avversione per le biblioteche perché bisognava astenersi da tutto: far rumore camminando, far rumore parlando, fumare, agitarsi, sospirare, insomma far rumore con la propria vita. Secondo certa gente, quelle costrizioni corporali favorivano la riflessione. In lui la distruggevano immediatamente.

mercoledì 16 marzo 2011

Giù in fondo e ritorno

Silvertown è un distretto industriale a est di Londra. Deve il suo nome a Samuel Winkworth Silver che aprì qui le sue industrie della gomma nel 1852. Oggi invece sono presenti le fabbriche della Tate & Lyle, industria petrolchimica. Questo distretto è stato investito da un forte degrado nella prima metà del '900. Nel 1917 ci fu anche la tragedia della Silvertown explosion: una esplosione di TNT che uccise 73 persone. E' ancora oggi una delle più violente esplosioni avvenute su suolo britannico. Negli anni '40 Silvertown fu pesantemente danneggiato dai bombardamenti tedeschi. A partire dagli anni '70 il distretto è stato in parte riqualificato con l'apertura del London city airport, nuovi edifici abitativi e qualche parco. Il testo di Mark Knopfler racconta proprio l'ultimo periodo vissuto da Silvertown prima della riqualifica. Ad esempio la frase "New circle of cranes and new reason to be here" descrive proprio i cantieri all'inizio degli anni Settanta. Blackwall è un altro distretto nella East End londinese. Da quel che ho capito guardando la cartina di Londra, Blackwall e Silvertown sono seprati dal Tamigi e collegati dal Blackwall Bridge.
















Silvertown blues

On Silvertown way, the cranes stand high
Quiet and grey against the still of the sky
They won't quit and lay down though the action has died
They watch the new game in town on the Blackwall side

From the poisinous drains a vision appear
New circle of cranes and new reason to be here
The big silverdome raising up into the dawn
Above the church and the homes were all the silver is gone gone gone

If I'd a bucket of gold
What would I do
Leave the story untold
Silvertown blues

I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

A silver dawn steals over the dust
A truck with no weels upon cinder blocks
Men with no dreams around the fire in the docks
Scrap metal sceams are rusting over the night night night nitgh

If I'd a bucket of gold
Silver would do
Leave the story untold
Silvertown blues

And I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

When you're standing on thin and dangerous ice
You could knock and walk in for citizens advice
Tell you the way you can turn, the way you can learn
There's nothing they can tell me I don't allready know

If I'd a bucket of gold
Silver would do
Leave the story untold
Silvertown blues

And I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

From the Canning Town train I saw a bill board high
There's a big silverplane raising up into the sky
I can make out the words seven flights every day
Say's six of those birds are bound for JFK

If I'd a bucket of gold
Silver would do
Leave the story untold
Silvertown blues

And I'm going down silvertown, down in silverdown
I'm going down in silvertown, down in silvertown
Going down slivertown, down in silvertown
I'm going down in silvertown, down in silvertown

Down in silvertown
Down in silvertown
Down in silvertown






















A Silvertown le gru rimangono in piedi
Immobili e grigie, rompono la monotonia del cielo
Non vengono rimosse, smontate, anche se l’azione è da un’altra parte
Guardano la partita che si sta giocando a Blackwall

Dagli scarichi velenosi appare una visione
Un nuovo complesso di gru, un motivo per rimanere qui
Una cupola argentea che si erge nell’alba
Sopra la chiesa e le case in cui l’argento non c’è più

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown

Un alba metallica ricopre pian piano i moli
Un camion senza ruote, messo su dei mattoni
Uomini senza sogni intorno a un fuoco in un barile
Resti metallici arrugginiscono durante la notte

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown

Quando ti trovi su del ghiaccio sottile e pericoloso
Puoi sempre bussare e chiedere aiuto a un passante
Loro ti dirano dove puoi svoltare, dove puoi andare
Ma non c’è niente che possano dirmi, che già non so

