E a me disse: “Tu, perch’io m’adiri,
non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
qual ch’alla difension dentro s’aggiri.
Questa lor tracotanza non è nuova,
che già l’usaro a men secreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.”
Inferno, canto VIII versi 121-126
lunedì 31 marzo 2008
mercoledì 26 marzo 2008
Il fascino del male - Il Joker
Nel mondo dei fumetti è il nemico per antonomasia, la manifestazione di tutto ciò che di malvagio si annida nella natura umana. È l’assassino che uccide divertendosi, che commette una strage solo per sperimentare una sostanza, che va sulla sedia elettrica col sorriso sulle labbra e poi impazzisce quando gli dicono che non ci saranno le telecamere per trasmettere la sua morte. Insomma: è il Joker.Il Joker è un personaggio che la fa da padrone sulle storie di Batman fin dai tempi della sua creazione da parte di Bill Finger e Bob Kane ormai più di sessant’anni fa. E se è riuscito a farsi largo tra la miriade di personaggi malvagi che affollano le pagine delle storie dedicate al cavaliere oscuro, un motivo deve pur esserci. Senza nulla togliere a personaggi come Killer Croc, Faccia d’argilla, Catwoman, Poison Ivy e via dicendo, il Joker è tutta un’altra storia. Nessuno sa chi sia realmente, né l’esatta sequenza degli eventi che lo hanno trasformato nel criminale psicopatico che è. L’ipotesi più accreditata è che sia finito dentro ad una cisterna contenente una sostanza tossica che gli ha sbiancato la pelle, reso verdi i capelli, e deformato la faccia nel ghigno mefistofelico di cui ha fatto il suo biglietto da visita. Oltre, ovviamente, ad averlo reso completamente folle.
Nel corso di tanti anni di storie, il Joker ne ha fatte di cotte e di crude, passando da semplice criminale di alto livello, a terrorista senza scrupoli, a cervellotico inventore di piani criminali messi a punto al solo scopo di mettere alla prova il suo arcinemico Batman. Ma niente di tutto questo lo renderebbe diverso da altri malviventi. Per distinguersi veramente in una città corrotta come Gotham city, bisogna fare di meglio, bisogna colpire direttamente il suo difensore, l’unico che pur di fermare i criminali ha rinunciato alla sua vita per vestire un manto di terrore. Ed ecco due eventi fondamentali della vita del cavaliere oscuro, e della sua lotta contro il crimine, che vedono nel Joker il loro artefice: l’attentato a Barbara Gordon, la prima Batgirl e figlia del commissario omonimo, nel quale lei perderà l’uso delle gambe (“The killing Joke”), e l’omicidio efferato di Jason Todd, il secondo Robin (“Morte in famiglia”). Soprattutto quest’ultimo è un evento che getterà Batman in una profonda crisi, perché rappresenta il vero e unico fallimento dell’uomo pipistrello. La cosa sconvolgente è che queste azioni vengono vissute dal Joker come momenti di profonda esaltazione, quasi che, in preda ad una sorta di estasi
mistica, si renda conto che l’unico scopo della sua esistenza sia riempire di sofferenza la vita di Batman. Paradigmatica in questo senso, è una sequenza della storia “Crimine di guerra”, in cui il criminale Maschera nera tortura e uccide Stephanie Brown, che di sua iniziativa aveva vestito i panni di Robin dopo l’abbandono di Tim Drake. Nella sequenza di cui parlo, il Joker scova Maschera nera e si accanisce contro di lui, e questo è il loro scambio di battute:
mistica, si renda conto che l’unico scopo della sua esistenza sia riempire di sofferenza la vita di Batman. Paradigmatica in questo senso, è una sequenza della storia “Crimine di guerra”, in cui il criminale Maschera nera tortura e uccide Stephanie Brown, che di sua iniziativa aveva vestito i panni di Robin dopo l’abbandono di Tim Drake. Nella sequenza di cui parlo, il Joker scova Maschera nera e si accanisce contro di lui, e questo è il loro scambio di battute:[Joker]: Proprio così!
