martedì 4 novembre 2008

Le donne dei comics - Mystica



















È salita alla ribalta con i tre film ispirati ai fumetti degli X-Men, e c’è un motivo. Sicuramente è un personaggio interessante, ma il fatto che a interpretarla sia stata Rebecca Romijn, e che andasse in giro vestita praticamente della sua pelle, hanno certo contribuito a rendere il personaggio noto al grande pubblico, in particolare quello dei maschietti. Chi invece segue le storie delle testate mutanti da qualche anno, la conosceva già.

Mystica è un personaggio molto complesso e sfaccettato, uno di quelli che negli anni d’oro della Marvel rappresentava perfettamente il concetto di antieroe. Forse nessuno più di lei ha attraversato tante volte il limite che separa la legalità dal crimine. Esordisce alla testa di un gruppo di terroristi mutanti che vogliono rivendicare con la forza il loro diritto a esistere nel mondo tanto quanto gli umani. Di quel periodo, due personaggi fondamentali vanno presi in considerazione: la veggente cieca Destiny, e Rogue. Con la prima, Mystica ha sempre avuto un rapporto molto speciale, che andava oltre la semplice amicizia, a dimostrare come non per forza una terrorista dovesse essere priva di sentimenti, e la controprova è il dolore che ha provato quando se l’è vista morire tra le braccia. Di Rogue, Mystica si è sempre considerata la madre adottiva, la prima che l’ha accolta quando i poteri della ragazzina la rendevano un pericolo per chiunque le si avvicinasse. E proprio da lei venne la decisione di mandare la ragazza alla scuola per giovani dotati di Xavier, per aiutarla a gestire e controllare i suoi poteri come lei non poteva fare.
Subito dopo, Mystica diventa il leader di una squadra governativa per la gestione degli affari mutanti, quindi un agente del governo americano a tutti gli effetti, sotto la supervisione di Valerie Cooper. Da lì in poi, più volte ha prestato le sue abilità di mutaforma nonché le straordinarie capacità nelle arti marziali ora per una causa ora per l’altra, ora al fianco degli X-Men, di cui è arrivata a far parte per un periodo, ora scontrandosi con questi in battaglie all’ultimo sangue.

Potremmo dire quindi che, con la stessa facilità con cui è capace di cambiare aspetto, potendo assumere le sembianze di chiunque, Mystica è capace di mutare anima. Da spietata terrorista a madre gelosa, da assassina su commissione ad amante affettuosa. Uno di quei personaggi al limite tra il bene e il male che diversi anni fa hanno fatto il successo delle storie mutanti e di cui oggi si sente molto la mancanza. Non perché non vi sono oggi personaggi che potrebbero essere interessanti, ma perché non c’è più quella caratterizzazione intima e personale degli eroi e dei loro avversari che li rendeva qualcosa di più che semplici personaggi e li avvicinava molto al concetto di persone.

domenica 2 novembre 2008

A egregie cose...

Non serve, o non dovrebbe servire, che io stia qui a ricordare chi era Ugo Foscolo e quello che ha scritto. Voglio estrapolare, in questo giorno, un breve passo dal carme “Dei sepolcri”, perché in questo, più che in ogni altra cosa che io abbia letto, si trova spiegato il senso di questo giorno. Oggi noi onoriamo i defunti. Non importa credere o meno in una particolare forma di dio. Non importa che le persone che amavamo e che sono morte le ricordiamo ogni giorno. C’è qualcosa di più. Qualcosa che ancora ci possono dare. Qualcosa che accenda i nostri animi.

A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io, quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che, temperando lo scettro a’ regnatori,
gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
più mondi, e il sole irradiarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento;
te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe’ lavacri
che da’ suoi gioghi a te versa Appennino!
Lieta dell’aer tuo veste la luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti; e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi.
E tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l’ire al Ghibellin fuggiasco;
e tu i cari parenti e l’idioma
desti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore, in Grecia nudo e nudo in Roma,
d’un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere celeste.
Ma più beata che in un tempio accolte
serbi l’italie glorie; uniche forse
dacchè le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti,
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.

