giovedì 9 aprile 2009

Io sono il Tenebroso

Se un libro ti dura meno di due giorni qualche motivo ci deve essere. Forse è perché, contrariamente a quanto succede di solito, quelli che ti stanno intorno sul treno sono silenziosi. Forse è perché ci sono dieci gradi e piove dalla mattina alla sera. Forse è perché c’è la stufa a legna accesa e i tuoi genitori hanno la felice idea di riposare il pomeriggio e uscire a cena fuori il sabato sera, permettendo a quel dannato aggeggio chiamato televisore di stare zitto per un po’. Certo, tutto questo contribuisce. Ma se il libro fa schifo, di tutto questo se ne frega. Se non ci tiene ad attirare la tua attenzione, non puoi farci niente. Ma quando, al contrario, il libro decide che ti deve coinvolgere, non hai scampo, non puoi fare a meno di leggerlo. Te ne freghi del fatto che tra cinque giorni hai un esame, o che domani sul treno non avrai niente da leggere, o che sono le due di notte. La stufa è ancora accesa e il libro vuole essere letto.

Un tizio per cui calza alla perfezione la definizione che il dizionario dà per ‘idiota’ spia per cinque giorni di fila due donne, e poi regala a ciascuna un vaso con una pianta. Il giorno dopo il regalo, ognuna delle due viene uccisa brutalmente. È stato lui, non c’è dubbio, la polizia ne è convinta. Ma Clement dice di essere innocente, e chiede aiuto all’unica persona che non l’ha mai chiamato imbecille: Marthe. Conosce un mucchio di gente, Marthe, anche le persone perfette per coprire e nascondere un presunto assassino. Ma nasconderlo non basta. Bisogna trovare quello vero. Bisogna trovare quello che ha telefonato a Clement dicendogli di spiare le donne, e lo ha pure pagato per farlo. Un mezzo tedesco che svolgeva indagini per il ministero degli interni e il cui attuale interesse consiste nell’ordinare scatole di scarpe e portarsi un rospo nella tasca della giacca sembra al persona perfetta per scoprirlo. Ammesso che sia disposto a credere alla storia dell’idiota. Ma un ex sbirro può non bastare per il lavoro (dimostrare alla polizia che due più due può non fare quattro). Molto meglio mettergli accanto qualcun altro, e tre storici spiantati, sul lastrico, senza famiglia, senza amori, complessivamente nella merda, sono la cosa migliore che si possa trovare. Comincia così la lunga marcia nei meandri di Parigi, della sua provincia, e di un passato pieno di misteri irrisolti che si vanno collegando uno alla volta, fino a che un piccolo segnale fa scoccare la scintilla nella mente di Marc, il Medievista, lo studioso dei contratti agrari del XIII secolo. D’altronde, farsi i fatti degli altri è quello che sa fare meglio. La brillantezza di Lucien, la calma di Mathias e la saggezza del padrino Vandoosler il Vecchio gli daranno certamente una mano, ma è la mente di Marc che alla fine riesce a trovare la vera forma della mosca che ronza nella zucca dell’assassino. Marc, che quando trova l’idea giusta, corre e va dritto al sodo, senza ripensamenti e senza deviazioni, è il suo lavoro, non importa che si tratti di contratti agrari o di assassini. Alla fine, si tratta sempre di trovare qualcosa di preciso in un mare di informazioni caotiche. Chi potrebbe farlo meglio di uno storico?

– Quella donna, – riprese Marc dopo alcuni minuti, – Julie Lacaize. È stata deliziosa con me. Ma mi sembra abbastanza normale, dato che le ho salvato la pelle.
– E allora?
– Allora niente. A essere sinceri, non ho avuto la sensazione che la cosa potesse aprirmi grandi prospettive.
– Bello mio, – disse Lucien senza interrompersi, – non puoi pretendere di fare atto di intelligenza e di coraggio e in più portarti a casa la ragazza.
– E perché no?
– Perché allora non sarebbe più un gesto eroico, sarebbe una farsa.
– Ah, ecco, – disse Marc a bassa voce. – Potendo scegliere, credo che avrei preferito la farsa.