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown

Dal Canning train vedo un grosso cartello
C’è un aereo che sale in cielo
E a malapena riesco a dire ‘sette voli al giorno’
Si dice che sei di questi aerei vadano al JFK

Se avessi un secchio pieno d’oro cosa farei
Lascerei la storia senza finale Silvertown Blues
Andrei via da Silvertwon
Via da Silvertown
Andrei via da Silvertown
Via da Silvertown


venerdì 11 marzo 2011

Signor nessuno

Quello dell’invisibilità è un tema molto sfruttato dagli scrittori che scelgono come tematiche delle loro storie quelle legate al sovrannaturale. Senza sforzare troppo la memoria, riesco a ricordare H. G. Welles, anche se devo confessare che purtroppo non ho ancora avuto occasione di leggere le sue opere, ma mi riprometto di farlo appena possibile. È proprio al romanzo di Welles che si è ispirato Jeff Lemire nello scrivere questa graphic novel, almeno da quello che si può leggere in quarta di copertina, riprendendone il tema fondamentale e trasponendolo in un’opera a fumetti piuttosto particolare.

Avete presente quelle piccole cittadine della provincia nord americana, quelle immerse nella neve otto mesi all’anno, quelle dove all’ingresso c’è il cartello con scritto ‘Benvenuti a ... Patria del... Abitanti n°...’? Quelle dove tutti conoscono tutti, tutti hanno qualche segreto, e soprattutto dove non succede mai niente, ma proprio niente? Large Mouth è esattamente una di quelle. Figuratevi quello che può succedere quando a suonare il campanello del bancone dell’unico motel si presenta un tizio interamente coperto di bende, che si chiude nella sua camera per interi giorni ed esce solo qualche minuto per procurarsi il cibo. È ovvio che tutti cominciano a parlare. Chi sarà, perché è conciato in quel modo, cosa è venuto a fare... le classiche domande da strano forestiero appena arrivato. Ma insieme a queste comincia a insinuarsi nella mente degli abitanti il tarlo della paranoia, che li porta a pensare che il mite e taciturno John Griffen possa essere un criminale in fuga che cerca di nascondere il suo volto da ricercato. Solo una persona non sembra impaurita dal forestiero, anzi ne è incuriosita, al punto da cercare timidamente di entrare in contatto con lui: la giovane Vickie, una adolescente solitaria e un po’ in contrasto con la mentalità provinciale del padre.

La storia tessuta da Lemire risulta piacevole e piena di spunti di riflessione, in particolare è interessante vedere come un evento del tutto normale come l’arrivo di una persona in un albergo possa, in base ad alcune caratteristiche, arrivare a turbare l’equilibrio sociale di una intera comunità. La paura per il diverso e lo sconosciuto è il tema conduttore di tutta la storia, ma è interessante anche vedere come è composto lo stato d’animo di questo personaggio, palesemente tormentato dai rimorsi e in fuga dal passato, alla spasmodica ricerca non solo di una soluzione per il male che lo affligge, ma soprattutto di un luogo dove essere lasciato in pace.

Molto bello infine il tratto grafico, di cui è autore lo stesso Lemire, che con una piacevole scelta tricromatica (bianco, nero e blu) riesce a rendere alla perfezione le atmosfere ambientali e psicologiche della storia pur mantenendo una impostazione molto classica e equilibrata della tavola. In definitiva, un bel romanzo grafico che merita appieno l’edizione rilegata e cartonata che le è stata data. Speriamo di vedere presto in Italia altre opere dello stesso autore.

giovedì 24 febbraio 2011

Disegnatori a Mantova!

