venerdì 29 febbraio 2008
In memoria 7 - La bella scuola
che vien dinanzi ai tre sì come sire.
Quegli è Omero, poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che viene;
Ovidio è il terzo, e ultimo è Lucano,
però che ciascuno meco si conviene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene.”
Così vidi adunar la bella scuola
di quel signor dell’altissimo canto,
che sovra gli altri com’aquila vola.
Inferno, canto IV versi 86-96
mercoledì 27 febbraio 2008
Preghiera in gennaio
Come i pensieri si intrecciano nelle circonvoluzioni cerebrali incrostandole fin nel profondo, è qualcosa di così misterioso da sembrare spesso assurdo. Un’associazione che definirei bislacca è all’origine di queste righe. Il primo membro della coppia è la pubblicità che presenta l’annuale edizione del festival di Sanremo, il secondo è un dato, letto su una dispensa di studio, che dice che ogni anno nell’Unione Europea muoiono cinquantottomila persone per suicidio, più morti di quanti ne causino incidenti stradali, omicidi e AIDS. Da cosa mai potrebbero essere legati i suicidi e il festival di Sanremo, vi chiederete. Nella mia mente, lo sono dal fatto che il 27 gennaio 1967 Luigi Tenco si suicida in una camera dell’Hotel Savoy, dopo aver appreso il risultato del festival a cui aveva partecipato. Non starò qui a parlare delle turbe psichiche che il cantautore doveva certamente avere, né delle circostanze che lo hanno portato a compiere quel gesto. Vorrei invece riflettere un attimo sul fatto che allora, cosa che forse non tutti sanno, ai suicidi veniva negato un funerale cristiano e la sepoltura in terra consacrata, in quanto la privazione volontaria della propria vita era considerata, a prescindere dalle motivazioni, un peccato mortale che non meritava perdono neanche dopo la morte. Non mi va di dilungarmi a dissertare su quanto sia meschina e gretta questa interpretazione, non ancora da tutti abbandonata a tutt’oggi. Preferisco che a parlare siano le strofe di questa canzone, “Preghiera in gennaio”, composta proprio in onore di Tenco da tale Fabrizio de Andrè, che su uomo e spirito una cosetta o due la sapeva.
Preghiera in gennaio
Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare, quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno risplendono le stelle.
Quando attraverserà l’ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà, baciandoli alla fronte,
“Venite in paradiso, là dove vado anch’io
perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”.
Fate che giunga a voi, con le sue ossa stanche,
seguito da migliaia di quelle facce bianche.
Fate che a voi ritorni, fra i morti per oltraggio,
che al cielo ed alla terra mostrarono il coraggio.
Signori benpensanti, spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai santi, Dio tra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte
che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte.
Dio di misericordia, il tuo bel paradiso
l’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso,
per quelli che han vissuto con la coscienza pura:
l’inferno esiste solo per chi ne ha paura.
Meglio di lui nessuno mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti, che vuoi e puoi salvare.
Ascolta la sua voce, che ormai canta nel vento:
Dio di misericordia, vedrai, sarai contento.
martedì 26 febbraio 2008
In memoria 6 - Il Limbo
ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch’è porta della fede che tu credi;
e se furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio;
e di questi cotai io sono medesmo.
Per tai difetti, e non per maggior rio
semo perduti, e sol di tanto offensi,
che sanza speme vivemo in desio.”
Inferno, canto IV versi 33-42
Un augurio
lunedì 25 febbraio 2008
Disgusto
In una puntata del programma (mi ripugna definirlo tale, non fosse altro che per il rispetto dovuto a chi fa veri programmi d’informazione) “Porta a porta”, una degli ospiti di Bruno Vespa è la ginecologa e sessuologa medica (?!?) Alessandra Graziottin, la quale, su invito del conduttore, si lancia in una elucubrazione psicologico-sociale sulla presunta necessità per un giovane oggi di avere un blog privato. Ripercorro solo alcuni punti trattati, e rimando chiunque legga a vedere di persona il filmato.
1) Oggi molti giovani e meno giovani esistono in quanto sono visibili su internet; internet è il loro mondo, è la loro piazza, il loro paese [...] e la visibilità oggi è un paradigma di valore più della qualità della persona.
2) Quello che attrae su internet, come su tutti i mezzi visivi, è la possibilità di una attrazione sessuale con un messaggio esplicito o implicito.
3) Questo crea la proliferazione di tutti questi siti di prostituzione virtuale, che inizia virtuale e che poi può andare oltre, autogestiti nel blog personale.
4) Si arriva poi a una esposizione di sé provocatoria, perché in questo provocare si attrae il consenso oggi di un certo tipo di adolescenza che esiste in quanto ha un’identità negativa.