Lives

Non ho parlato molto spesso di manga in queste pagine, certamente non così spesso come ho parlato dei fumetti americani. Non perché tra i manga non vi siano opere degne di apprezzamento, anzi. Il motivo è forse un altro: i fumetti orientali sono per lo più seriali. Mi direte che anche quelli occidentali lo sono, anzi, a differenza delle serie manga, quelle occidentali hanno la caratteristica di essere pressoché infinite. Però c’è un aspetto della produzione americana che la distingue in maniera sostanziale da quella orientale. Un personaggio dei comics americani è una creatura che potremmo dire viva di vita propria. Viene creata da un team di autori, ma nella sua evoluzione naturale è previsto che siano molti altri a realizzarne storie e disegni, a volte mantenendone le caratteristiche originali, più spesso facendone delle reinterpretazioni. Inoltre, i grossi calibri del fumetto americano si sono sempre prestati come soggetti di miniserie e racconti autoconclusivi, spesso di pregiata fattura, che li rendono particolarmente adatti per analisi e commenti. Tutto questo in oriente non succede, o succede molto di rado. Un personaggio manga è sempre una creatura del suo scrittore, che spesso ne è anche il disegnatore, e le sue avventure si dipanano in una serie più o meno lunga. Per questo, non esistono interpretazioni diverse di un personaggio ad opera di più autori, né storie separate dal percorso principale delle sue vicende. Questo aspetto ne rende più difficile la trattazione, perché non è semplice analizzare tutti i motivi narrativi di una serie di venticinque – trenta albi senza scrivere un vero e proprio trattato. Inoltre, essendo produzioni quasi esclusive di una sola persona (gli assistenti si limitano a disegnare gli sfondi o a inchiostrare le tavole, e non sempre), le serie manga sono molto diluite nel tempo. Per darvi un’idea, la serie “Berserk” è stata pubblicata per la prima volta in Italia nell’agosto 1996, e oggi, dodici anni dopo, è arrivata all’equivalente del trentaduesimo volume originale. Una testata americana, nello stesso intervallo di tempo, sarebbe arrivata in vicinanza del numero 150!

Sotto questo aspetto, “Lives” è una storia atipica. L’autore è lo stesso di “Battle Royale”, Masayuki Taguchi, che in quella serie curava solo la parte grafica e che qui si cimenta anche con la scrittura. Non so se essere rammaricato o contento che “Lives” sia diverso dagli altri manga. In pratica, il fumetto non riscosse molto successo in patria, e l’autore dovette abbandonarne la produzione dopo aver realizzato i due numeri che sono arrivati da poco nel nostro paese, e che costituiscono il prologo ad una vicenda che doveva anche in questo caso articolarsi in una serie. Mi rammarico perché il lavoro sembrava davvero interessante, e avrei voluto leggerne il prosieguo. Mi rallegro perché così ho l’occasione di parlarne. A dispetto di quanti pensano che chi sa disegnare non sa scrivere, Taguchi mostra tutto il suo talento nel tessere una trama coinvolgente.

In un momento non ben precisato del nostro tempo, una catastrofe si abbatte sulla Terra, e in particolare sulla città di Tokyo, nella forma di una pioggia di meteoriti. Sembra che l’umanità sia destinata ad estinguersi, invece dopo le esplosioni, il mondo sembra solo essere regredito ad un’era primordiale. In luogo di palazzi e città compaiono alberi e foreste, senza alcuna traccia di civiltà. A poco a poco scopriamo dei sopravvissuti al disastro, che però hanno subito dei cambiamenti. Una sorta di mutazione consente loro di acquisire aspetto e capacità tipiche di alcune specie animali, compresi gli istinti connaturati in esse. E in un mondo privo di tecnologia e civiltà, il primo istinto è certamente la fame.

Con questo cambiamento che sconvolgerebbe chiunque, abbiamo l’occasione di vedere le reazioni dei vari personaggi, dalla paura all’ottimismo, dall’altruismo alla violenza. Inoltre, a beneficio dei lettori, il finale ci rivela un colpo di scena molto interessante, che doveva nelle intenzioni dell’autore costituire il punto di partenza della serie, cosa che ovviamente non è più successa. Infine, un cenno meritano i bellissimi disegni di Taguchi, che con le anatomie si trova molto a suo agio (lo aveva già dimostrato in “Battle Royale” e lo conferma qui), in particolare quelle femminili. Molto particolari sono soprattutto le espressioni dei volti, che trasmettono alla perfezione le emozioni dei personaggi. Un vero peccato quindi che la serie non abbia più preso forma, e che dobbiamo accontentarci di questo antipasto, che, per quanto raffinato e gustoso, ci lascia il desiderio di un piatto che non gusteremo mai.

