
Estate è tempo di leggere, e quando si torna, si scrivono i post su quello che si è letto. Non preoccupatevi (oppure sì, se volete), sto per tornare!

In un mondo in cui è diventato sempre più difficile leggere storie innovative e interessanti, questo fumetto mi ha piacevolmente colpito. Comprato più che altro per i commenti che grandi autori del mondo del fumetto avevano rilasciato e che sono stati riportati in copertina, si è rivelato un degnissimo primo volume di quella che potrebbe essere una serie molto interessante, e che, nel piattume delle opere a fumetti di questi ultimi periodi, dove solo pochi riescono a svettare su un pantano di mediocrità, secondo me merita di essere seguita nei suoi prossimi appuntamenti.
a uno strano personaggio, che sembra cambiare identità come una persona normale cambierebbe la maglietta, e che si trova spesso nelle sue vicinanze. Con l’allarme terrorismo sempre ai massimi livelli, non c’è da stupirsi che la cosa desti più di qualche sospetto. Ma parallelamente a questo, Blythe e la compagnia aerea per cui lavora sembrano essere oggetto delle attenzioni di un misterioso gruppo di persone che, almeno secondo quello che dicono, sembrano intenzionate a combattere la minaccia del terrorismo aereo con metodi piuttosto sbrigativi e violenti. Ma le cose stanno realmente così? Tutti sono quello che sembrano o dicono di essere? E quali misteri nasconde la compagnia aerea Clearfleet, dato che il criterio che regola le assunzioni del personale sembra essere la stranezza? Guidata da messaggi in codice, sentimenti contrastanti e apparizioni oniriche, Blythe dovrà dimostrarsi capace di compiere evoluzioni aeree molto impegnative per non precipitare o schiantarsi e raggiungere sana e salva la sua destinazione (scusate la metafora aeroplanistica!). E sapere quale questa sia sarebbe già un grosso passo avanti.
Scritto da G. Willow Wilson e disegnato da M. K. Parker, la serie “Air” ha saputo dimostrare uno spessore narrativo non comune per il panorama fumettistico attuale, muovendosi con il giusto equilibrio tra fantasy e realismo, tra satira sociale e azione, tra ironia e dramma, una miscela di elementi che gli hanno fatto guadagnare commenti di apprezzamento da autori del calibro di Neil Gaiman, Brian Wood, Gail Simone, Brian Azzarello, e molti altri tra autori e riviste di narrativa, oltre a numerose nomination agli Eisner Awards. Aspettiamo di vedere se gli autori saranno in grado di mantenere questa qualità narrativa e grafica che hanno espresso nel primo volume. Ma, ad essere onesti, per la mia piccola e per nulla professionistica opinione, le premesse ci sono tutte.
A quanto risulta dalle cronache ufficiali, ho appena inaugurato un’altra serie: ora mi tocca recuperare anche tutte le avventure di Hap e Leonard. Me li ha fatti conoscere un amico che mi ha regalato, insieme ad altri, questo libro in occasione del mio ultimo compleanno, dicendomi che forse è la loro migliore storia. E come al solito, quando leggo qualcosa, mi piace, e ha un seguito, sono quasi costretto a leggere anche tutto il resto. Inoltre, al di là della storia di cui tra poco dirò, mi ha colpito molto l’introduzione scritta dall’autore, in cui diceva che Hap e Leonard erano venuti a fargli visita una volta che stava scrivendo una storia e poi l’aveva abbandonata, fino a quando, tempo dopo, sono tornati a chiedere insistentemente la loro storia, tanto che lui è stato quasi costretto a scrivere questo romanzo. Mi ha molto colpito questo concetto della necessità del personaggio di essere raccontato, della sua pressante richiesta nei confronti dell’autore di veder scritte le proprie storie. Personaggi talmente reali e vivi da ridurre l’autore a un mero dattilografo del loro racconto in prima persona. Il saper entrare in contatto con il proprio personaggio al punto da renderlo persona è secondo me una qualità che solo i grandi scrittori dimostrano e che Joe R. Lansdale mi ha dimostrato.
Mi piacciono i fumetti classici, e questa non è una novità. Chi frequenta queste pagine si sarà accorto che non sono mai stato particolarmente interessato ai prodotti underground, o estremamente concettuali, o dall’altro lato iperrealisti. Per me, l’immaginario, il fantastico, l’irreale sono ingredienti fondamentali di un’opera a fumetti, e anche se ho apprezzato in passato cose come “Maus” o “Uomo faber”, i miei generi preferiti rimangono comunque altri. Allora vi chiederete: “Che diavolo ci fai con un fumetto di Makkox?”. La risposta è molteplice e forse suonerà un po’ incoerente con quello che ho detto finora, ma, a dirla tutta, non me ne frega proprio niente.