[Maschera nera]: Perché?
[Joker]: Perché mi hai soffiato il lavoro, stupido.
[Maschera nera]: E da quando comandare la malavita di Gotham è...
[Joker]: No, non quel lavoro.
[Maschera nera]: Sei geloso perché sto distruggendo la vita di Batman? Che sfigato.
[Joker]: Oh, mascherina, mascherina nera... Si sa che tra tutti i lavori del mondo, quello che preferisco è uccidere Robin! Mi hai rovinato la vita quando hai ucciso Stephanie Brown... la più dolce, piccola Robin in cui potessi mai sperare! Non sapevi che quel lavoro è mio? E ora, per colpa tua, anche se ucciderò tantissimi Robin in futuro, me ne sarà sempre sfuggito uno.
Bastano queste poche battute per capire in quale dimensione disturbata viva questo individuo, e come sia del tutto separato dalla quotidiana vita criminale degli altri personaggi. Non è il
desiderio di denaro, o di potere, o di vendetta, quello che lo spinge a compiere le sue azioni, ma il semplice, puro, genuino desiderio del male fine a se stesso. È questa logica e razionale coscienza della propria malvagità che rende il Joker il personaggio più affascinante tra quelli scelti per rappresentare il male. Il Joker non è un semplice nemico: è il nemico.
desiderio di denaro, o di potere, o di vendetta, quello che lo spinge a compiere le sue azioni, ma il semplice, puro, genuino desiderio del male fine a se stesso. È questa logica e razionale coscienza della propria malvagità che rende il Joker il personaggio più affascinante tra quelli scelti per rappresentare il male. Il Joker non è un semplice nemico: è il nemico.martedì 25 marzo 2008
In memoria 13 - Filippo Argenti degli Adimari
Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un, pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”
E io a lui: “S’io vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì s’è fatto brutto?”
Rispose: “Vedi che son un che piango.”
E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maledetto, ti rimani!
Ch’io ti conosco, ancor sie lordo tutto.”
Allora stese al legno ambo le mani;
per che il maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via, costà, con gli altri cani!”
Lo collo poi con le braccia mi cinse,
baciommi il volto, e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che in te s’incinse!
Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furiosa.
Quanti si tengon or lassù gran regi,
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”
Inferno, canto VIII versi 31-51
dinanzi mi si fece un, pien di fango,
e disse: “Chi se’ tu che vieni anzi ora?”
E io a lui: “S’io vegno, non rimango;
ma tu chi se’, che sì s’è fatto brutto?”
Rispose: “Vedi che son un che piango.”
E io a lui: “Con piangere e con lutto,
spirito maledetto, ti rimani!
Ch’io ti conosco, ancor sie lordo tutto.”
Allora stese al legno ambo le mani;
per che il maestro accorto lo sospinse,
dicendo: “Via, costà, con gli altri cani!”
Lo collo poi con le braccia mi cinse,
baciommi il volto, e disse: “Alma sdegnosa,
benedetta colei che in te s’incinse!
Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s’è l’ombra sua qui furiosa.
Quanti si tengon or lassù gran regi,
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!”
Inferno, canto VIII versi 31-51
lunedì 24 marzo 2008
Il ritorno a casa di Enrico Metz
In quel periodo navigavo sul torrente di letture intimistiche, di viaggi nelle realtà di personaggi complessi, di storie intense e riflessive, poca azione e molti pensieri. Era il periodo di “Non ti muovere”, di “Labilità”, de “Il quinto esilio”. E “Il ritorno a casa di Enrico Metz” si inserisce a pieno titolo in questo filone. Quello che domina ogni pagina del romanzo è il tema della calma, del riposo. Ma non una calma o un riposo forzati, imposti, piuttosto desiderati e accolti.