5) C’è tutta una doppia vita segreta che parte dal blog e si esplicita poi per esempio in una sessualità che ha tutta una serie di connotati di promiscuità, di rischio, di prostituzione, di autodistruttività, sulla quale dobbiamo veramente riflettere.
Ho guardato e riguardato il filmato più volte, per cercare di cogliere quale possa essere l’utilità di far passare questo tipo di messaggi, e quali possono essere le motivazioni che stanno alla base di queste affermazioni generaliste e faziose. Vespa dice che il problema fondamentale è che il mondo “adulto” oggi si confronta con la propria incapacità di decifrare il mondo dei giovani. E l’avanguardia del disagio giovanile viene concretizzata nel blog personale su internet, spia di una interiorità violenta e frustrata che inizialmente si esprime in queste forme di comunicazione, per poi sfociare in comportamenti immorali o francamente delittuosi (prostituzione, uso di sostanze stupefacenti, omicidi).
Io ho solo venticinque anni, forse non sono adulto, forse non sono più tanto giovane, e spero che il mio tentativo di dare una risposta alla prima domanda non sia interpretato come presunzione. Perché gli adulti non comprendono i giovani? Secondo me è semplicemente perché gli adulti sono adulti e i giovani sono giovani. Non c’era internet quando i ragazzi si lasciavano crescere i capelli e ascoltavano la musica rock per puro desiderio di ribellione. Quando non c’erano i blog c’erano le sale da biliardo, i club sportivi, gli oratori. Erano tutti luoghi in cui i ragazzi condividevano delle esperienze, si scambiavano opinioni, discutevano, litigavano, si odiavano e si amavano. E i genitori di allora non li conoscevano bene tanto quanto non ci conoscono bene i nostri genitori di oggi. Ed giusto anche questo, in una certa misura. Un genitore deve fare il genitore, non l’amico o il compagno di scuola. Ci devono essere le incomprensioni, i litigi, le punizioni, e tutto quello che contribuisce alla formazione di una persona. Ma c’è di più. Molto spesso manca la reale volontà di conoscere i propri figli, e questa non conoscenza è solo il pretesto buono per lamentarsi con gli amici o i colleghi alle cene di lavoro, perché avere dei figli “difficili” e riuscire a tirarli su è motivo di orgoglio. Tempo fa mi capitò di assistere ad un incontro tra un sociologo contemporaneo (di cui non ricordo il nome) e un gruppo di studenti delle superiori, ed alla domanda di uno di questi sul perché i figli hanno spesso un atteggiamento conflittuale con i genitori, rispose: “I genitori commettono un gravissimo errore: quello di preoccuparsi per i figli. Se fanno tardi la sera, se vanno in discoteca, se non prendono buoni voti a scuola. Dovrebbero una buona volta smettere di preoccuparsi per i figli e imparare ad occuparsi dei figli”.
Prostituzione virtuale che poi può andare oltre? Questa stronza che viene pagata per sedere su quella poltrona e parlare dell’interiorità di una persona come se stesse parlando di cucina non è il miglior esempio di prostituta? E mi vengono a dire che guardare leggere un libro e voler condividere le emozioni che si sono provate con altre persone che grazie a internet, non importa quanto siano lontane, possono entrare in contatto con chi scrive, è prostituzione? E allora che cosa sono i giornalisti che si vendono ai politici per fare propaganda ai loro pseudo-messaggi? Che cosa sono i direttori di rete che danno enormi spazi di trasmissione ad alcuni mentre altri sono relegati in nicchie senza nessuna possibilità di ascolto? Che cosa è Bruno vespa quando per mesi ci martella con i suoi libri pubblicizzati in tutte le reti RAI? A nessuno è venuto in mente che i migliori esempi di puttane erano proprio in quello studio? Personalmente, è stata la prima cosa che ho pensato quando ho visto il filmato. Ma io sono di parte, visto che ho un blog personale, che aggiorno nel tempo libero tra un omicidio, i servizietti ad un cliente e una spada (per chi non lo sapesse, in gergo vuol dire iniezione di eroina). Per questo, la cosa migliore è guardare il filmato e farsi le proprie opinioni. Magari, dopo fate un salto a firmare la petizione contro la presenza in RAI di Bruno Vespa.
Ah, dimenticavo, un ultimo, piccolo appunto: carissima “dottoressa” Graziottin, la parola “autodistruttività” non esiste nel dizionario della lingua italiana aggiornato al 2007, farebbe meglio a frequentare qualche corso serale di grammatica, ma nelle more le suggerisco due sinonimi che può utilizzare: “autodistruzione” e “autolesionismo”, dove il primo rappresenta un elemento di degrado personale a livello interiore, mentre il secondo prevede una componente fisica del danno inferto alla propria persona.
domenica 24 febbraio 2008
In memoria 5 - Caronte
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo!