Cominciamo dal fatto che per me i titoli sono molto importanti nella scelta di qualcosa, quantomeno nel catturare l’attenzione nel momento iniziale, e quelle parentesi quadre a incarcerare il “di”, creando un doppio titolo – Le divisioni o Le visioni? – mi aveva molto colpito. Poi avevo letto un po’ di vignette passate in giro per il web, e mi erano piaciute. Terzo, un po’ di tempo fa avevo colto un fuori onda, in cui l’amico Salvatore, parlando con qualcuno che adesso non ricordo chi fosse, prendeva in mano questo volume e diceva: “Questo, per adesso, è il mio autore preferito”. Insomma, c’erano abbastanza motivi per leggere questo volumetto. Il colpo di grazia alla indecisione l’ha dato la notizia che l’autore sarebbe venuto in fumetteria per autografi, disegni, chiacchiere e sfincione (cui poi si è aggiunta anche la caponata), per cui non ho avuto più nessun appiglio per rinunciare. Ecco come “Le [di]visioni imperfette” è finito nella mia libreria.
Ma ora devo parlare del fumetto, e qui le cose si complicano. Marco Dambrosio (Makkox per gli amici), per sua stessa ammissione, prende molto spunto dalla televisione e in particolare dalle serie televisive. E in effetti, non so se questa ‘cosa’ si possa definire un vero e proprio fumetto. L’introduzione di Recchioni ci fa sapere che in realtà rappresenta una raccolta di tavole, legate da un unico filo narrativo, che continua una serie iniziata sul web e misteriosamente interrotta. Tuttavia la storia è godibilissima anche entrando in sala quando inizia il secondo tempo. Ci caliamo subito nelle vicende complicate e realissime di Piero, Roberto, Sveva e Mirella, personaggi, o forse persone, che è difficile capire quanto siano inventate e quanto reali (questo forse non lo sa neanche il buon Marco...). la narrazione telegrafica, incisiva, i continui cambi di scena, il costante arrivo di personaggi che non conosciamo e che compaiono come se tutti sapessero chi sono, tutto contribuisce a mantenere alta l’attenzione e costringe a girare tavola dopo tavola, soffermandosi su ognuna giusto il tempo necessario per ammirare i tratti e gli acquerelli che danno un contrasto bellissimo tra irrealtà grafica ed estremo realismo narrativo.
Ma il punto di forza del volume, secondo me, è la seconda parte, il capitolo “Le divisioni interrotte”, dove l’autore rende davvero la sua opera una fiction, con scene tagliate in cui i personaggi diventano dei veri attori che commentano il modo in cui è finita la serie, cioè la morte dello sceneggiatore. Una carica narrativa davvero invidiabile quella che Makkox esprime in queste ultime dodici tavole. Anche solo per queste, vale la pena di leggere quest’opera. E poi, mi ha anche fatto il disegno sul foglio!
ospettare che ci doveva essere qualcosa di più. questo sospetto è sorto quando ho letto che un certo Mark Waid, firmatario di questa introduzione, affermava di aver letto ogni storia mai scritta di Superman e di non averne mai lette di migliori. Considerando che il buon Mark ha praticamente scandito la sua intera vita a colpi di storie dell’universo DC, credo che la sua frase sia ben più di un’opinione. Poi l’ho letto. E credo di poter dire che questo è un volume che non può mancare nella libreria di nessun appassionato dell’uomo d’acciaio. Come al solito, con Grant Morrison niente è facile, quindi non mi sentirei di consigliare questa storia agli amanti di letture lineari, o con ampi spazi per l’azione pura e semplice. Qui abbiamo a che fare con una storia sottile e complessa, e a volte ci sembrerà di non capire certe frasi, certi scambi di battute, avremo la sensazione di aver saltato una pagina. È una storia che va letta, metabolizzata, e poi riletta con grandissima attenzione ai più piccoli dettagli, sia narrativi che grafici, che si intrecciano oltrepassando il limite fisico del capitolo in corso, tanto che una frase delle prime pagine può essere compresa solo dopo aver letto le ultime due. Tutta la storia è ricca di questi artifici, che la impreziosiscono anche dal punto di vista del messaggio generale. Mi sentirei di poter dire, da non appassionato dell’eroe in questione, che questa storia spiega a tutti chi è Superman, che cosa rappresenta per il mondo e che cosa il mondo rappresenta per lui. Leggetela. E non vi preoccupate se Superman sta morendo. Come dice Lois Lane nell’ultimo capitolo, quando avrà finito di fare quello che sta facendo, Superman tornerà.