Enrico Metz ha vissuto cinquant’anni a mille all’ora, a pieno regime, senza fermarsi. Al vertice di una delle più grosse aziende del paese, ha visto il mondo dal lato del successo, del denaro, del potere. Poi ha assistito al crac finanziario, e ha deciso di tirarsi fuori da quel mondo, e di tornare alla sua cittadina d’origine, costretto ad ammettere che le voci che sentiva da ragazzo erano vere, che chi è nato in quella città prima o poi ci ritorna, e che il tempo che trascorre lontano non è altro che un esilio passato a desiderare di tornare. Torna ad abitare nella vecchia casa di famiglia, riduce il suo lavoro a poche selezionate consulenze, riscopre i ritmi e i luoghi che erano nella sua memoria di ragazzo, ritrova alcuni amici. E con la saggezza che solo una certa età può regalare, riesce ad apprezzare quei momenti di calma, quel silenzio, quelle foglie che cadono nel parco. Ma in una confortevole e quasi desiderata solitudine psicologica, irrompe tutta una schiera di personaggi femminili, destinati a scandire le sue giornate. Ivana, una moglie distante che si riavvicina, Rita, segretaria, governante e a volte confidente, Eleonora, bellissima e sensuale figlia dell’amico Alberto. E lui è costretto a barcamenarsi tra l’affetto coniugale, il desiderio dell’amicizia, e l’infatuazione della giovinezza.
Allo stesso tempo però, altri personaggi turbano la sua quiete, stavolta in maniera più corale. Sono i piccoli protagonisti del teatrino della politica locale, che a lui, abituato a confrontarsi con persone di spessore ben maggiore a questo livello, non possono non sembrare goffi e quasi ridicoli nella loro foga di entrare nelle sue grazie. Ma le piccole città sono universi a parte, e un politicante qualunque in quel mondo è importante tanto quanto il re d’Inghilterra, anzi anche di più, visto che l’Inghilterra si trova fuori dalla città in questione. Così, Enrico Metz non può non scatenare sconcerto, inimicizia e sospetti quando rifiuta in maniera netta e decisa la proposta di far parte di quella realtà, ricoprendo una importante carica amministrativa. E come antidoto alle urla assordanti del mondo, Metz oppone una diversa percezione di sé, una rarefazione delle azioni e delle emozioni, che lo conduce serenamente ad una calma rassicurante.
Non c’è nulla di malinconico nel romanzo di Claudio Piersanti, né tanto meno di triste o di nichilista, ma piuttosto c’è un omaggio estremo e potente alla vita e alla bellezza, che non vanno solo contemplate ma, per quanto possibile, vissute.
giovedì 20 marzo 2008
In memoria 12 - La palude Stige - Iracondi
Noi ricidemmo il cerchio all’altra riva
sovra una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.
L’acqua era buia assai più che pensa:
e noi in compagnia dell’onde bigie
entrammo giù per una via diversa.
Una palude fa, che ha nome Stige,
questo tristo ruscel, quando è disceso
al piè delle maligne piagge grigie.
E io, che di mirar mi stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte e con sembiante offeso.
Questi si percotean, non pur con mano,
ma con la testa, col petto e co’ piedi,
troncandosi coi denti a brano a brano.
Lo buon maestro disse: “Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
ed anco vo’ che tu per certo credi
che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, che s’aggira.”
Inferno, canto VII versi 100-120
sovra una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.
L’acqua era buia assai più che pensa:
e noi in compagnia dell’onde bigie
entrammo giù per una via diversa.
Una palude fa, che ha nome Stige,
questo tristo ruscel, quando è disceso
al piè delle maligne piagge grigie.
E io, che di mirar mi stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte e con sembiante offeso.
Questi si percotean, non pur con mano,
ma con la testa, col petto e co’ piedi,
troncandosi coi denti a brano a brano.
Lo buon maestro disse: “Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
ed anco vo’ che tu per certo credi
che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, che s’aggira.”
Inferno, canto VII versi 100-120
martedì 18 marzo 2008
Deus ex machina
Se un giorno poteste incontrare il vostro creatore, che cosa gli direste?
