giovedì 20 dicembre 2007

Domande profonde e il teatro della mente

Questo post si inserisce nel filone di quelli riguardanti storie, secondo me imperdibili, che fanno parte di opere troppo complesse e vaste per essere analizzate nella loro interezza. Così come era stato per “Rito di primavera” tratto da “La saga di Swamp thing”, anche stavolta scomodo Alan Moore, senz’altro il più versatile, audace e poetico tra gli autori di fumetti viventi.

La storia di cui parlo è tratta dal secondo volume della saga di “Promethea”, opera difficile anche solo da inquadrare come genere. Esoterismo, fantasy, eroismo e tanti altri aspetti si intrecciano infatti in queste pagine, stracolme delle psichedeliche trovate stilistiche e concettuali di cui Moore ha fatto il suo marchio di fabbrica.
La storia in questione si inserisce nel punto in cui Promethea, giovane eroina che da poco ha scoperto i suoi poteri, comincia ad addentrarsi nel mondo della magia, e dopo aver studiato sui testi ed aver frequentato un potente mago, si rende conto che è giunto il momento di conoscere la magia dal di dentro. Per far questo, interroga i serpenti che si intrecciano sul suo caduceo, l’arma che porta a mo’ di simbolo. Dalle parole di questi si dipana una filastrocca tutta in rima che spiegherà alla ragazza il vero significato della magia, attraverso un viaggio nella sua mente. Protagonisti di questo viaggio sono in realtà i ventidue arcani maggiori dei tarocchi, che uno alla volta si mostreranno all’eroina, e al lettore, spiegati nel loro significato traslato dai due serpentelli. Attraverso questi, Alan Moore ci spiega l’intera essenza dell’universo e di tutto ciò che esiste, del tempo e della storia, dell’evoluzione dell’uomo, e del ruolo della magia in questi eventi.

In tutto questo, scanditi dall’incessante succedersi dei versi della filastrocca, si inseriscono quegli accorgimenti stilistici di cui parlavo prima. In questi, protagonista assoluto è J. H. Williams III, il disegnatore della saga, che riesce a stabilire un rapporto simbiotico tra i suoi disegni e la sceneggiatura e i dialoghi di Moore. Tutte le tavole della storia sono in realtà un unico lunghissimo disegno che si svolge in senso orizzontale, o meglio ancora circolare. Accostando i margini delle pagine, infatti, si vede come il disegno di una continui in quello dell’altra senza la minima interruzione, e l’ultima tavola si raccorda perfettamente alla prima, in un anello infinito che porta al ripetersi degli eventi, così come la storia, che narrando gli eventi dall’origine dell’universo alla sua fine, può ricominciare ed essere riletta, in un ciclo di eterno ritorno molto caro ad Alan Moore. Anche in altre storie vi sono accorgimenti di questo tipo, come l’utilizzo dell’anello di Moebius, simbolo stesso dell’infinito e dell’unico, su cui per adesso non mi soffermo.

In definitiva, una storia davvero splendida, che solo una mente poliedrica come quella di Alan Moore poteva concepire, e solo una mano vellutata come quella di J. H. Williams III poteva realizzare. Non ho i mezzi per riportare le tavole complete, ma ne trascrivo la parte iniziale della storia, sperando di stimolare la curiosità di chi leggerà queste righe.

[Promethea]:
Va bene, la situazione è questa: sento il bisogno di fare un lungo viaggio per trovare una persona. Un viaggio nella magia. Ho letto un sacco di libri. Capisco le idee intellettualmente, ma non le sento davvero. Devo vedere altro ancora. E anche se mi sento stupida, Bill ha detto che dovevo chiedere a voi. Allora, cosa mi dite?

[Gigino]:
Io sono Gigino. Lui è Gigetto.
Identici siamo sol nell’aspetto

[Gigetto]:
Lui dice “Sì”, io “No” invece sbotto.
Lui sta di sopra, io invece di sotto.

[Gigino]:
Lui è l’immenso, io invece il minuto…

[Gigetto]:
Di’, come possiamo donarti aiuto?

[Promethea]:
Ho… Ho bisogno di capire la magia e credo di essere arrivata a un punto in cui non basta studiare dai libri. Devo capirla dall’interno. Ah…mi ricordate chi è l’uno e chi è l’altro?

[Gigetto]:
Io sono Gigetto. Lui è Gigino.
Il secondo è bianco, il primo corvino.

[Gigino]:
Della magia ti daremo il precetto.
Io sono Gigino. Lui è Gigetto.
Penetrar la magia, almeno in parvenza,
è come entrare nell’intelligenza…
quel celebre show di grande richiamo,
il teatro di ciò che noi conosciamo.
Pensieri in maschera fan lì residenza
sul palcoscenico della conoscenza.

[Gigetto]:
Travestiti da acrobati o da buffoni,
fan salti mortali, evoluzioni!
Qui si lancian parole, roteano idee.
Il mondo scompaia…entrar si dee!

[Gigino]:
Ciò che è all’esterno ora più non esiste.
Dentro son brividi a cui non si resiste.

[Gigetto]:
Scosta il tendone e vedrai iridescente
il circo magico della tua mente.