Purtroppo non ci sarò a Mantova comics, perché tra il lavoro che non concede tregue e il fatto che tutte le fiere fumettistiche sono lontane da Palermo, non mi è proprio possibile. Però ho seguito in rete un po’ di annunci sulla manifestazione, e mi fa piacere segnalare la presenza del gruppo di disegnatori che va sotto il nome di Drawers, che ho avuto il piacere di conoscere e apprezzare allo scorso “Lucca comics & games”. Da allora seguo con piacere gli aggiornamenti che i vari disegnatori pubblicano sui profili dei social network o sui blog personali. E con lo stesso piacere voglio comunicare a quegli sventurati che capitano su queste pagine la loro presenza nella fiera mantovana. E lo faccio cun l’ultima trovata che si sono inventati, cioè utilizzare come avatar di Facebook un disegno a sviluppo verticale che pubblicizza l’evento, ognuno con un proprio disegno. Mi scuso in partenza se non li inserisco tutti, ma ci tenevo a rendere omaggio a quelle persone con le quali ho avuto il piacere di scambiare qualche parola tra un disegno e l’altro. E se il mio emissario in terra lombarda riuscirà, anche con l’uso estremo della forza, a strappare un disegno a qualcuno mentre svolge la commissione che gli ho assegnato (l’acquisto del nuovo sketch book), colgo l’occasione per ringraziare in anticipo e pubblicamente! Buon lavoro a tutti i fabbricanti di sogni! E un augurio particolare a D.D.M. per la sua laurea di cui ho avuto recente notizia!





























































domenica 20 febbraio 2011

La famiglia Winshaw

Ho finalmente colmato una delle più grosse lacune della mia storia di lettore, e in questo modo ho anche avuto il piacere di leggere finalmente quello che mi sento tranquillamente di definire il capolavoro di Jonathan Coe. In effetti, avendone letto tutti i romanzi (tranne l’ultimo, uscito qualche mese fa), posso trarre un buon bilancio della produzione di questo scrittore, e confermare che “La famiglia Winshaw” segna la svolta decisiva nella produzione letteraria dell’autore inglese. Da un lato, infatti, dobbiamo collocare i romanzi giovanili, come “L’amore non guasta” e “Donna per caso”. Dall’altro, i romanzi più maturi, sia dal punto di vista dello stile che da quello dei contenuti, rappresentati da “La banda dei brocchi”, “Circolo chiuso”, “La casa del sonno”, e “La pioggia prima che cada”. A fare da spartiacque, ma direi anche da traghettatore da una sponda all’altra, “La famiglia Winshaw”.

Michael Owen è un giovane scrittore che dopo un paio di opere discrete ma senza troppe pretese si trova a fare i conti con la classica crisi di ispirazione. A questo si aggiunga che Michael non è quello che potremmo definire una persona equilibrata ed emotivamente sana, dovendo fare i conti con un vissuto di traumi adolescenziali, illusioni e ambizioni infrante, amori frustrati e conflitti familiari, e si può capire facilmente come non sia affatto strano che trascorra buona parte delle sue giornate chiuso in una stanza a guardare ossessivamente film in videocassetta. Su questa base, si inserisce l’elemento perturbante della storia, vale a dire l’offerta che gli viene fatta di scrivere la cronaca storica di una delle famiglie più note, benestanti ed influenti dell’Inghilterra della seconda metà del Novecento: i Winshaw. Questi, dietro la facciata di rispettabili plasmatori delle sorti economico – sociali del paese, nascondono un comune desiderio di soddisfare i loro più bassi desideri: dalla brama di successo mediatico alla avidità di denaro, dagli istinti sessuali allo sfruttamento delle masse. Inseritisi ognuno in una posizione cardine dei giochi di potere del mondo contemporaneo (la politica, la finanza, il commercio, l’industria, la comunicazione), tessono le loro trame per favorirsi l’un l’altro e trarre sempre più benefici a discapito degli ignari cittadini amministrati. E i pochissimi membri della famiglia meno intaccati da questa pochezza d’animo vengono relegati nel limbo della follia, della solitudine o della morte, a seconda di quale di queste opportunità si presenti più agevole da perseguire. Nel corso della storia, vediamo quindi Michael altalenare tra il suo disagio personale e gli orrori perpetrati dai membri della famiglia Winshaw sotto gli occhi indifferenti o distratti del mondo, ma all’inizio non sembra esserci molto più di una semplice cronaca, nelle sue parole. Tuttavia, ben presto il giovane scrittore (e noi con lui) sarà destinato a scoprire che gran parte, per non dire tutto, di quello che riguarda la sua vita finora e la sua stessa esistenza al mondo è legata alla famiglia di cui sta scrivendo, e che eventi che ha sempre ritenuto frutti del caso potrebbero in realtà essere tessere di un complicato disegno tessuto da qualcuno, e ce potrebbero avere ripercussioni devastanti sul suo futuro.

