venerdì 10 ottobre 2008

Il Signore delle mosche

Non è solo un romanzo. Già questa parola, a mio modo di vedere, dovrebbe suscitare una sorta di rispetto in chi si appresta a leggerla. Romanzo è per me la forma più alta dello scrivere. Racconti, novelle, storie, e via dicendo, sono cose alla portata di un numero ben più ampio di persone, sebbene spesso abbiano un indiscutibile valore. Ma scrivere un romanzo vuol dire entrare in quella dimensione riservata a pochi eletti, e preclusa a tutti gli altri. Scrivere un romanzo vuol dire potersi davvero fregiare del titolo di scrittore. Non si dovrebbe abusare di questi termini.

“Il Signore delle mosche” è un romanzo, inteso in questo senso, ma non è ‘solo’ un romanzo. Vi si potrebbero accostare anche altre definizioni: trattato, studio, tesi... A questo punto credo sia superfluo dire che William Golding, in quel monte Olimpo cui accedono gli scrittori, non è uno che è entrato a stento, ma uno di quelli che occupano i gradini più alti.

Ricordo perfettamente il periodo in cui lo leggevo. Ero al terzo anno di università, allora frequentavo le lezioni con rigorosa assiduità, e mi piaceva arrivare molto prima in aula per sedermi nel mio posto preferito. Colpa di mio nonno, che mi ha trasmesso questa mania. Lui aveva sempre un ‘suo’ posto dovunque, e anche io sono così. A tavola, in soggiorno, a letto, ho sempre il ‘mio’ posto, anche se gli altri sono perfettamente uguali. E anche in quell’aula, il primo posto, accanto al corridoio centrale, della seconda fila, era il mio. Arrivando presto, avevo un bel po’ di tempo a disposizione prima che iniziasse la lezione, così leggevo. Questo libro si può dire l’abbia letto tutto sui banchi dell’università.

La storia sembra semplice, anzi quasi banale. Un gruppo di bambini sopravvive ad un disastro aereo e si ritrova su un’isola deserta, senza alcun adulto. Devono sopravvivere. Su questa sopravvivenza l’autore impianta tutti i motivi cardine del romanzo. C’è tutto, tutto quello che ci può essere nella natura umana. I bambini sono più duttili, più malleabili, capaci di sentimenti molto più puri di quelli provati dagli adulti, per questo sono molto utili per spiegare l’uomo come concetto. Golding questo lo sa bene, e ce lo dimostra alla perfezione. Una situazione che sembra ideale per sperimentare una organizzazione sociale basata sulla libertà naturale si trasforma nella affermazione di una istintualità animalesca che millenni di evoluzione non sono riusciti a estirpare dal nostro essere. Quello che all’inizio si costituisce come gruppo, ben presto si sgretola sotto il peso delle paure e delle insicurezze individuali, relegando in un angolo il controllo del pensiero razionale e portando alla luce quei sentimenti puri e selvaggi cui mi riferivo prima. L’odio, la rabbia, la cattiveria, la forza, possono avere varie intensità, ma quelli che prova un bambino sono l’odio puro, la rabbia pura, la cattiveria pura, la forza pura. In una parola, il Male puro. Tutto il romanzo non è altro che una complessa macchina narrativa che si propone di dimostrare la naturalità del male, attraverso una raffinata analisi della psicologia infantile, che si conclude con una profonda ma forse sconsolata riflessione sulle basi antropologiche della violenza e del desiderio di potere.

Adagio adagio, la lancia penetrava, e gli strilli terrorizzati divennero un grido solo, altissimo. Poi Jack trovò la gola, e il sangue gli sprizzò sulle mani, caldo caldo. La scrofa s’accasciò sotto di loro ed essi le furono sopra con tutto il loro peso, appagati finalmente. Le farfalle danzavano sempre, distratte in mezzo alla radura.

6 commenti:

veronica ha detto...

Mi piace, mi ricorda molto un film estremamente particolare ma che ti consiglio vivamente: Dogville. E' girato in uno studio privo di scenografia con una telecamera a mano.

Adryss ha detto...

Sembra interessante, lo terrò presente, anche se ogni volta che lo dico capita raramente che lo faccia. Non perchè non apprezzo i consigli, ma perchè non ho quasi mai la possibilità di seguirli. Comunque grazie davvero. Ci si vede in giro, baci ^_^

Fra ha detto...

Bellissimo romanzo, di una violenza pura e così lucida che mi ha colpito profondamente! Pensa che Goldwin prese spunto dalle classi in cui era insegnante per scrivere il libro. Usciva dall'aula e poi spiava gli alunni per vedere come reagivano all'assenza di una figura adulta
Un bacio
FRa

Adryss ha detto...

Questa curiosità non la sapevo! In effetti, calza a pennello: pochi posti sono così terribili come le classi di scuola. E la cattiveria dei bambini è senza dubbio la più pura e atroce.

Nuvola ha detto...

Eccomi qui.. bello il tuo blog. Credo proprio che troverò qualche interessante spunto di riflessione (oltre a "consigli per gli acquisti").

A presto ^__*

Adryss ha detto...

Sei la benvenuta, ogni volta che vorrai passare! A presto ^_^