martedì 3 febbraio 2009

Le menzogne della notte

Libro letto per caso, perché essendomi dimenticato di portarne con me un altro oltre quello che stavo per finire, in uno dei miei ritorni a Cefalù, mi sono trovato nel fine settimana senza nulla da leggere. Così mi sono messo a ispezionare la libreria di casa, sebbene ben poco di quello che contiene suscita il mio interesse. L’occhio mi è caduto su questo libro, e, attirato più che altro dal fatto che fosse abbastanza breve da poterlo leggere in due giorni senza troppo sforzo, mi sono deciso e l’ho cominciato. Sebbene sapessi che Gesualdo Bufalino è un noto romanziere del Novecento, e per giunta siciliano, non avevo mai letto un suo romanzo, quindi non sapevo cosa aspettarmi. Tuttavia la storia, per quel poco che si poteva capire dalla quarta di copertina, sembrava interessante.

Su un’isola penitenziaria del Mediterraneo, quattro uomini, condannati a morte il mattino dopo, trascorrono l’ultima notte. Non sono semplici malfattori, ma quattro compagni di una setta segreta che cospirano contro il re. Tutti diversi, nei modi e nelle parole, ma tutti uguali negli intenti. Nella cella del conforto (quella nella quale i condannati hanno il privilegio di trascorrere l’ultima notte) incontrano un altro detenuto, anche lui bandito contro il re e lo Stato, ma non loro compagno, e anche lui condannato alla ghigliottina per la mattina dopo. Non sapendo come trascorrere l’ultima veglia, il quinto ospite propone una sorta di Decamerone, in cui ciascuno dei quattro, a turno, racconterà una storia con la quale avviarsi verso il destino che lo attende all’alba. Cominciano così “Le menzogne della notte”.

Il romanzo è ambientato nel Risorgimento, probabilmente nel Regno delle Due Sicilie, anche se nulla di questa ambientazione può essere preso per certo. Nomi e date si intrecciano come le pagine scambiate di un atlante, in cui non sia più possibile riconoscere un filo conduttore, ma delle quali i dettagli sono pur sempre conservati e precisi. A questo si aggiunge anche la sottile confusione intessuta dai vari personaggi nei loro racconti, che all’apparenza sembrano semplici stralci di vita vissuta, ma che, forse, hanno un secondo fine ben più complesso del semplice passatempo. Infatti, il quinto ospite della cella non è affatto chi dice di essere, e la sua presenza lì è studiata per carpire ai quattro il segreto che intendono portarsi nella tomba e che nessuna tortura è valsa a fargli rivelare: l’identità del loro capo, colui che chiamano solamente ‘il Padreterno’. Ma si possono imbrogliare quattro briganti, maestri della truffa e del complotto, che innumerevoli volte sono scampati ad agguati e inseguimenti? A nessuno è dato saperlo. Potrebbe essere che le loro storie siano davvero reali, o solamente abbellite da pittoresche menzogne per rendere più avvincente un racconto altrimenti banale, e che la disperazione degli ultimi momenti gli abbia fatto tradire un segreto fino ad allora difeso a costo della vita. Ma potrebbe anche essere che i quattro, avendo fin da subito scoperto la vera identità e le intenzioni del loro ospite, con abili mosse fatte di gesti e di sguardi impercettibili, abbiano ordito, attraverso quelle storie, una trama segreta per consegnare all’ascoltatore una falsa identità del loro Padreterno, e dare in questo modo, con l’ultimo loro alito di vita e ingegno, un colpo ferale alle fondamenta di quel potere che tanto hanno combattuto con le armi. Così prendono forma le menzogne della notte, che la luce di un’alba tinta di sangue può forse tentare di disperdere, ma di cui certamente non è capace di annullarne gli effetti.

Ma che dico? Il buio è una cecità, dove pure si possono con dita cieche stringere dita d’altri non meno cieche, epperò camminare in due, solidali nel ricordo e nel rammarico della luce. Invece la morte non è né buio né luce, ma solo abolita memoria, cessazione e assenza totale, incinerazione senza superstiti scorie, dove tutto ciò che è stato, non soltanto non è più né sarà, ma è come non fosse mai stato...