Come è giustamente esplicitato in quarta di copertina, non è facile attribuire una definizione a questo romanzo capolavoro. Dalla saga familiare al giallo, passando per il romanzo di denuncia e la cronaca storica, Jonathan Coe tesse una trama che fotografa lo spaccato dell’Inghilterra dal secondo dopoguerra agli anni Novanta, intercalandola con elementi autobiografici e di grande slancio sentimentale (è solo una mia opinione, ma ho la sensazione che molto di quello che è Michael Owen sia parte di quello che è stato Jonathan Coe). Un romanzo dove nulla, neanche il più marginale dei paragrafi, è lasciato al caso, e dove realtà e finzione si fondono fino a rendersi indistinguibili l’uno dall’altro. Un romanzo che non dovrebbe mancare nella libreria di ogni appassionato del concetto di ‘narrazione’.

Insolita ed eccitante era la presenza di una persona davanti alla mia porta, ma quel piacere fu temperato non soltanto dall’inopportuno tempismo dell’interruzione ma anche dalla sensazione, caparbia e inquietante, di avere già visto quella donna: tanto che da un momento all’altro avrei potuto riconoscerla e persino rammentarne il nome. Nella mano sinistra stringeva un foglio formato A4, piegato a metà; la destra le ciondolava irrequieta sul fianco, come se stesse cercando una tasca in cui nascondersi.

giovedì 3 febbraio 2011

I giorni nudi

Claudio Piersanti era un nome che suonava familiare quando l’ho letto sul ripiano della libreria, scritto in bianco su quell’oceano blu che è la copertina del suo nuovo romanzo. Qualche tempo fa, invece, era un nome del tutto estraneo e nuovo ai miei occhi. Quella volta, la copertina aveva lo sfondo scuro, e spiccava violento il colore rosso dei capelli di lei, che nella posa china in avanti coprivano quasi interamente il viso. Quel libro era “Il ritorno a casa di Enrico Metz” e devo dire che la mia memoria ha fatto un gradevole salto indietro quando ho riletto il nome dell’autore su un nuovo romanzo, qualche mese fa. Ricordo una piacevole sensazione di leggerezza che ho provato nel leggere quel romanzo, e alcune immagini, ferme nel tempo, che scandivano il ritmo della lettura. In particolare, ho in mente l’immagine autunnale di un parco, con le foglie rosse e marroni che cadono leggere a terra. Anche questo romanzo ha una narrazione molto introspettiva, come lo era stato l’altro, sebbene questa volta ci sia un elemento diverso che mi ha colpito.

