venerdì 25 gennaio 2008

Miyazaki & Son

Lo spunto per questo post mi è arrivato da un regalo ricevuto quest’anno per natale: l’edizione in doppio disco de “I racconti di Terramare”, l’ultimo film realizzato dallo studio Ghibli. Per chi non lo sapesse, il Ghibli è uno studio di produzione di opere cinematografiche animate, fondato nel 1985 da Hayao Miyazaki e Isao Takahata. Non voglio stare qui a fare un elenco delle opere realizzate, con date, autori, doppiatori, musicisti, e tanta altra paccottiglia che si può trovare facilmente su altre pagine web (per altro utilissime per chi vuole documentarsi). Vorrei invece isolare alcuni contenuti di opere significative realizzate da Miyazaki, che meritano forse più attenzione di quella che viene loro dedicata, quantomeno nel nostro paese. In particolare, mi soffermerò su “Princess Mononoke”, “La città incantata”, “Il castello errante di Howl”, e naturalmente “I racconti di Terramare”, ma non si può prescindere dai riferimenti ad altre opere precedenti, alcune realizzate prima della fondazione dello studio, che hanno anticipato temi poi ripresi in questi lavori.

“Princess Mononoke” (Mononoke Hime in originale) è uno splendido racconto che ha come tema centrale il rapporto conflittuale tra uomo e natura. Alcuni personaggi rappresentano il progresso e la scienza che non tengono conto della natura, della sua spiritualità e del suo valore, e non si curano dei danni che provocano alla vita e all’ecosistema tutto. Altri personaggi, e in particolare San, rappresentano invece la totale fusione con le forse naturali, in una simbiosi che va oltre la semplice convivenza. In mezzo c’è Ashitaka, principe dal cuore nobile, vittima di una maledizione e costretto ad un viaggio che lo porterà a contatto con le due fazioni, trovando pregi e difetti in entrambe.
Come dicevo, il tema centrale è la profonda essenza della natura, e il rapporto conflittuale che questa ha con gli esseri umani che, invece di riconoscersi parte di essa, la considerano un semplice sfondo alle loro azioni. Meravigliosi in questo senso sono i Kodama, piccoli spiriti della natura che guidano il protagonista nel suo primo viaggio dentro la foresta dove vive la loro divinità, il dio cervo, emanazione di tutte le forze naturali.
Il tema della natura era già stato protagonista nel primo lungometraggio prodotto dallo studio Ghibli, “Laputa: il castello nel cielo” (Tenkū no Shiro Laputa), in cui emergeva anche un altro tema molto caro a Miyazaki: l’innocenza dei bambini, spesso unico mezzo per scrutare il mondo con occhi imparziali, senza i preconcetti e i sentimenti negativi del mondo adulto.

I bambini infatti sono spesso protagonisti delle opere di Miyazaki, e proprio una bambina, Chihiro, è la protagonista de “La città incantata” (Sen to Chihiro no kamikakushi), che vale allo studio Ghibli il riconoscimento mondiale nel campo dell’animazione, e a Miyazaki l’Orso d’oro al festival del cinema di Berlino e l’Oscar per il miglior film d’animazione, entrambi nel 2001. Il film è tutto basato sulle antitesi, sugli opposti: al mondo reale si contrappone la città incantata, un mondo magico e popolato da esseri misteriosi, buoni e meno buoni, in cui la bambina si trova catapultata per caso. Ma una contrapposizione opposta è presente proprio in lei, che da bambina viziata e capricciosa nel mondo reale, è costretta a trasformarsi in ubbidiente lavoratrice alla mercè della strega Yubaba. In questo modo, dovrà confrontarsi con tematiche come l’amicizia, l’amore, l’affetto familiare e la responsabilità del lavoro, tutte cose che la guideranno nel suo percorso di crescita, insieme all’aiuto di alcuni esseri straordinari, come Aku, Kamagi l’uomo delle caldaie, la strega Zeniba e il Senza volto.

Ed ecco affacciarsi il terzo tema caro al regista, vale a dire il mondo della magia e del fantastico, di cui forse non c’è manifestazione migliore de “Il castello errante di Howl” (Howl no Ugoku Shiro), tratto dall’omonimo romanzo di Diana Wynne Jones, in cui la giovane Sophie, trasformata in vecchia da una strega, incontra il leggendario mago Howl e va a vivere nel suo castello, convivendo con tutta una serie di personaggi fantastici, tra cui il principale è il fuoco Calcifer, a cui è legata l’essenza del castello e la vita stessa di Howl. Un antico patto infatti lega indissolubilmente i due, e solo l’amore che Sophie scoprirà dentro di sé potrà restituire ad entrambi due valori importantissimi: la libertà a Calcifer, l’umanità (rappresentata dal cuore) ad Howl.
Ma in questo film, un altro tema affaccia prepotente, non come semplice sfondo, ma come co-protagonista dei personaggi: la guerra. Anche questo è un tema che Miyazaki ha sempre trattato nelle sue opere precedenti, una per tutte la serie animata “Conan, il ragazzo del futuro” (Mirai Shōnen Konan). Una guerra insensata e inutile, che fa emergere il peggio da ognuno, compreso Howl, ma che però la volontà degli uomini può essere capace di fermare, come dimostra alla fine del film la maga Saliman.

E arriviamo all’ultima creatura dello studio Ghibli. Stavolta, alla regia, al padre subentra il figlio, infatti la direzione è affidata a Goro Miyazaki, anche se l’impronta del ben più noto e collaudato genitore è chiara, soprattutto nel tratto dei disegni. Il tema trattato torna ad essere quello degli equilibri delle forze naturali, costantemente perturbati dalla scelleratezza della razza umana guidata solo dall’ambizione. Protagonista è Arren, ancora una volta un giovane particolarmente complesso nell’animo, come erano stati in precedenza Ashitaka e Howl, e anche stavolta c’è al fianco una giovane ragazza che nasconde un mistero, un po’ come San in Mononoke. Però in questo film la presenza degli adulti è più importante che negli altri, visto che questi personaggi non sono dei semplici comprimari come negli altri film, ma dei veri e propri protagonisti. Spiccano, tra gli altri, Sparviere e Aracne, e soprattutto quest’ultimo, il cattivo della situazione, risulta interessante in quanto incarna un desiderio atavico dell’uomo, cioè la sconfitta della morte e l’ambizione alla vita eterna, laddove invece Sparviere e la piccola Therru rappresentano il desiderio di abbracciare la vita in tutte le sue forme e onorarla anche nel suo compimento finale, la morte. Tra questi due opposti dovrà destreggiarsi Arren, facendo fronte alle sue paure e ad un’ansia interiore che arriva a manifestarsi tangibilmente in un altro se stesso.
Non manca infine l’elemento fantastico, rappresentato dalla magia degli uomini e dai draghi. Ma non è un elemento stucchevole, attaccaticcio, anzi si armonizza benissimo con le vicende interiori dei personaggi.

Nel complesso, si può dire che il figlio ha ereditato dal padre in quanto a capacità di emozionare e coinvolgere, e aspettiamo con ansia successive conferme a questa prima, incoraggiante esperienza.
I racconti di Terramare - Il trailer
video

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