I’ vegno per menarvi all’altra riva
nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo.
E tu che se’ costì anima viva,
partiti da cotesti che son morti!”
Ma poi ch’ei vide ch’io non mi partiva
disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare;
più lieve legno convien che ti porti.”
E il duca a lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare.”
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier della livida palude,
che intorno agli occhi avea di fiamme rote.
Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che inteser le parole cruse.
Bestemmiavano Iddio e i lor parenti,
l’umana spezie, il luogo, il tempo e il seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, alla riva malvagia
che attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.
Inferno, canto III versi 82-111
giovedì 21 febbraio 2008
Mistero celeste
Ho letto parecchio di Neil Gaiman, anche cose che non hanno ricevuto moltissima pubblicità. Ad essere sincero, dopo il capolavoro della saga di Sandman, poco altro si riesce ad apprezzare con lo stesso entusiasmo. È come quando si raggiunge una vetta: vuoi o non vuoi, il resto sarà sempre discesa, non c’è un posto più alto in cui arrivare. Più o meno la stessa cosa ha scritto Harlan Ellison in quella introduzione a “La stagione delle nebbie” di cui riporterò un passo nel post dedicato a quel volume. Per questo, quando ho comprato “Mr. Punch”, “The books of magic”, “La crociata dei bambini”, l’ho fatto più per collezionismo che per reale curiosità: volevo avere anche le altre opere di Gaiman, ma sapevo che non potevano essere come Sandman. La stessa cosa è successa con “Mistero celeste”. Lo vidi nel mucchio degli arrivi settimanali della fumetteria che frequento, un’unica copia, e lo misi subito tra le cose che ho da parte, per comprarlo e portarlo a casa quella sera stessa, solo per inserirlo nella libreria insieme alle altre ‘cose’ di Gaiman (un po’ quello che succede con le opere di Moore o Morrison), riproponendomi di leggerlo senza troppa premura. Mi sono dovuto ricredere.Prima ancora della Terra, del Sole, dell’intero universo, c’era la città d’argento, il luogo in cui Dio affidava agli angeli la sua volontà perché portassero avanti il suo progetto di creazione. Perché Dio ha un piano, ha tutto sotto controllo, ha previsto tutto. O forse no? Accade qualcosa, qualcosa di sbagliato, qualcosa che va contro le regole, qualcosa che va punito. Per questo, viene chiamato l’angelo della vendetta, il braccio armato di Dio, e viene incaricato di scoprire chi è il responsabile dell’assassinio di un altro angelo, e di punirlo adeguatamente. Tra gli interpellati c’è anche Lucifero, il primo tra gli angeli, il braccio destro di Dio. Lucifero, che a volte indugia a camminare al di fuori della città, nella zona oscura, dove voci menzognere gli sussurrano le ingiustizie di cui Dio si ammanta ogni giorno. Ma Lucifero le ignora, anche se vuole conoscerle. L’angelo della vendetta scopre il colpevole, e gli impartisce la punizione divina, distruggendolo davanti agli occhi di Lucifero. Ma quell’angelo aveva assassinato il suo simile per amore, perché non poteva più sopportare di non essere corrisposto come era stato un tempo. Secondo Lucifero, questo doveva bastare come attenuante. Ma la volontà di Dio non conosce attenuanti, la sua vendetta non ammette appelli. Resta una sola cosa da fare.
Con una storia mirabilmente intessuta, Gaiman ci spiega come tutto va ricondotto alla volontà del creatore, come il suo disegno rimanga imperscrutabile anche agli occhi delle sue più dirette emanazioni. È la volontà di Dio che fa in modo che Lucifero sia presente all’esecuzione, così come è stata la volontà di Dio che gli ha ordinato di addestrare gli angeli per la guerra. E per la guerra serve un nemico, serve qualcuno che dubiti, qualcuno che si ribelli. Chi meglio del primo tra gli angeli, del portatore della luce divina, potrebbe ricoprire questo ruolo? Un ruolo fondamentale per le sorti dell’intero creato, perché l’unica cosa che dà valore a un’idea è l’esistenza di qualcuno che la contesti, ciò che rende vera la volontà di Dio è il fatto che Lucifero abbia creduto alle parole delle voci nell’oscurità, e messo di fronte alla dimostrazione che Dio non è un essere misericordioso ma spietato, sceglie di opporsi alla sua volontà, sceglie di essere libero. A questo punto non importa quale sia l’esito finale della guerra, l’unica cosa importante era che venisse combattuta, che i due si fronteggiassero, in modo che il vincitore sarebbe stato il vero Dio, e l’altro la concretizzazione del male.