Ho scelto questa storia per la seconda (e credo proprio anche ultima) volta in cui parlo di Animal Man, per la sua particolarità, che non ho ritrovato mai più in nessuna altra storia che ho letto fino ad ora. L’altra volta il personaggio mi era servito per parlare del tema dell’animalismo, mentre adesso voglio parlare solo della storia e del suo autore.
Senza alcun dubbio, Grant Morrison non ha tutte le rotelle al loro posto, anzi parecchie (per fortuna) devono girare in modo decisamente anomalo, viste le storie che scrive. Credo che “Deus ex machina” sia l’avvio di tutto un crescendo di situazioni psichedeliche sul quale si baseranno tutte le sue produzioni successive. Basta guardare cosa sono “Doom Patrol”, “The Invisibles”, “Flex Metallo”, “Seaguy”, e altre ancora, per capire che tutto ha inizio da qui.Ecco cosa succede.
Buddy Baker torna a casa, e trova la sua famiglia massacrata da un misterioso assassino. Raccoglie informazioni e uccide i colpevoli. Cerca un modo per far sì che l’omicidio dei suoi cari non accada, viaggiando nel tempo, ma fallisce. Alla fine, dopo un lungo viaggio verso dimensioni astratte, arriva ad una casa isolata e bussa alla porta. Chi gli apre è... Grant Morrison!
Ecco che la realtà e il fumetto si fondono, ma non in modo semplice come potrebbe sembrare. La realtà della storia raccontata dal fumetto si fonde con la realtà della vita vissuta dallo scrittore, e la situazione surreale in cui si trova il personaggio si fonde con i pensieri surreali dello scrittore. Senza contare che, di fatto, lo scrittore, che è persona reale, diventa personaggio del suo stesso fumetto, e Animal Man, personaggio inventato, diventa reale in quanto creato dallo scrittore. In fondo, il fumetto, così come i suoi due estremi, cioè il libro e il disegno, sono degli strumenti molto potenti dal punto di vista della creazione, nel senso che sono oggetti reali, fisici, con i quali si può creare qualcosa di irreale, dandogli concretezza. In sostanza, il personaggio di Animal Man è un soggetto astratto, ma le pagine del fumetto sono di vera carta e impregnate di vero inchiostro, sono tangibili, materiali, reali, e perciò esistono. Ed esistono anche i personaggi.
Buddy è confuso, ma si rende conto che la sua vita, tutta la sua esistenza presente e passata, è controllata, anzi creata da qualcun altro. Anche la morte della sua famiglia, il suo dolore e la sua sofferenza sono stati creati e scritti da Morrison. E come lo stesso autore dice, Animal Man è tutto ciò che lui decide che sia, perché l’autore, se lo vuole, può entrare nel mondo del personaggio, mentre il personaggio, anche volendo, non può entrare nel mondo dell’autore. Inoltre, raramente i personaggi sanno di essere creati dalla mente di qualcun altro, anzi, molto spesso, di più persone contemporaneamente:
[Animal Man]: Tutta questa roba. Il mondo intero. Sono solo... storie? Tu scrivi anche la Doom Patrol?
[Grant Morrison]: Sì, ma loro non lo sanno.
[Animal Man]: Tu scrivi tutto?
[Grant Morrison]: Non essere ridicolo! Se scrivessi tutto, non riuscirei a dormire. Scrivo solo un paio di fumetti e tu sei uno dei miei personaggi. Altri scrittori sono responsabili dei loro personaggi. Vivi in un mondo creato da un comitato. Qualcun altro scrive la tua vita quando sei con la Justice League. Non te ne eri accorto?
[Grant Morrison]: Sì, ma loro non lo sanno.
[Animal Man]: Tu scrivi tutto?
[Grant Morrison]: Non essere ridicolo! Se scrivessi tutto, non riuscirei a dormire. Scrivo solo un paio di fumetti e tu sei uno dei miei personaggi. Altri scrittori sono responsabili dei loro personaggi. Vivi in un mondo creato da un comitato. Qualcun altro scrive la tua vita quando sei con la Justice League. Non te ne eri accorto?
