giovedì 4 agosto 2011

L'anima del niente

Per me ci sono due romanzi siciliani. Uno è “Il Gattopardo”, quel capolavoro in cui Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha spiegato non solo la Sicilia all’Italia e l’Italia alla Sicilia, ma anche i siciliani agli italiani e gli italiani ai siciliani. Il secondo non è un singolo romanzo ma è una singola storia, quella che negli ultimi anni ha raccontato Andrea Camilleri con il suo Montalbano, che ha riconsegnato ai lettori quell’intraducibile modo di esistere che abbiamo in quest’isola. Il resto secondo me è poca roba. Con questa frase so di stare disdegnando la stragrande maggioranza dei nostri autori, ma lasciate che vi spieghi, forse non è proprio così. Il problema è che io sono siciliano, e a un siciliano non gli puoi spiegare la Sicilia. Se sei Camilleri, o Tomasi di Lampedusa, forse gliela puoi raccontare. Altrimenti, come diciamo qui, levaci mano. Perché il siciliano è un po’ presuntuoso, quella cosa che sa non la vuole spiegata da nessuno. Ecco, adesso che ci penso, forse me ne sono scordato uno. Leonardo Sciascia è uno che ha scritto la Sicilia in alcuni suoi romanzi. Mi direte: e le novelle di Pirandello dove le metti? Tra le novelle, appunto. I romanzi di Pirandello sono “Uno, nessuno, centomila” o “Il fu Mattia Pascal”. Lì non c’è la Sicilia, c’è la maschera, l’identità, la spersonalizzazione. La Sicilia di Pirandello è ne “La giara” o “La patente”, ma non sono romanzi. Verga? La stessa cosa. Si , va bene, mi hai raccontato la tragedia dei pescatori di Aci Trezza, ma non l’hai raccontata a me, o ai pescatori di Aci Trezza, l’hai raccontata ai raccoglitori di mele della Val di Non. Ecco a chi servono i romanzi siciliani, a chi sta da un’altra parte. A me i pescatori me li ha raccontati un signore un po’ scorbutico e incazzoso che quando ero bambino mi sembrava un mago quando gli vedevo ‘cusiri ‘a rizza’ o ‘tirari ‘u rizzagghiu’. Che me ne frega di Padron ‘Ntoni, il pescatore per me è il signor Marsala, al magazzino con la porta grigia della Giudecca!

Tutto questo casino per cercare di farvi capire la mia ritrosia per i neoromanzieri siciliani. Mai letto niente della Agnello Hornby, mai letto niente della Torregrossa. Per questo non vi parlo del libro che non ho letto. Giuseppina Torregrossa è amica di mio zio Francesco, e l’ultimo suo romanzo, “Manna e miele, ferro e fuoco” (quello di cui non parlo) è nato praticamente a casa nostra. Quella Plaia dove ho trascorso molte estati della mia infanzia con i miei nonni e i miei zii, dove casa era famiglia, erano storie, erano giochi, erano silenzi, erano riti. Una casa dove ora vengono a stare persone che non sanno neanche chi erano quelli che stavano nelle stanze dove ora dormono. Ecco, a loro può servire un romanzo come questo, può servire che qualcuno gli spieghi la Plaia. A me no, io in quelle stanze ci sono stato, ci ho dormito, e so chi ci è stato prima di me anche se non li ho mai conosciuti, so dove si andava a prendere l’acqua, dove si appendevano le banane, dove si stendeva l’estratto. Lo so perché quando ero piccolo non c’erano computer, film, videogiochi e altre cose del genere in quella casa. Lì, la sera si stava al buio, in terrazza sotto le stelle, e si ascoltavano le persone più grandi raccontare, e c’era la fantasia che ti faceva vedere quelle cose.

Ma allora di che cavolo sto parando? Sto parlando del fatto che ieri sera (31 luglio 2011) alla Plaia è stato presentato il romanzo della Torregrossa (quello di cui non parlo) e insieme all’autrice c’erano ospiti due giornalisti di cui non ricordo i nomi e padroni di una dialettica sovrapponibile per intensità a quella dei ‘cuticchi’ del baglio dove erano seduti, un’attrice di teatro che ha letto alcuni brani con grande maestria interpretativa, e che ai complimenti ricevuti, da persona intelligente ha risposto: “ero molto tesa perché dovevo raccontare a voi le vostre cose, la vostra casa, i vostri nomi” (tanto per tornare al discorso che facevo all’inizio!), e infine c’era Giulio. Giulio Gelardi è un amico di mio zio Francesco ed è anche l’ultimo autentico mannarolo vivente. Come lo definisce mio zio, la massima autorità mondiale in fatto di manna. È stato lui una delle fonti di ispirazione del romanzo, spiegare come ci si è arrivati è molto lungo e non mi va di farlo. Parlo di questa persona perché lui è uno di quelli che ha qualcosa da spiegare ai siciliani da siciliano. Perché come dice lui non si tratta solo di fare manna. Ci ha raccontato di come parla con le piante, di come le piante parlano a lui, attraverso le ‘ntacche del coltello, di come quello che fanno lo fanno insieme agli insetti, ai serpenti, agli uccelli, alla pioggia, al vento. Ci ha raccontato l’anima del niente. Io non sono uomo di campagna, anche se la conosco, sono più affascinato dal mare, dalle onde, dai temporali, da quel signore ca cusi ‘a rizza come per magia, intrecciando il filo con il salemastro, creando quella trama che nella sua testa esiste già. Eppure, ascoltando le parole di questo contadino castelbuonese, questo alchimista della manna, sentendolo raccontare della nobiltà vera della terra e di quella finta dei palazzi signorili, mi è venuto il desiderio di leggere questo romanzo. Perché adesso so che forse c’è qualcosa che mi può spiegare. “Manna e miele, ferro e fuoco” è messo in conto per l’inverno, con calma e senza premura, perché i libri hanno pazienza ma sono esigenti, se non gli dai quello che vogliono si vendicano non facendosi apprezzare, bisogna saper scegliere il tempo. Per adesso, per me non è tempo di manna, per questo non ve ne parlo. Quando lo sarà, lo leggerò, così forse ve ne parlerò. Ma questa sarà un’altra storia. Ora, con rispetto parlando, mi va gghiettu a mmari!

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