Alberto è uno scrittore di sceneggiati televisivi, da anni fa questo lavoro insieme al collega Guido e, sebbene forse ci sia nei suoi pensieri qualche rimpianto per non essersi dedicato di più al mondo del cinema, tutto sommato può ritenersi una persona soddisfatta della propria vita. Tuttavia, le vite equilibrate e regolari esistono proprio per essere perturbate da eventi straordinari, e cosa può esserci di più straordinario, per un uomo, di una donna? In seguito ad un incidente, Alberto conosce nei corridoi di un ospedale la giovane Lucia, praticamente una ragazzina in confronto a lui, con la quale stringe un legame che si capisce subito essere destinato a diventare, di lì a poco, una vera e propria relazione amorosa. Assistiamo così ad una rappresentazione della vita di questo uomo maturo dal momento in cui Lucia entra a farne parte, in cui in una prima fase leggiamo un crescendo di emozioni, mentre in seguito costatiamo il loro declino. Alberto si trova di fronte, forse suo malgrado, a pensieri e sensazioni che da sempre lo accompagnano ma che raramente hanno raggiunto il grado della coscienza, portati alla superficie della sua anima dalla freschezza ed esuberanza di Lucia, che poco alla volta prende campo nel suo piccolo mondo chiuso e angusto, portando con sé la novità. Una novità fatta di corpi che si scoprono e si desiderano, che si congiungono e si separano, che si cercano e che si trovano, ma anche una novità fatta di ciuffetti di fragola e bicchieri di yogurt lasciati in giro per casa. Così, con la ventata portata dalla ragazza, accadono eventi importanti nella vita di Alberto, come la definitiva separazione dal socio di una vita e l’avvio di nuove opportunità lavorative, la ristrutturazione della casa di villeggiatura e la partecipazione ad alcuni eventi mondani, ma Alberto non riesce a mettere da parte una crescente inquietudine: che cosa gli riserva il futuro? E che cosa il futuro si aspetta che lui faccia?

Muovendosi sul difficile confine della analisi introspettiva di un uomo ormai ben dentro i dubbi e i disagi della maturità da un lato, e le ambizioni e le frustrazioni di una donna nel pieno della giovinezza dall’altro, Claudio Piersanti traccia un meraviglioso ritratto di coppia, un dramma in due atti in cui nel primo assistiamo all’esplodere delle emozioni positive, dall’entusiasmo della novità all’esaltazione del rapporto sessuale vissuto attraverso la nudità dei corpi, mentre nel secondo è rappresentato quello che rimane quando sogni e ambizioni cozzano con la realtà e si incrinano, lasciando come traccia alcune crepe indelebili. Il tutto filtrato attraverso la psiche contorta di un uomo isolatosi volontariamente dal mondo, che non sa fare altro che cercare rifugio nel silenzio della sua casa e della sua routine. Ma quando tutto quello che era arrivato a turbare questo equilibrio scompare, ecco che il fantasma della depressione si insinua nell’animo di Alberto, che inconsciamente si punisce per quello che ha o non ha fatto e saputo fare durante quella relazione

“I giorni nudi” è un romanzo intenso, malinconico ma allo stesso tempo allegro, estremamente intimista ed introspettivo ma anche legato a doppio filo alla materialità dei corpi e delle azioni. Un romanzo che va letto con costanza e senza pause, perché solo così se ne può apprezzare appieno il significato profondo e il messaggio positivo che ne esce alla fine.

Dopo un sonno perfetto, Alberto si svegliò eccitato come quando da bambino aveva avuto in regalo la bicicletta da corsa. Suo padre era passato a prendergliela dopo il lavoro e l’aveva portata a casa che era già notte. Non potendo provarla subito si era accontentato di sognarla e al mattino si era svegliato prestissimo per rivederla: la sua stupenda Bianchi! Proprio come allora, i suoi occhi dovevano ancora saziarsi di Lucia. Scostò il lenzuolo e sprofondò nella contemplazione del suo corpo. Quel percorso nella bellezza era appena iniziato e lui capì che lo avrebbe portato lontano. Qualcuno gli aveva spiegato che la perfezione si raggiunge nel momento in cui si ha qualcosa in abbondanza e ci si può assopire sazi e certi di averne ancora al risveglio, a volontà. Facile riconoscere la matrice infantile del desiderio. Come non capire i lattanti, in questa loro passione? In poche ore era già tornato lattante. Il lattante di una donna molto più giovane di lui.