[Animal Man]: Beh, forse... Non mi sembra di fare mai niente di che quando sono con la Justice League.
Ecco un altro paradosso: non esiste in realtà un personaggio dei fumetti, ma tanti personaggi uguali solo nel nome, e qualche volta nell’aspetto. Non c’è un Batman, ma tanti Batman quanti sono i suoi scrittori, passati, presenti e futuri. Se io adesso prendessi un foglio bianco e una penna e scrivessi una storia di Batman, ecco che ci sarebbe un altro Batman. Potrebbe avere un costume rosso a pois, abitare nel bungalow di un villaggio vacanze e avere come unica missione quella di raccogliere ciottoli del peso esatto di centodiciassette grammi, ma sarebbe comunque Batman perché io l’ho creato così. Ecco la verità: tutto ciò che un personaggio è, è solo quello che il suo scrittore pensa di lui:
[Grant Morrison]: Qualcun altro scriverà la tua vita. [...] Potrebbero fare l’ovvio e cercare lo shock facendoti mangiare la carne. Non lo so.
[Animal Man]: Come possono costringermi a mangiare la carne? Io non mangio la carne! Io non voglio mangiare la carne! Io sono vegetariano!
[Animal Man]: Come possono costringermi a mangiare la carne? Io non mangio la carne! Io non voglio mangiare la carne! Io sono vegetariano!
[Grant Morrison]: No, io sono vegetariano. Tu sarai tutto ciò che verrà scritto.
In effetti, deve sembrare una condizione opprimente, quella del personaggio: sapere che la propria vita non è altro che la fantasia di qualcuno, che può decidere di farti agire come più gli aggrada. Che potrebbe persino farti diventare un violento, un assassino. Ma c’è un rovescio della medaglia, come spiega il Morrison personaggio: della storia si è certi di chi è l’artefice, ma della realtà?
[Animal Man]: Hai ucciso la mia famiglia! Hai rovinato tutto! Ti rendi conto di cosa mi hai fatto? [...] non è giusto.
[Grant Morrison]: No, non lo è. L’anno scorso è morta la mia gatta. [...] Si chiamava Jarmara. Neanche questo è stato giusto, ma io con chi mi lamento? Vedi, il tuo mondo è molto più semplice del nostro. Può essere invaso dagli alieni o subire catastrofi e non importa. Tutto torna come prima, come nuovo. Non ci sono problemi che non possono essere risolti da un idiota in calzamaglia. Quindi non venire a lamentarti con me di cosa è giusto e cosa non lo è.
In realtà, potrebbe essere così anche per noi. Potremmo essere i burattini nelle mani di qualcuno e non saperlo. Forse la mano che teneva la penna mentre scrivevo questo post, o le dita che adesso battono sui tasti, sono guidati dai fili invisibili di un grande burattinaio. Se esistesse un dio, noi non dovremmo essere altro che le sue bambole... In effetti, sarebbe comodo se fosse così: come Buddy, avremmo qualcuno con cui prendercela per le disgrazie che ci capitano.
Da piccoli ci insegnavano che Dio ha creato gli uomini ma li ha lasciati liberi di scegliere. Ma se questa libertà è un costrutto di Dio, allora non è anche questa una costrizione?
lunedì 17 marzo 2008
In memoria 11 - Avari e prodighi
Dissi: “Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fur cherci
questi chercuti alla sinistra nostra.”
Ed egli a me: “Tutti quanti fur guerci
sì della mente in la vita primaria,
che con misura nullo spendio ferci.
Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
quando vengono ai duo punti del cerchio,
ove colpa contraria li dispaia.
Questi fur cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soverchio.”
Inferno, canto VII versi 37-48
che gente è questa, e se tutti fur cherci
questi chercuti alla sinistra nostra.”
Ed egli a me: “Tutti quanti fur guerci
sì della mente in la vita primaria,
che con misura nullo spendio ferci.
Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
quando vengono ai duo punti del cerchio,
ove colpa contraria li dispaia.
Questi fur cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soverchio.”
Inferno, canto VII versi 37-48
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