In memoria 76 - Contro Pisa

Ahi, Pisa, vituperio delle genti
del bel paese là dove il sì suona;
poi che i vicini a te punir son lenti,
muovansi la Caparra e la Gorgonia,
e faccian siepe ad Arno i su la foce,
sì ch’egli anneghi in te ogni persona!
Chè se il conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te delle castella,
non dovei tu i figliuoli porre a tal croce.

Inferno, canto XXXIII versi 79-87

mercoledì 29 ottobre 2008

Cinquant'anni in medicina

Oggi è stato un giorno particolare. Oggi, alle 11.30 in punto, una settantina di persone si sono riunite in una stanza per ascoltarne altre sei che parlavano di una. La stanza è l’aula Maurizio Ascoli del Policlinico di Palermo. Le settanta persone sono professori, medici, e qualche studente (tra cui io) della facoltà di Medicina. Le sei sono i professori Elio Cardinale, Giovan Battista Rini, Giuseppe Montalto, Antonio Carroccio, Carlo Barbagallo e Maurizio Averna. L’una è Alberto Notarbartolo. Da sabato 1 novembre il professore Notarbartolo smette di essere il primario del reparto di Medicina Interna e Geriatria U.O. 26.03, il direttore del Dipartimento di Medicina clinica e delle patologie emergenti, il direttore della scuola di specializzazione in Medicina Interna I, il professore ordinario di Medicina Interna. Ma il valore di un uomo non si misura dal numero di righe che occorrono per elencarne i titoli, né dal numero di carte su cui compare il suo nome. Si misura dal valore dei suoi allievi, dalle loro capacità, e dal trasporto con il quale oggi gli hanno tributato un saluto doveroso e onorevole. Il professore Notarbartolo tra due giorni non smette certo di essere un medico, né tanto meno un maestro e un esempio per tutti coloro che hanno lavorato sempre ‘con’ lui e mai ‘per’ lui. Non starò qui a ripetere gli interventi di coloro che oggi hanno parlato e ripercorso insieme i cinquant’anni di vita nella medicina (dalla laurea nel 1958 a oggi) del professore, ma uno lo voglio sottolineare. Quelli che conoscono il professore Averna sanno che può essere definito in molti modi, ma non certo come una persona emotiva. Più volte l’ho visto parlare a congressi anche di un certo rilievo e mai in queste occasioni l’ho visto tentennare. Oggi, per ben due volte, a Maurizio Averna si è fermata la voce, la prima davanti a una vecchia foto, la seconda quando ha accennato a Laura. Per scelta non dico chi è Laura, quelli che lo sanno capiranno, basta dire che il dolore di una persona è il suo universo privato e nessuno può permettersi di violarlo. Aggiungo soltanto che quando passo in un certo corridoio sotto una certa targa con quel nome sopra, un leggero brivido mi corre lungo le braccia. Conosco il professore Notarbartolo da meno di quattro anni, eppure oggi, in quell’aula, anch’io ho provato qualcosa. Posso solo tentare di immaginare cosa ha provato chi questi ultimi cinquant’anni li ha vissuti insieme a lui, professionalmente e personalmente.