venerdì 14 gennaio 2011

Il buon ladro

Romanzo interessante, comprato per caso, un po’ come quasi tutto quello che compro, del resto, e che mi ha fatto riscoprire un genere di lettura che mi mancava da parecchio tempo. È quel tipo di romanzo che ti piace non tanto per quello che ti lascia alla fine dell’ultima pagina, ma per quello che vai trovando mentre lo leggi. Volendolo inquadrare in un genere, potremmo farlo rientrare tra i romanzi di formazione, quelli che narrano il percorso di crescita di un giovane catapultato nel mondo. In effetti questo aspetto è presente nel romanzo di Hannah Tinti, ma non è certamente l’unico e, forse, nemmeno il più significativo.

Ren, un orfano cresciuto in un convento fuori del quale è stato abbandonato appena nato, vive la sua vita con gli altri orfani, aspettando e sperando che un giorno per miracolo arrivi qualcuno ad adottarlo, prima che giunga l’età in cui potrà essere arruolato nell’esercito. E, proprio quando meno se lo aspetta, quel momento arriva. Un giovane uomo, che dice di essere lo zio del ragazzo, lo porta con sé sostenendo di essere l’unico familiare che gli rimane. Ma, appena portato via il ragazzo, Benjamin Nab si dimostra ben diverso da come si è raccontato ai frati del convento. Di fatto, dietro quella parlantina tagliente e quell’aria di chi conosce bene il mondo, si nasconde un imbroglione patentato, come Ren avrà modo di scoprire non appena avrà modo di vederlo all’opera. Comincia così un tortuoso percorso costellato di loschi affari, infarcito di tonici miracolosi, esibizioni pietose per abbindolare i creduloni, bevute ed espedienti vari per tirare a campare, ben oltre i margini della legalità, un percorso che sarà destinato a portare al ragazzo quello che non ha mai osato chiedere nemmeno nei suoi desideri più segreti.

Il romanzo procede, con una scrittura lineare e pulita, una narrazione impersonale e un ritmo sostenuto, attraverso una sequenza di vicende avventurose, alcune comiche e altre drammatiche, fino a fondersi in qualche caso in un contesto grottesco. Ma non è questo, secondo me, il punto di forza del romanzo. Al di là dello stile dickensiano, degli intermezzi di fantasia e delle pennellate macabre e inquietanti quasi da racconto dell’orrore, quelli che spiccano sono i personaggi.
Tutti quelli che incontriamo seguendo il percorso di Ren sembrano usciti da una galleria di figure ben al di fuori dei canoni della quotidianità. Un imbroglione affabulatore, un ex maestro alcolizzato, un gigantesco assassino in abito viola seppellito vivo e riesumato, una locandiera sorda, un nano che vive sopra un tetto e scende dalla canna fumaria del camino, due gemelli maledetti, un medico che acquista clandestinamente corpi per fare studi di anatomia, un losco industriale con un corteo di delinquenti a fargli da guardie del corpo. Da questo coacervo di personalità assurde, il giovane Ren saprà, con grande fantasia e capacità affabulatorie, ricavare quella famiglia che nella sua visione di orfano non può che costituire la ricchezza più grande. E, ultima ma non ultima, il romanzo ci consegna una grande verità: nei momenti in cui Ren e Benjamin avranno bisogno di trarsi d’impaccio, scopriremo insieme a loro il potere inarrestabile e il fascino irresistibile di una storia ben raccontata.

Si voltò e guardò la cantina dove si faceva il vino, poi la cappella e infine l’orfanotrofio. Era difficile credere che non avrebbe più lavorato, pregato e dormito in quel luogo. Tutto ciò che aveva sempre desiderato era andarsene, ma ora che stava per farlo si sentiva a disagio. Andò fino al muro alto che circondava gli edifici e premette il palmo umido sui mattoni. Aveva la consistenza di sempre.