lunedì 27 ottobre 2008

Piano meccanico

Il primo che ho letto è stato “Mattatoio n° 5”, e dopo averlo finito, la prima cosa che ho pensato è stata: ‘Li devo avere tutti’. Chi aveva scritto quel capolavoro meritava che anche tutti gli altri suoi romanzi venissero letti, direi quasi con dedizione. Così, con pazienza e con molti risparmi, ci sono riuscito. A poco a poco, le costine con la stessa grafica aumentavano di numero sulla mensola, e io mi perdevo in quei mondi straordinari che la mente di Kurt Vonnegut riusciva a creare. Un autore molto particolare, che ha capito forse prima di chiunque altro che la fantascienza doveva essere un mezzo per spiegare il mondo reale, non per fuggire da questo. Ogni volta che qualcuno mi vedeva leggere un libro di Vonnegut e mi chiedeva di cosa parlasse, io rispondevo: “Lo spunto iniziale è un viaggio nello spazio”, oppure “In una società del futuro...”. a questo punto, il commento di chi mi aveva posto la domanda immancabilmente era: “Ah, ho capito, una storia per ragazzi”. Dentro di me si smuoveva un nervoso che non so descrivere a parole. A parte che non capisco perché ‘per ragazzi’ debba significare ‘di scarso valore’, in realtà quelle di Vonnegut non sono affatto storie semplici. Ogni singolo romanzo è una spietata e feroce critica alla società americana (di cui lui stesso faceva parte), con una satira pungente e ironica che fa sorridere con le sue trovate, ma che fa anche riflettere. Ogni romanzo si scaglia contro dei particolari aspetti della società, quella americana nello specifico, che però viene assunta come modello globale per parlare di tutto il mondo e di tutti gli uomini.

“Piano meccanico” è il primo romanzo di Vonnegut, pubblicato nel 1952, proprio alla fine di quella guerra da cui l’autore prende spunto per la sua storia. In un ipotetico futuro, dopo una guerra che ovviamente è stata l’ultima, tutto ciò che esiste è controllato dalle macchine. Durante il conflitto, alcuni tecnici e manager hanno dovuto rinunciare alla forza lavoro umana, chiamata a combattere, e l’hanno sostituita con sofisticati impianti tecnologici. Finita la guerra, ci si è resi conto che la situazione andava benissimo, si era creata un’utopia dove tutto funzionava alla perfezione. Così, alcuni tecnocrati selezionati in base al loro quoziente intellettivo gestivano intere città da soli, e il resto delle masse, le cui attitudini consentivano loro di svolgere solo lavori manuali che non esistevano più, era relegato in un limbo in cui non erano più necessari. In questo contesto, il cittadino medio americano viveva relegato in un ghetto lontano dalle industrie, circondato da comodità atte ad ammansirlo. Uno scarto del processo industriale dal quale non ci si aspetta nessuno scatto di ribellione. Però l’ingranaggio si inceppa. Paul Proteus, uno di quelli che la genetica ha eletto sovrani del mondo, devia dai binari della sua ordinata esistenza per accorgersi che l’uomo non deve cambiare il mondo, deve cambiare se stesso.

“Piano meccanico” è l’invito che Kurt Vonnegut faceva già nel 1952 all’America, e insieme a tutto il mondo, chiedendo che la società sia formata da individui disposti a pensare che la cultura americana, così come ogni altra cultura, non è né vera né utopica, ma parziale e imperfetta.

Andassero tutti all’inferno, andasse tutto all’inferno. Questo segreto distacco gli dava la deliziosa impressione che il mondo intero fosse un palcoscenico. Mentre aspettava il momento in cui lui e Anita sarebbero stati psicologicamente pronti a mollare tutto per iniziare una vita migliore, Paul continuava a recitare la sua parte di direttore dello Stabilimento di Ilium. Esteriormente, come direttore, non era cambiato; ma internamente si burlava delle anime meno libere e più meschine che prendevano sul serio quel lavoro.

In memoria 75 - Conte Ugolino

“Tu dei saper ch’io fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
Che per l’effetto de’ suoi ma’ pensieri,
fidandomi di lui, i fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi aver inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
Breve pertugio dentro della muda,
la qual per me ha il titol della fame,
e in che convien ancor ch’altri si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci il mal sonno
che del futuro mi squarciò il velame.
[...]
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra il sonno i miei figliuoli,
ch’eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli,
pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
[...]
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, ed io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le mani per dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia
di manicar, di subito levarsi,
e disser: ‘Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia!’
Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti:
ahi, dura terra, perché non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
e disse: ‘Padre mio, chè non m’aiuti?’
Quindi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti:
poscia, più che il dolor, potè il digiuno.”

Inferno, canto XXXIII versi 13-27, 37-42 e 55-75